ROMA: Un’eterna scoperta

Non vivo a Roma e non ci sono mai vissuta, ci sono stata una infinità di volte, ma ad ogni visita scopro ancora cose nuove.

Credo non basti una vita per familiarizzarsi con  tutto quello che ha da offrire la città.

Ovunque c’è una chiesa, una piazza, uno scorcio, una stradina, un palazzo che non conosco e poi per contro ci sono i luoghi, che non mi stanco mai di rivedere, perchè suscitano sempre l’emozione della prima volta.

Come si fa infatti a non restare senza fiato in Piazza Navona o in piazza di Spagna anche se l’hai vista mille volte? Come si può trovarsi davanti il Colosseo o i fori e non fermarsi per un lasso di tempo più lungo del previsto? Come non farsi incantare dalla città vista dal Quirinale o dal Campidoglio o dalla cima di Trinità dei Monti?

Così a volte complice un appuntamento di lavoro, mi ritrovo a scegliere una  piccola area e a gravitarci per un giorno, sicura che comunque sia, nel giro di qualche chilometro, attraverserò i secoli.

A Roma infatti è come se un demone dispettoso avesse raccolto tutta la storia e il vissuto di centinaia d’anni e li avesse gettati  alla rinfusa nell’area metropolitana, così che chi cammina per le sue strade si ritrova di continuo a essere catapultato in mondi lontani tra loro, saltando dalla Roma imperiale al barocco più spinto, dalla città dei Papi cinquecenteschi alla Repubblica della Roma classica, dalla preistoria all’800.

Bisogna anche tener presente che la città  è tanto bella quanto impossibile da percorrere.

Il traffico caotico, la mancanza di trasporti pubblici efficienti (spesso mancano anche quelli non efficienti), il disordine delle strade manutenute quando capita, le distanze oggettive, rendono quasi impossibile recarsi rapidamente da un punto all’altro della città. Quindi ridurre gli spostamenti è una buona tattica.

Con questa premessa ripercorro in queste righe alcuni vagabondaggi degli ultimi anni, che mi hanno stregato.

Incomincerò dalla fondazione leggendaria della Roma di Romolo e Remo ovvero da un giro che ho fatto qualche anno fa partendo dal Velabro in compagnia di una cugina di mio marito, amica e preziosissima fonte di conoscenza sulla città. E’ una persona colta, preparata in tutti i campi del sapere, dalla musica che ama (suona lei stessa il pianoforte), alla lettura, all’arte, alla filosofia (iscritta adesso dopo tanti anni dalla prima laurea in lettere, alla facoltà di teologia), amante del viaggio, anche di quello nei piccoli borghi poco conosciuti di questa Italia, che ci sorprende ad ogni angolo.  Ritrovarla costituisce ogni volta un piacere e un confronto intelligente e stimolante su ogni argomento. Compagna ideale quando sono o siamo (con mio marito) nella capitale, che conosce come le sue tasche, ci contagia sempre  con il suo entusiasmo e la sua  allegria, rendendosi disponibile a condividere le nostre esperienze romane e aggiungendo piacere al nostro ritrovarsi qui.

Il Velabro è un’area piana, che si trova tra il Tevere e il Foro Romano. In origine si trattava di un zona paludosa dove la leggenda dice che la cesta di Romolo e Remo si sarebbe arenata.

L’origine del nome è controversa e quella che a me piace di più è che derivi da “velaturam facere”, ovvero traghettare, perchè in caso di straripamento del fiume ed allagamento si doveva ricorrere alle barche per attraversare la zona.

L’appuntamento era una mattina di dicembre alla chiesa di San Giorgio. Arrivammo con qualche minuto di anticipo e mi allontanai di qualche passo per osservare l’arco di Giano, di epoca Constantiniana.
Guardando attraverso l’arco notai un assolutamente incongruo rinoceronte in pietra, abbandonato in uno spazio vuoto.

Incuriosita, ho scoperto che era stato voluto dalle Sorelle Fendi (casa di moda) per un loro evento, più precisamente l’inaugurazione di un palazzo storico, acquistato dal comune, proprio qui nei pressi dell’Arco e chiamato “Palazzo Rhinoceros della Fondazione Alda Fendi”. Per una di quelle storie di burocrazia, per cui Roma è nota, non si era trovato a chi competesse di rimuoverlo e così era rimasto lì solitario e fuori tempo davanti al monumento del IV secolo, riportato alla luce nell’800 dopo varie traversie.

Incominciammo dunque il nostro giro con una sosta nella chiesa di San Giorgio, le cui origini risalgono all’epoca di Papa Gregorio Magno (600 d.c. circa), ma è tristemente famosa per l’attentato di cui fu oggetto nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, che provocò la quasi completa distruzione del portico antistante, oltre a una breccia nella facciata e vari altri danni. Nuova vita è stata ridata al luogo con i restauri condotti con il metodo dell’anastilòsi, che consiste nel rimettere insieme elemento per elemento tutti i pezzi originali di una costruzione distrutta.

Uscendo dalla chiesa ci ritrovammo nell’area dell’antico Foro Boario, cioè mercato dei buoi, che qui si teneva.

L’area è oggi chiamata piazza delle Bocca della Verità: la famosa faccia marmorea di un dio, che, in realtà, era un tombino che copriva un passaggio della cloaca.

Per la potenza delle leggende, l’originaria funzione è stata completamente dimenticata a favore di una favola medievale, molto più intrigante della realtà, che raccontava che quella bocca forata di un nume fosse in grado di stabilire la veridicità di un giuramento, mordendo chi affermava il falso.

La sua notorietà non ha più avuto confini grazie al film “Vacanze Romane” dove la scena di Gregory Peck e Audrey Hepburn davanti a questo medaglione è diventato un“Cult”della cinematografia.
C’e’ sempre una coda infinita per farsi fotografare mentre si introduce la mano nella bocca della verità e per questo avevo sempre rinunicato anche a vedere la Chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Questa volta non c’era quasi nessuno e allora da buoni turisti entrammo, dando il nostro tributo alla leggenda, ma poi ci soffermammo anche nella chiesa, un raro esempio a Roma di architettura del XII secolo, eretto su un precedente luogo di culto del VI secolo.

Dopodichè ovviamente ci fermammo a ogni metro perchè ecco i  templi di Portuno e di Ercole Vincitore. Qualche passo ancora ed ecco il teatro Marcello e poi cammini ancora un pochino e ti ritrovi nel ghetto ebraico. Qui ti viene incontro un quartiere del tutto diverso dal circondario e finimmo per sostare ad un ristorante (l’ora era opportuna) e ne approfittai per ritrovare i miei adorati carciofi alla giudia, perchè Roma è una “star” anche a tavola e la cucina romana è un viaggio nel viaggio.

Un’altra volta invece decisi di non rimandare oltre la visita a un sito che era da anni in cima ai miei “To Do”: il mausoleo di Cecilia Metella.

Una mattina d’inverno (inverno romano) con sole e qualcosa di più di 10 gradi ci dedicammo a questa area.

Era l’occasione per vedere l’intero parco Archeologico dell’Appia Antica.

Il percorso si snoda sull’antica via di comunicazione romana tra campi, pini ombrelliferi e qualche cipresso. Sono le antiche pietre a condurre il tuo cammino e, malgrado ci fossero un po’ di turisti, tutto sommato la mattina presto il luogo era abbastanza tranquillo e silenzioso, come piace a me.

Di Cecilia Metella non si sa praticamente niente, eccetto che era figlia di Quinto Cecilio Metello Cretico, e moglie di quel Marco Licinio Crasso che nel 71 a.C. aveva soffocato la rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco e nel 60 a.C. aveva fatto parte del primo triumvirato con Cesare e Pompeo.

Il Mausoleo era quasi sicuramente non destinato a onorare lei, ma piuttosto ad esaltare la famiglia e la sua importanza. Del resto si trovano scene di guerra nell’epigrafe a sostegno di questa interpretazione. Risale alla seconda metà del I secolo a.c. sorge come detto sull’Appia Antica, ovvero alla periferia di quella che era la città di Roma all’epoca e il suo impianto è circolare su una base quadrangolare.
Non si sa se l’ispirazione derivi dai mausolei ellenistici oppure dalle tholos etrusche. Si sa invece che la costruzione in mattoni era rivestita con blocchi di travertino, la camera funeraria era nel tamburo e probabilmente terminava con una cupola, oggi scomparsa.

C’era un fregio che alternava festoni di fiori, scudi gallici e teste di bucrani, i quali hanno dato il nome alla località, che a partire dal medioevo venne chiamata Capo di Bove e ancora oggi è così indicata.

A un certo punto nell’XI secolo venne adibito a torre di un castello dei Conti di Tuscolo, ai quali subentrarono nel 1299 i Caetani, che la incorporarono in un sito fortificato chiamato Castrum Caetani da cui controllavano il traffico sulla via Appia e riscuotevano le gabelle.

Accanto al mausoleo c’è il “palatium” che oggi appare come una serie di cortili separati da grandi archi, perchè i solai sono caduti.

C’erano tante ragioni perchè questa tomba mi attirava: un monumento ad una donna, per giunta avvolta nel mistero ed arrivato fino a noi.

Ma poi anche la posizione su una strada di passaggio su cui transitava un traffico variopinto di persone, carri, merci, pellegrini diretti alla città “caput mundi” in secoli tanto diversi l’uno dall’altro.

Trovai Il fascino ed il mistero che mi aspettavo sia nel monumento in sè sia nel contesto della campagna romana e della via Appia. Tra l’altro bisogna anche menzionare la presenza della chiesa di San Nicola, di cui è rimasta l’abside senza la copertura, la facciata e un piccolo campanile.

Queste strutture spogliate di tutti gli ornamenti, aperte, in cui la luce, le intemperie, il sole  entrano e sono parte integrante del luogo, mi fanno sempre sognare e mi piace dar corso all’immaginazione non solo per dar vita a quello che è stato, ma  per sentire le emozioni che la rovina stessa, sia pure con le sue suggestioni passate, mi provoca ora.

Restando ancora in epoca romana ma qualche secolo dopo (dal triumvirato si è passati all’impero) e cambiando di poco la zona di Roma, le Terme di Caracalla erano un’altra mia lacuna, che intendevo colmare.

Fu di nuovo in compagnia della nostra “Virgilia” romana che trascorremmo una splendida mattinata  in questo sito.

Facendo i biglietti ci offrirono un visore 3D come guida, che ci avrebbe riproposto il sito come era in origine.

Decisi di provare e così per prima cosa mi godetti la realtà odierna e in molte parti applicai anche questo visore.

Le terme erano uno dei più grandiosi complessi termali del mondo antico e le rovine, in ottimo stato di conservazione, si estendono su un’area libera da edifici moderni. Entrando dunque ci si trova nel sito archeologico tra pini ombrelliferi, cipressi ed aree erbose, senza il disturbo di costruzioni moderne che incombono e soffocano il luogo.

L’impianto è grandioso e la struttura originale è ancora riconoscibile, anche se le terme hanno una storia lunga e travagliata.

Furono abbandonate e poi utilizzate di nuovo varie volte come sito abitativo (ospizio per forestieri e pellegrini) o cimitero. Furono poi adibite a vigneto, ma ciò che ha fatto i danni maggiori è che dal VI secolo in poi furono sempre sfruttate come cava per i materiali, quali marmo e metallo, e addirittura per intere strutture come architravi, colonne, capitelli etc. da riutilizzare in altre opere di qualità (ad esempio il duomo di Pisa o la chiesa di Santa Maria in Trastevere). Infine l’ultimo sfregio è stato che a lungo nei dintorni è esistita una attività per trasformare in calce i meravigliosi marmi.

Accanto a quest’opera di distruzione sistematica ci sono però gli scavi archeologici degli ultimi secoli (specie nel ‘900) quando fu riportato alla luce il mitreo (il più grande conosciuto a Roma) oppure quando furono liberati e resi agibili i sotterranei.

Purtroppo in inverno i sotterranei sono chiusi per via dell’umidità e, penso, per ragioni di sicurezza, quindi questa visita fu gioco forza posticiparla ad un’altra occasione (che ancora non si è presentata).

In questo scenario unico si sono svolte le gare di ginnastica durante le Olimpiadi del 1960 e l’ultima disavventura, in ordine di tempo, è avvenuta durante il terremoto dell’Aquila del 2009 quando si sono verificati lievi danni.

Ma tornando alla mia passeggiata, appena entrata, come sempre, mio marito, sua cugina ed io prendemmo ciascuno la propria strada di visita, per poterla vivere e farne esperienza con i nostri tempi. Ci incrociavamo ogni tanto scambiandoci qualche commento oppure indicando l’uno all’altro una particolare prospettiva, o ascoltando qualche racconto della cugina, che, qui, d’estate, aveva visto concerti all’aperto con una emozione che posso solo immaginare, ma in generale ognuno seguiva la sua ispirazione.

Mi avventurai tra le varie rovine del sito (dal blocco centrale, fino alla periferia della struttura) seguendo scorci, riflessi e ombre proiettate dal sole, per poi fermarmi in un luogo e ricorrere al visore in 3D.
Fu non solo divertente, ma anche molto istruttivo, perchè ho potuto cogliere alcuni dettagli ormai perduti. Ad esempio scoprii che all’interno delle terme c’era una biblioteca, con scaffali pieni di libri, dove i frequentatori potevano trascorrere del tempo. E’ in una posizione defilata e oggi, guardando quelle pietre, mai avrei immagianto si trattasse di una biblioteca. Insomma quella commistione tra come era e come è aveva una valenza importante ponendomi da punti di vista diversi, ma ugualmente rilevanti, per la comprensione del posto.

Il com’era ci riporta a sfarzo, capacità architettonica, bellezza artistica e una vita intensa e affollata oggi difficile da immaginare. Per contro le rovine di oggi occupano un loro posto di uguale fascino. Bellezza delle pietre oramai spogliate di tutti gli abbellimenti, inserimento in un paesaggio che non ha subito le rovine del tempo, così come invece ha patito l’opera dell’uomo. Silenzio che sempre suscita lo scavo archeologico, un silenzio affollato di mille fantasmi.

Ho fatto cenno al Mitreo scoperto qui, ma ne ho visitato un’altro interessantissimo a San Clemente.

Si dovrebbe dedicare a questa basilica un intero racconto, perchè attraversa i secoli con una storia così densa e complessa da costituire un romanzo di per sè.

Brevemente si tratta di una chiesa con tre edifici sovrapposti l’uno costruito sulle vestigia dell’altro, è situata tra le colline dell’ Esquilino e del Celio, sulla strada che porta dal Colosseo al Laterano. Dal 1667 è gestita da domenicani irlandesi.

In ognuna delle tre costruzioni si trovano meraviglie.

Entrando nell’attuale chiesa, risalente al  XII secolo si resta senza fiato di fronte ai magnifici mosaici, al pavimento marmoreo, alla cappella di Santa Caterina affrescata da Masolino da Panicale. Si pensa che l’impostazione iniziale fosse stata data da Masaccio, che però morì improvvisamente lasciando a Masolino appunto il compito di completarla.

Scendendo ai livelli inferiori si entra invece nella storia e nell’arte di epoche molto anteriori.

Sotto la basilica medievale si trova la basilica antica, in un edificio appartenuto ad un patrizio romano come sua abitazione. Al terzo livello si è scoperto un insieme di costruzioni romane di epoca post-neroniana. Infine, ad un quarto livello, si sono rinvenute le  tracce di costruzioni romane ancora più antiche.

Gli edifici riscoperti al livello più basso sui quali si erge l’attuale basilica sono due e oggi visitabili grazie agli scavi: un edificio destinato probabilmente a magazzino (in latino “horreum”) ed un edificio residenziale (in latino “insula”), conosciuto tra gli studiosi come l’edificio del Mitreo.

Il Mitreo (databile tra la fine del II e l’inizio del III secolo) è un tempietto dedicato al dio Mitra, divinità di origine orientale, il cui culto fu importato a Roma molto probabilmente dalle legioni di ritorno dalle campagne in Asia Minore.

Ma c’e’ di più: non solo perchè vi si trovano i famosi affreschi del primo cristianesimo, ma soprattutto perchè sono visibili alcune scritte in una lingua tra il latino e il volgare, su un dipinto che rappresenta la passione di San Clemente. L’epoca è tra il 1084 e il 1100  e si tratta della prima iscrizione in volgare utilizzata con uno scopo artistico.

Le frasi sono «Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!». E San Clemente dice: «Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis». Traduzione: Sisinnio: «Figli di puttana, tirate! Gosmario, Albertello, tirate! Carvoncello, spingi da dietro con il palo», San Clemente: «A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi». La prima frase è tutta in volgare, mentre la seconda è tutta in latino.

Molti anni prima avevo visto a Cassino il famoso documento del 960 “sao Ko Kelle terre….”, denominato Placito Capuano, il primo scritto in lingua volgare, ritrovato proprio nel monastero di Montecassino, quindi fui molto emozionata ora davanti a questa iscrizione.

E’ inutile dire che il percorso è coinvolgente e denso di riferimenti storici, ma soprattutto un piacere per gli occhi, perchè ogni livello ha una bellezza artistica peculiare ed il contrasto fra i vari livelli crea nel visitatore la forte impressione di una discesa (non agli inferi) ma nel tempo.

La storia della sua riscoperta è ugualmente appassionante.

La basilica fu danneggiata in seguito all’invasione normanna di Roberto il Guiscardo del 1084, di conseguenza abbandonata e poi ricoperta di terra per fare da base alla nuova edificazione voluta da Pasquale II (papa tra il 1099 e il 1118).

Fu poi Papa Clemente XI Albani a volerne il restauro (1713- 1719), ma nel frattempo le preesistenti costruzioni romane e paleocristiane erano state dimenticate.

Infine, nella seconda metà dell’800, il frate domenicano irlandese Joseph Mullooly e l’archeologo GiovanBattista De Rossi iniziarono uno scavo alla ricerca della cripta, che credevano sepolta e riportarono alla luce quello che oggi abbiamo la fortuna di potere vedere.

In un’altra occasione è stata la volta della visita a San Pietro in Vincoli dove si trova l’unica statua di Michelangelo che non avevo ancora visto: Il Mosè.

Commissionata a Michelangelo intorno al 1513 come parte del complesso di statue ideato per la tomba di Giulio II, nel 1542 fu modificata dallo stesso Michelangelo, girando la testa del Mosè e apportando una torsione al corpo per rendere l’opera più dinamica.

Questo fatto incredibile di modificare la posizione di un’opera in marmo ha sempre esercitato su di me una grande presa e considerato che Michelangelo è lo scultore rinascimentale che più amo, non vedevo l’ora di incontrare dal vivo quest’opera, che già adoravo per le immagini fotografiche che avevo visto.

San Pietro in Vincoli ha degli orari di visita originali. Infatti, è chiusa nell’intervallo di mezzogiorno e apre alle 14:30.

Ci arrivammo prima e mentre mio marito si sedette, in attesa dell’apertura, nel portico della chiesa con vista sulla piazza, io volli scendere lungo la strada per trovarmi davanti il Colosseo.

Da quel punto di osservazione si era fuori dalla calca per entrare a visitarlo e il pomeriggio caldo e assolato aveva reso solitario il mio punto di osservazione. Così ebbi modo di godermi quello “stadio” antico, quella sua colossale pianta ellittica  avvolgente, quegli archi e volte concatenati.

Scrive Madame de Staël: «Il Colosseo, la più bella rovina di Roma, termina il nobile recinto dove si manifesta tutta la storia. Questo magnifico edificio, di cui esistono solo le pietre spoglie dell’oro e de’ marmi, servì di arena ai gladiatori combattenti contro le bestie feroci”.

Oggi le sue varie funzioni storiche cedono il passo di fronte al suo porsi come architettura che trascende gli scopi, per farsi ammirare così come è solo per il suo esserci.

Me ne tornai poi verso la Chiesa che nel frattempo aveva aperto i battenti e la mia attenzione fu calamitata dalla statua.

Michelangelo cercava un‘effetto della luce sul marmo ed aveva posizionato la sua opera in modo che l’illuminazione, che cercava, provenisse da una finestra oggi murata (chiusa nel 1865). Inoltre aveva anche utilizzato  una particolare lavorazione del marmo all’interno della stessa scultura. Era cioè riuscito a controllare la rifrazione della luce trattando in maniera diversa le superfici del marmo:  aveva lustrato  con il piombo alcune di esse, così da essere più brillanti e visibili, ne aveva messe in ombra altre.

La statua oggi illuminata artificialmente, se non per una feritoia di luce naturale, parla al visitatore. Resti lì imbambolata a guardare la tomba nel suo complesso (ridotto rispetto all’originale), ma non c’e’ niente da fare, è la figura di Mosè che assorbe l’attenzione con la sua espressività, con il suo sguardo, con la sua umanità, come traspare ad esempio da quel gesto così semplice della mano destra che sfiora la lunga barba.

L’ultimo particolare è che per dare un giusto effetto ottico alla figura, quando girò il volto del Mosè Michelangelo ridusse il ginocchio sinistro di 5 centimetri rispetto a quell destro.

Per la verità le notizie sull’opera, sulla sua realizzazione, sulla sua storia si dimenticano quando te la trovi davanti.

Potresti non sapere niente di questo personaggio e di chi l’ha scolpita. Esercita un potere che travalica ogni informazione.
Come ogni opera straordinaria, si racconta da sola, esprime alla mente di chi lo osserva emozioni diverse per ciascuno, ma in fondo sempre uguali: l’universalità dell’arte, la sua capacià di parlarci attraverso i secoli e di connetterci alla bellezza assoluta, che riscatta e rende grande l’umanità.

Per dirla con Michelangelo: “Nulla somiglia maggiormente alla fonte celeste da cui proveniamo quanto le bellezze che si offrono agli occhi delle persone ricettive.”

L’ultima storia di questo mio raccontare riguarda un ristorante a Trastevere dove finimmo nell’ultima visita a Roma ai primi di dicembre. Eravamo usciti da San Luigi dei Francesi (altra carenza colmata: i tre San Matteo di Caravaggio) e, attraversata piazza Navona, arrivammo al ponte di San Sisto. La  giornata era coperta, ma il Tevere offre sempre immagini incantevoli con qualunque luce. Lo attraversammo, dopo esserci fermati a scattare un po’ di foto, e decidemmo di pranzare cercando i carciofi alla giudia, mia grandissima passone, come ho già detto.

Ci ispirò un locale, un’antica trattoria, ed entrammo. Chiedemmo dei carciofi e l’oste ci disse “non c’è problema”. La trattoria appartiene a questo signore alto e di mezza età che ci fece accomodare.

Ordinammo e dopo qualche momento il proprietario affranto venne da noi dicendo “sono desolato mi è rimasto solo un carciofo alla giudia, oggi è lunedì e di solito controllo, ma sono stato assente stamattina per fare il vaccino anti covid, sono arrivato tardi e non mi sono accorto che ieri avevamo usato tutti i carciofi”.

Pazienza! io e mio marito ci saremmo divisi l’unico carciofo superstite e ci saremmo consolati con una bucatini all’amatriciana (per me a Roma è un obbligo, non c’e’ cacio e pepe o gricia che tenga).

Era molto demoralizzato il nostro anfitrione, così mio marito gli disse ridendo “ siamo a Roma ancora un paio di giorni. Prenoteremo probabilmente per l’8 dicembre, ma le chiederemo di farci trovare i carciofi!“

Mantenemmo la promessa e in una giornata di diluvio continuo ci ritrovammo noi, la cugina, suo figlio, sua figlia e e suo genero in questo posto, che ci era piaciuto tanto.

C’era poca gente ed il nostro ristoratore ci dedicò tempo e ci preparò una montagna di carciofi, trippa e coda alla vaccinara a regola d’arte, finendo con un pecorino particolare con il miele.

Il pranzo si protrasse, perchè stavamo bene in quell’ambiente allegro, insieme dopo tanto tempo (il Covid ci aveva obbligato a non incontrarci per quasi due anni), condividendo ottimi piatti, un vino eccellente, la reciproca compagnia e quell’atmosfera romana tanto unica.

Chiacchierammo anche con questo personaggio, scoprendo che era plurilaureato, aveva vissuto in giro per il mondo ed aveva all’attivo tre matrimoni e relativi divorzi.

A un certo punto mi sono allontanata e tornando al tavolo passando davanti al banco bar, dove c’era questo signore, gli feci i complimenti per i carciofi e per il pranzo. Scambiammo due parole per qualche attimo  e mi disse: “mi avete colpito lei e suo marito, sembrate affiatati, ironici, vi prendete in giro ma siete in sintonia. Mi avete fatto sentire solo. Complimenti! Quale è il segreto? ”

Gli ho detto: “Non credo ci siano risposte: una buona fetta di fortuna? Accettare che col tempo si cambia e si evolvono anche i sentimenti? Costruire il possibile e non il perfetto? Un cammino nei tanti imprevisti della vita, sapendo di poter contare sull’altro? Non saprei ”

Mi sorrise e tornai al mio posto pensando come a volte, inaspettatamente, un essere umano con tutte le proprie domande e le pochissime risposte palesi a sconosciuti ciò a cui mai farebbe cenno agli affetti più cari. Mi era già capitato in un vagone ferroviario, in un aeroporto, in un safari in India, tra i ghiacci dell’Hokkaido. Il viaggio è anche questo!

Viaggiatrice