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Tibet: il paese delle nevi e degli dei

Stiamo parlando di molti, ma molti anni fa ed il viaggio in Tibet era il mio desiderio maggiore fin da bambina, quando mia nonna mi raccontava del Dalai Lama, dei monaci tibetani e del Potala ed io mi bevevo ogni parola, immaginando scenari favolosi e lontani. Mia nonna inseriva nel racconto anche storie ispirate al libro “Orizzonte Perduto” di James Hilton, a cui fu ispirato il film di Frank Capra, moltissimi anni prima che io nascessi.

Da bimba non pensavo di poter realizzare il mio sogno di visitare terre, che mi sembravano lontanissime e irraggiungibili, ma, crescendo, l’idea prese forma e un bel giorno mi ritrovai con una concreta opportunità di viaggio.

Il racconto di questa fantastica avventura, fatto in questo momento, vuole anche essere un omaggio alla nostra guida di allora (Sylvio) scomparsa nel 2021.

Non mi piaceva l’idea di viaggiare in gruppo, ma il Tibet si poteva visitare solo in quel modo, sotto il rigido occhio dei cinesi, che incominciavano a dilagare sul territorio, anche se non era nulla in confronto a quello che è successo dopo.

Ci accordammo con un gruppo di amici. Quattro coppie più noi due ci affidammo ad una guida che conoscevamo e frequentavamo e alla organizzazione di viaggi d’avventura di Beppe Tenti (oggi un viso conosciuto da tutti per via di Overland), che ci venne a salutare alla partenza augurando alla piccola spedizione “buona fortuna”.

Sylvio, la nostra guida, era decisamente un personaggio; una bravissima persona, piena di entusiasmo e carico di racconti a volte decisamente fantasiosi. Conosceva bene il paese per esserci stato più volte e conosceva tutti noi.

Detto fatto, dopo alcuni incontri preliminari, fummo pronti a partire nell’agosto del 1987.

Le prime avvisaglie di un viaggio, che sarebbe stato abbastanza complesso e difficile, furono che dovemmo cambiare l’ingresso nel paese. L’idea iniziale di passare dal Nepal si rivelò impossibile per via di una frana e un’alluvione che avevano chiuso ogni accesso tra Nepal e Tibet.

Fu gioco forza transitare dalla Cina via Chengdu e quindi ci riorganizzammo in tal senso.

L’atterraggio a Lhasa, a 3570 metri di altezza, fu per me di un’emozione che ancora è nitida nella mia mente e non trovo le parole per descriverla. “La mia mano non riesce a scrivere ciò che ho nel cuore”, dice Heinrich Harrer in “Sette anni nel Tibet”.

Ero catapultata nel mio sogno infantile, avevo la mente piena dei libri letti su questo paese delle nevi, che tanto aveva colpito l’immaginario occidentale, forse perchè il fatto di essere stato chiuso all’occidente così a lungo ne aveva accresciuto il senso di mistero.

Le vicende poi degli ultimi trent’anni con l’occupazione cinese e la fuga del Dalai Lama l’avevano anche fatto precipitare nella tragedia e nel rischio reale di perdita di una civiltà peculiare e antica.

Lhasa era una piccola città ancora molto tibetana allora e il nostro albergo era semplice ma assolutamente confortevole. Sulla città dominava il Potala, la residenza del Dalai Lama (prima del suo abbandono nel 1959) con una rocambolesca fuga in India. Il palazzo, unico nel suo genere, si eleva su una collina a 300 metri sulla valle (Marpo Ri, la Collina Rossa), è alto 117 metri (13 piani) e misura 400 metri sul lato est-ovest e 350 metri su quello nord-sud.

Allora era disabitato, aperto al turismo ma non ancora un sito turistico vero e proprio.

Questo incredibile Dzong (fortezza) riassume la storia del Tibet.

Il primo palazzo infatti risale al 637 quando re Songtsen Gampo dette avvio ai lavori per onorare la sua moglie Wencheng.

Fu poi il V Dalai Lama a iniziare la costruzione del Potala, su suggerimento di un suo consigliere spirituale, che considerava il luogo perfettamente adatto ad essere la sede del governo per la sua collocazione tra i monasteri di Drepung e Sera e la città di Lhasa.

In queste sale sono contenute statue come quella del Budda e del quinto Dalai Lama su troni dorati, stupa, thanka e altri tesori, ma quello che mi colpì all’epoca fu la stanza dell’ultimo Dalai Lama.
Sembrava se ne fosse appena andato (erano passati 28 anni) e, anche se non più abitato, il palazzo intero mi appariva ancora animato dalle ombre del passato, che con tanta determinazione l’attuale governo cercava di cancellare. Ci sentivo lo spirito dei vari Dalai lama, dei dignitari di corte, delle famiglie nobili e dei tantissimi monaci novizi, anziani, studiosi. Attraversando quelle sale la lunga tradizione buddista permeava ogni angolo e ogn oggetto e poi dalle sue finestre ancora si dominavano i vecchi quartieri di Lhasa (oggi completamente rasi al suolo per far posto ad una brutta piazza).

In città il fulcro della vita tibetana si svolgeva intorno al Jokhang circondato dal Barkhor. Il tempio Jokhang è considerato il più importante e sacro di tutto il Tibet. Ricordo benissimo le sue sale illuminate da enormi candele di burro di yak, contenute in ampi porta lumini d’argento, ricordo l’oro delle statue delle divinità brillare nella semi oscurità e i loro occhi che sembravano seguirti (la più antica e preziosa è quella del Budda Sakyamuni dodicenne a grandezza naturale) mentre in mezzo a pellegrini, devoti, monaci e qualche turista straniero ci aggiravamo per queste sale oscure come antri ma intrise di spiritualità e dove la religiosità tibetana, con una forte connotazione di difesa della propria cultura, e la tragica resistenza al crollo di un mondo era percepibile a tal punto che ero continuamente combattuta tra la meraviglia e la sofferenza. Davanti ai vari altari vi erano le offerte alle divinità, tante ciotole d’acqua o formine di burro e si sentiva il suono di una campanella, oppure lo scricchiolio dei mulinidella preghiera, che ogni devoto faceva girare mentre camminava immerso nel suo percorso di devozione. Entrando in una sala poteva capitare di trovarti davanti file di monaci seduti con le gambe incrociate davanti a libri, che leggevano recitando ad alta voce con una cantilena un po’ ipnotica, interrotta ogni tanto da uno campanello e da qualche minuto di silenzio per poi riprendere. Arrivati in cima al tempio, dal suo tetto, la vista era spettacolare perchè il rosso e l’oro delle pareti del sacro luogo si stagliavano contro le montagne violette in lontananza e un cielo limpido, come a questa altezza non ha uguali, avvolgeva il paesaggio, reso un po’ irrelale dall’aria povera di ossigeno.

Da qui in avanti nel nostro viaggio avremmo avuti due compagni costanti: il salmodiare dei monaci, che costituiva il sottofondo di qualunque tempio e il penetrante odore tibetano, fatto di un misto di burro di yak, fumo del loro combustibile (sterco di yak messo a seccare al sole e conservato in formelle) e corpi poco lavati (“Fetor Tibeticus” come lo chiamava Fosco Maraini che aveva visto il Tibet nel 1937 e 1948).

All’esterno del tempio, dove i devoti erano prostrati a terra in umile preghiera prima di entrare, ti inoltravi nel Barkhor, una strada circolare che circonda il Jokhang e che i pellegrini percorrono in senso orario, spesso in un susseguirsi di inginocchiamenti e allungamenti per terra ripetuti di continuo come cammino devozionale verso la divinità. Il luogo era un denso amalgama di bancarelle, piccoli ristoranti locali e folla. Sui banchi del mercato c’era di tutto: dai tessuti, alle lampade da burro, dai cappelli ai gioielli di turchese, dalle ciotole armoniche ai mulini della preghiera. Le costruzioni erano ancora le case tradizionali tibetane, con le finestre incorniciate e dipinte a motivi geometrici, con i tetti piatti con l’inconfondibile architettura di mattoni e pietre. La folla poi costituiva uno spettacolo di per sè e lo sguardo era di continuo sollecitato da ragazze con l’abito tradizionale con il grembiule (bellissimo tessuto di cui me ne portai a casa uno) e i capelli intrecciati con nastri colorati e turchesi, da qualche vecchio con la lunga barba e il viso segnato da mille intemperie, da un giovane guerriero dai tratti mongoli e dai lineamenti scolpiti, da qualche bambino il cui sorriso si faceva strada tra strati di sporcizia. La povertà era palese, ma la dignità e la fierezza mi riempivano di rispetto.

Fu proprio nel Jokang che mettemmo a punto una strategia di gruppo per poter avere qualche interazione in più con i tibetani che venivano rigidamente controllati, per evitare contatti con gli stranieri, da guardie cinesi di occupazione omnipresenti.

Le guardie cinesi erano ragazzi mingherlini e piccoli di statura trasferiti in un paese ostile con un compito di repressione e polizia. Mio marito alto oltre un metro e ottanta con una stazza da giocatore di hockey, allora molto in forma fisica, si incaricò di provare a scherzare con le guardie sfidandole a braccio di ferro o alla lotta, cosa che divertiva loro molto, ma soprattutto le distraeva, dando a noi la possibilità di muoverci più liberamente e scambiare in uno stentato inglese qualche parola con i locali.
“Chi viaggia senza incontrare l’altro, non viaggia, si sposta” diceva Alexandra David Neel e questo era il nostro imperativo.

C’era poi un altro segreto di cui mettere a parte il lettore. Prima di partire Sylvio ci aveva chiesto se fossimo d’accordo se avesse portato con sè un pacco di foto del Dalai Lama da distribuire a nostro, ma soprattutto, a loro pericolo.

Il Dalai Lama è per i cinesi quello che un drappo rosso è per il toro, ma per i tibetani incarna non solo il loro capo religioso, ma anche l’intera loro cultura. Rappresenta il legame con il loro mondo, la loro lingua e tutto quello che era stato loro tolto. Spesso ci venne sussurrata la richiesta “Dalai Lama picture” durante il viaggio, perchè era per loro quello che è vagamente per noi una immagine sacra.
Poter avere quella foto era come avere una benedizione e lo sguardo che veniva loro restituito dalla fotografia era la forza per andare avanti. Era però rischiosissimo per loro, venivano picchiati e torturati per molto meno, e rischioso anche per noi.

Ciononostante, fummo tutti d’accordo con Sylvio e durante il nostro percorso, i sorrisi più belli che ricordo, gli occhi luccicanti di gratitudine e di emozione, che ancora mi commuovono, sono tutti legati a quella foto che scivolava dalle mani di Sylvio alle loro mentre con circospezione controllavamo di non essere visti.

Le pochissime foto che abbiamo scattato di tibetani con le foto del Dalai Lama non sono mai state diffuse da noi e tenute gelosamente nel nostro archivio per trent’anni per evitare qualunque rischio per quei monaci anziani o giovanissimi privati di un futuro.

Sylvio, il nostro Virgilio, non si stancava mai di farci scoprire tutto il possibile e condivideva con tutti noi l’amore per questo sfortunato paese, ma soprattutto aveva creato un’atmosfera coesa e affiatata fra noi, dieci persone che più diverse non avrebbero potuto essere, ma tutte fortemente motivate a questa avventura, conscie tutte che stavamo assistendo ad un mondo che scompariva giorno dopo giorno e le cui glorie si erano sempre svelate con parsimonia all’occidente.

Fu Sylvio a dirci a colazione la mattina dopo che al monastero di Drepung sarebbe andato in visita il Panchen Lama. Era un evento da non perdere e accettammo con entusiasmo qualche modifica al programma per esser presenti a questo eccezionale accadimento.

Il monastero di Drepung è appena fuori Lhasa ed è il più grande monastero del Tibet. Con i monasteri di Ganden e Samye, la scuola di Drepung era nota come scuola di filosofia e del lamaismo (teologia del Buddismo tibetano). Risale al 1416 e conteneva molti tesori d’arte distrutti nella maggior parte dai bombardamenti e dai danni della rivoluzione culturale, che qui si accanì come non mai. Al suo interno vivevano fino a 10.000 monaci (in parte fuggiti, in parte imprigionati per reati di opinione, in parte uccisi dalle bombe e dai soldati). Timidamente , quando ci andammo, si stava ripopolando e il monastero era stato anche parzialmente restaurato.

Il Panchen lama era la seconda autorità religiosa tibetana dopo il Dalai Lama e, prima della occupazione cinese, la sua sede era il monastero di Tashilumpo a Shigatse (una delle tappe del nostro viaggio), ma adesso era praticamente ostaggio dei dirigenti cinesi (era stato condotto a Pechino negli anni ’60 ed era stato anche a lungo in carcere). La sua visita era quindi una opportunità unica.

Per arrivare al monastero si doveva percorrere a piedi una strada sterrata di qualche chilometro. Con l’ansia di non esserci all’arrivo del Panchen Lama la percorremmo quasi di corsa e, considerata l’altezza, arrivammo tutti senza fiato. Incontrammo qualche gruppo di giovani monaci che avevano la nostra stessa meta e quando finalmente arrivammo al piazzale davanti al tempio lo trovammo gremito di monaci, fedeli e qualche turista.

Ci sedemmo tra la folla in attesa e avemmo un assaggio di come dovevano essere le riunioni religiose nel passato. Un’adunanza di tonache rosse che ricoprivano bambini di 7/8 anni, giovani di tutte le età e anziani monaci. C’erano poi i tibetani laici sparpagliati tra la folla e il tempo passava rapido perchè c’erano sempre nuove immagini da osservare, senza contare la bellezza del tempio bianco che si stagliava ai piedi del Monte Gephel (Drepung era stato in passato soprannominato “mucchio di riso” perchè formato da un caos di costruzioni di colore bianco, che costituivano la città monastica).

L’attesa si protrasse, impossibile dire la ragione del ritardo, ma alla fine il Panchen Lama arrivò, circondato da guardie del corpo cinesi, che limitavano la sua possibilità di parlare alla folla, che lo circondava. Fu comunque una esperienza memorabile e l’immagine di quest’uomo sorridente avvolto in un abito giallo zafferano, seguito da un monaco, che reggeva il parasole giallo, mentre le lunghe trombe venivano suonate e la folla mormorava in adorazione, si impresse nella mia mente. Solo due anni dopo il Panchen Lama moriva a 51 anni.

Nei giorni successivi ci dedicammo al monastero di Sera e a quello di Ganden.
L’arrivo a quest’ultimo fu particolarmente rattristante. Infatti era ancora totalmente diroccato, vi dimorava un vecchissimo monaco con un sorriso di incredibile dolcezza e pochi altri novizi più giovani, che cercavano di riparare il disastro in cui versava il tempio. Il monastero era stato il primo della scuola Gelug (berretti Gialli) e risale al 1409.

Pur distando solo 34 km da Lhasa raggiungerlo era un’imprea non di poco conto.

Avevamo un autista e un pullman assegnato a noi per tutto il viaggio in Tibet e di un autista, anche bravo, ce n’era veramente bisogno soprattutto perché le strade erano assolutamente impossibili. Fangose quando non allagate, spesso si arrampicavano strette sulle pendici delle montagne a strapiombo sulla valle, senza nessuna protezione o guard rail, così che eri a rischio che la strada franasse e il mezzo precipitasse per centinaia di metri in basso oppure di essere colpito da una frana proveniente dall’alto. Il viaggio per Ganden occupò parecchie ore perchè il tempo era pessimo: la strada come da copione e, malgrado la mia proverbiale incoscienza, in certi momenti ero piuttosto inquieta.

All’interno del pullman un po’ si scherzava sdrammatizzando, un po’ si guardava e commentava il panorama e nei momenti più critici scendeva un silenzio profondo e teso. Arrivata a Ganden avrei abbracciato l’autista, che aveva guidato con così tanta perizia e forse anche con uno dei suoi numi locali a protezione. Ma non fu niente rispetto al ritorno quando a peggiorare le cose arrivò l’oscurità di un cielo sempre più tempestoso e della notte che scendeva rapidamente.

La città monastica era stata costruita sulle pendici della montagna in una valle verdeggiante e il contrasto tra il rosso, oro e mattoni era ancora, malgrado stessimo vedendo per la maggior parte rovine sventrate dai colpi di cannone, assolutamente bellissimo, così incastonato a ridosso del monte dalle pendici verdi. Data la sua importanza, nel 1958, il XIV Dalai Lama vi sostenne gli esami finali del suo corso di studi teologici, ricevendo il titolo di ghesce lharampa. Ultimo atto di normalità prima dell’esilio.

Il luogo occupato dal monastero ispirava pace e invitava al silenzio e, malgrado lo stato degli edifici,era percepibile un senso di vicinanza al cielo. Ho scoperto di recente che quel luogo devastato ma che conservava tanta bellezza e spiritualità è stato trasformato in una prigione cinese, usata dai funzionari del Partito comunista cinese per rinchiudere i rivoltosi e i criminali considerati più nefandi, in particolare i monaci.

Il Tibet allora era rurale, medievale ed era forte l’impressione di trovarsi in un’altra epoca, dominati da priortà di sopravvivenza a noi lontane, tenuto conto anche del clima impervio e di una cultura in parte contadina ma in molti casi anche nomade. Su tutto questo aleggiava una religiosità (forse per certi versi potrebbe dirsi superstizione), che permeava ogni dettaglio di vita. Mai i miei compagni di viaggio ed io ci eravamo trovati totalmente immersi in una continua relazione tra l’al di qua e l’al di là, naturalissima per i tibetani, molto meno per noi, ma di cui subivamo indubbiamente il fascino. Devo aggiungere che il lamaismo buddista mi aveva sempre interessato e ancora oggi è oggetto delle mie letture e quindi mi ritrovavo in riti, arte e credenze non sconosciuti.

Tutto sommato malgrado le restrizioni imposte avevamo abbastanza mano libera ed il nostro itinerario includeva posti che non era facile poter visitare. Molti dei luoghi che vedemmo vennero chiusi dopo la rivolta dell’ottobre 1987 (due mesi dopo la nostra visita) e per moltissimi anni non furono più accessibili. Tra questi la regione di Samye e la valle dei re.

Di Samye, il monastero più antico del Tibet (788), a parte appunto l’abbandonato e rovinato edificio, che ancora gridava la sua bellezza andata perduta per l’opera distruttiva dell’uomo, ricordo una festa con una specie di giostra con cavalieri in abiti tradizionali che si lanciavano su cavalli bardati con un arco e una freccia da lanciare al galoppo tra due ali di spettatori in mezzo a un campo, a qualche albero e a una stradina sterrata. La nostra visita coincise con il giorno di Ferragosto.

Ci sentimmo coinvolti da questi giochi e durante tutto il viaggio ci capitò di considerare spesso come la tragedia che segnava queste vite nel profondo non impedisse di dimenticare per un attimo tutto in un entusiasmo quasi infantile ed in sorrisi, dell’origine dei quali non mi capacitavo.

Dirigendosi invece da Lhasa verso Gyantse si attraversano valichi che arrivano a 5000 metri.

Siamo qui nell’Himalaia delle nevi perenni e dei picchi famosi in tutto il mondo perchè superano gli 8000 metri. Un’esperienza esaltante per la spettacolarità del paesaggio, per l’immensità degli spazi, per l’aria rarefatta e per quel senso di solitudine in mezzo alla natura che spesso si sperimenta in questo altipiano, solcato solo da qualche nomade, qualche yak, qualche volpe o un cavaliere solitario . Non sembra strano che qui possano abitare divinità benevole od ostili, in una natura così selvaggia, più adatta agli dei che a degli umani.

Lungo la strada, sempre piuttosto accidentata ma non terribile, a 4488 m. arrivammo al lago Yamdrok.

È un lago d’acqua dolce ed è il più grande nel nord delle montagne dell’Himalaya (lungo 72 Km).

E’ situato sulla riva del Fiume Yarlung Tsangpo ed è uno dei quattro laghi sacri del Tibet (gli altri tre sono il Lhamo La-tso, il Namtso e il Manasarovar).

La superficie del lago è come uno specchio e con il bel tempo (noi lo vedemmo con il sole) acquista sfumature che vanno dal blu al turchese. L’altipiano è circondato da picchi dalle cime piene di neve e i tibetani pensano che abbia poteri trascendenti dovuti allo spirito della zona. Secondo la mitologia tibetana, Yamdrok, infatti, è l’incarnazione di una Dea.

Trovai adattissime queste parole di Fosco Maraini: “Il sereno alpestre di qui, con cielo azzurro cupo, giovani nubi bianche e felici in corsa perenne di cima in cima dell’Imalaia”

Proseguendo verso Gyantse si continua a salire e guardando in basso da una delle montagne vicine, il Lago Yamdrok appare, a detta dei tibetani stessi, “come un sacro zaffiro caduto tra le montagne.”

Uno dei passi montani più alti che si attraversano è il Kamba La Pass a 5000 m., dove trovammo la neve.

Non solo nevicava, ma il terreno era ricoperto da un manto bianco, su cui spiccavano nella foschia e tra le nuvole basse, le famose bandiere della preghiera che i tibetani piantano, insieme a tumuli di pietre, nel punto più alto del passo per benedire i luoghi e chiedere e ricevere protezione.

Le colorate bandierine (lung-ta, che letteralmente significano “cavalli del vento”), che si vedono sventolare, sono annodate tra loro mediante una lunga corda ed hanno quasi sempre dei mantra stampati che invocano armonia, compassione, saggezza, forza, pace e protezione. Si crede che il vento muovendole porti al cielo di continuo le preghiere in esse contenute, rinnovando senza sosta la richiesta di benedizione e protezione. Il tempo come detto era volto al brutto e dando voce ancora a Fosco Maraini, che ci ha lasciato nel suo “Segreto Tibet” una descrizione e una comprensione dell’animo e del mondo tibetano che ancora non ha uguali: “Il cielo è divenuto nero, non di tempesta che sarebbe troppo drammatico, ma di qualche inespressa angoscia delle nubi, alte, ferme, indifferenziate. Il silenzio ha voce di canto”

Eravamo tutti provati dall’altezza. Tutti con un lancinante mal di testa e con pochissima energia, molto irritabili, ma i luoghi erano di quelli che ti fanno dimenticare tutte le difficoltà e anche gli scatti di insofferenza a cui a turno qualcuno si lasciava andare erano da vedere nell’ambito di questo malessere ed erano di solito sdrammatizzati da Sylvio e dagli altri.

Una parola merita anche la città di Shigatse, la seconda del Tibet dopo Lhasa e sede della città monastica di Tashilhumpo, un monastero grande, sacro e sede tradizionale, come detto, del Panchen Lama . Fu fondato nel 1447. Le sue molteplici sale contengono pitture, thankha, statue di Buddha, la più grande delle quali è quella del Buddha Maitreya situata su un trono a forma di Loto, alta 26,2 metri e costituita da 279 kg di oro e 150.000 kg di rame ed ottone e racchiusa in una cornice di legno fatta da artigiani tibetani e nepalesi.

Avemmo la fortuna, grazie a Sylvio, che parlò con un abate del monastero , di avere il permesso di visitare in tutta calma il monastero dopo la chiusura al pubblico. Infatti i cinesi lo avevano riaperto come attrazione turistica, anche se all’interno molti monaci cercavano di mantenere vive le loro tradizioni e il senso religioso del luogo.

Questa visita al tramonto, ci permise di goderci il silenzio del luogo sacro, le preghiere e il salmodiare dei monaci in alcune sale, di vedere i libri tibetani, molti antichissimi, conservati in appositi scaffali. I libri tibetani sono delle pagine di pergamena staccate l’una dall’altra, lunghe e strette in cui sono contenute scritte in sanscrito ma anche miniature e bellissimi disegni. Le pagine sono racchiuse in una copertina fatta di legno spesso intagliato e legata intorno alle pagine del libro con tessuto. Potemmo cercare di comunicare con i monaci, che incontrammo, e l’abate ci accompagnò e rispose alla nostre domande. Un monaco ci offrì anche il tè con burro di yak. Declinarono tutti l’offerta ma io volli invece accettare, perchè mi sembrava scortese non farlo.

Il monaco contentissimo prese uno straccio lurido, pulì la sua tazza di metallo usata nelle cerimonie, ci versò il tè e me la porse con un inchino. Lo assaggiai, ricambiando l’inchino a mani giunte, cercando di non pensare a tutti i germi che stavo facendo felici e ringraziai, ottenendo anche una benedizione, che fu efficace, perchè, malgrado non una delle nostre norme igieniche fosse stata rispettata, me la cavai senza alcun problema. Aggiungo solo che il sapore del burro salato era intensissimo tanto da coprire il gusto del tè.

Durante il viaggio spesso il pullman si trovava a dover guadare fiumi e fronteggiare strade spazzate via da frane e dall’acqua dei monsoni. In una occasione il guado sfiorò la tragedia.

Eravamo in un posto dove più pullman si erano radunati perchè non trovavano il modo di attraversare il punto critico senza impantanarsi e creare un problema di ore e ore per liberare il mezzo.

Scendemmo come al solito tutti dal veicolo per alleggerirlo e i vari autisti si consultarono sul da farsi.

Il nostro autista era riconosciuto come il più abile, così decisero che avrebbe provato a passare per primo testando il percorso. Noi stavamo a guardare con ansia l’operazione dopo aver guadato a piedi in un punto dove in parte i sassi facevano da ponte, quando un turista spagnolo, convinto che il nostro pullman avesse voluto superare la fila e passare per primo, raccolse una pietra e la scagliò contro il parabrezza del veicolo, che stava lentamente attraversando. Sul parabrezza si formarono una stella di schegge, di cui una, per fortuna minima colpì l’occhio del pover uomo che guidava già tra mille imprevisti e tensioni. Eravamo attoniti e la sera in albergo facemmo rapporto alle autorità. Non so cosa successe, ma di sicuro so che gli levarono il passaporto come prima operazione. Il nostro guidatore ci continuò a condurre dopo le prime cure in attesa di far vedere l’occhio di ritorno a Lhasa.

Mi sono sempre chiesta senza trovare una risposta se sia stata una reazione inconsulta dovuta ll’altezza, oppure un attimo di follia o chissà quale meccanismo mentale fosse scattato per spingere una persona (circa trentenne) piccola di statura, mingherlina e apparentemente tranquilla e pacifica a trasformarsi in un aggressivo delinquente.

Dell’ultima tappa del nostro viaggio tibetano a Tsedang, ricordo e non si può dimenticare il palazzo del Yungbu Lakang nella valle di Yarlung.

Secondo una leggenda si tratta del primo palazzo costruito in Tibet. Fu sede del primo re del Tibet Nyatri Tsenpo. Divenne poi la residenza estiva del re Songtsen Gampo (604-650 CE) e della sua moglie cinese, Wencheng. Fu poi un santuario e infine sotto il 5° Dalai Lama (1617-82) fu trasformato in un monastero della scuola Gelug (Beretti Gialli).

Il luogo gode di una posizione magnifica. Arroccato su uno sperone di roccia domina la valle e lo sguardo può vagare a perdita d’occhio sulla pianura e sulle montagne che la circondano. Gli edifici furono pesantemente danneggiati nel corso della Rivoluzione Culturale riducendosi a un solo piano e poi nel 1983 fu ricostruito.

Una ripida salita porta all’edificio e ai suoi cortili e da lì il silenzio rotto solo dal vento, l’aria sottile per l’altezza, il colore azzurrino delle montagne brulle e il verde o l’ocra della piana formano un quadro di grande pace e raccoglimento. Ricordo che persino i due cani (i cani randagi in Tibet sono endemici e sempre famelici) se ne stavano tranquillamente e pigramente stesi su uno dei terrazzi formando un quadretto domestico tra la maestà del paesaggio.

Avremmo dovuto rientrare a Lhasa e prendere l’aereo di ritorno la mattina dopo, con partenza prima dell’alba.

Non ho menzionato infatti che la Cina ha unificato l’orario del Tibet all’ora di Pechino, ma essendoci una differenza di svariati fusi orari in Tibet la luce arriva tardi e tramonta tardi (alba alle 08:30 e tramonto dopo le 22:00).

Sylvio era molto preoccupato di questo viaggio da fare al buio su strade, che restavano pessime, visto le piogge monsoniche e temeva sia un ritardo, che ci avrebbe fatto perdere l’aereo, sia la difficoltà e poca sicurezza del percorso al buio.

Ci propose di ritornare a Lhasa nel pomeriggio e di dormire a Lhasa, ma c’era un problema: non c’era posto all’albergo dove eravamo stati in arrivo, l’unico possibile della zona era la guest house dell’aeroporto.

La cosa era, anche a detta di Sylvio, abbastanza sconvolgente, perché se gli ostelli sono ai minimi di comfort in Europa e in Asia sono decisamente malsani, in Tibet non osavo immaginare cosa avremmo trovato. Comprendevamo le preoccupazioni di una partenza di notte con un volo da prendere per giunta e quindi facemmo buon viso a cattivo gioco.

La sosta all’hotel dell’aeroporto si traformò in una avventura al di là dell’immaginazione.

Il posto era sporco ma le lenzuola nelle camere e gli pseudo bagni non avevano termini di paragone.

Ci ritrovammo nel corridoio su cui si affacciavano le camere, sconvolti. Mentre gli uomini usavano un linguaggio colorito, noi donne raccogliemmo tutti i disinfettanti di cui eravamo munite e procedemmo a rovesciarli dappertutto, Sylvio invece intimò alla concierge (nonché cameriera) di cambiare le lenzuola, che a mio parere erano lì senza una lavata da qualche anno. Ci erano passate davvero tante persone su quegli indumenti.

Basti dire che la cameriera arrivò con sguardo schifato, toccando le lenzuola con due dita e sostituendole con altre non molto meglio.

Malgrado durante tutto il giro avessimo fatto ricorso al sacco lenzuolo, questa volta non ce la sentivamo nemmeno di stendere il nostro sacco lenzuolo su quei materassi e quelle lenzuola, così ci riunimmo nella camera più grande dotata di un divano, due poltrone e sedie e passammo la notte insieme, chi giocando a carte, chi pisolando, ma spesso ridendo. Infatti passato il primo momento di sgomento avevamo finito per cogliere il lato umoristico della situazione ed ad ironizzarci su, prendendoci anche un po’ in giro. Ridemmo molto e facemmo ricorso alle nostre residue scorte alimentari.

Le scorte alimentari richiedono una spiegazione: prima di partire Sylvio ci aveva esortato a dividerci i compiti in modo che ciascuno portasse nel bagaglio qualche scatola di biscotti secchi o cracker e magari qualche lattina di cubetti di parmigiano sotto vuoto. Ero all’inizio rimasta perplessa, perchè mai nei miei viaggi precedenti e, se per questo, nemmeno in quelli che feci dopo, mi ero portata del cibo. Mi è sempre andato benissimo mangiare quello che si trova in giro per il mondo, anzi spesso il cibo locale si rivela un viaggio culinario nel viaggio, interessante e denso di scoperte.

Questa volta però mi fu spiegato che l’altezza e il malessere conseguente, spesso chiude lo stomaco e un biscotto secco aiuta molto di più di qualsiasi manicaretto. Inoltre, siccome la temperatura a cui bolle l’acqua scende con l’aumentare dell’altitudine di 1 grado C ogni 100 m. la temperatura media delle vivande non superava 65°C, in quanto eravamo mediamente a 3500 m, quindi, per esempio, una patata era cruda e dura come il marmo.

copyright 2018 (c) Claude H. Ostfeld

Era vero e lo sperimentai subito appena arrivata a Lhasa. La prima sera a cena mi trovai davanti una distesa di Momo (ravioli cinesi in versione tibetana) che mi piacquero moltissimo. Il giorno dopo il solo vederli mi provocò un rifiuto delle stomaco e per tutto il periodo, quando eravamo in alta quota facevo fatica a ingerire qualsiasi cosa che non fosse acqua, complice il mal di testa da altezza.

Quella sera il nostro pasto fu divertente e demmo fondo a tutto quello che avevamo, che non era poi molto. La mattina dopo, sempre in ambito cibo, si verificò un evento che mi tormentò per molti giorni dopo e ancora al pensiero mi fa sentire in colpa.

Con il bagaglio, che di fatto non avevamo aperto eccetto che per i disinfettanti e qualche salvietta umidificata, scendemmo per spostarci in aeroporto scettici di poter rimediare un tè.

Ci trovammo davanti una sala apparecchiata con un vero e proprio banchetto. Un pranzo che includeva anche le uova dei cento giorni. Ora immaginate dopo una notte insonne e alle 6:30 del mattino ritrovarsi con un pranzo di gala. Nessuno di noi era in grado di mangiare alcunchè a parte bere un tè, ma per i tibetani che avevano preparato tutto quel ben di Dio era un modo di accoglierci, magari facendoci dimenticare le disavventure dell’arrivo e compensarci. Credo che gli incidenti diplomatici e le incomprensioni tra popoli abbiano origine proprio da questi piccoli eventi. Ci sforzammo tutti di piluccare qualcosa per non offendere, ma fu poca cosa perché il nostro fisico si rifiutava di ingerire quasi tutto.

Cercammo con grandi sorrisi, inchini, mani giunte e ringraziamenti di limitare i danni di immagine reciproca, ma credo che resti uno degli incidenti più complicati dei miei viaggi.

Altrettanto difficile fu per me imbarcarmi sul volo diretto in Sichuan e dare l’addio al paese delle nevi, che era stato all’altezza dei miei sogni, ma anche mi aveva calato nell’attualità di un paese martoriato e perseguitato, di un popolo mite e pacifico, sistematicamente sradicato dalle proprie origini e dalla propria cultura.

Una sofferenza che mi aveva accompagnato nel profondo mentre toccavo con mano questa ricchissima civiltà secolare sul punto di perdersi.  

Viaggiatrice