La Pisa che non pende dalla sua Torre

Pisa è oggi una piccola città con poco più di 90.000 abitanti e non ricopre da secoli il ruolo primario, che ha avuto all’epoca delle repubbliche marinare e successivamente fino al 1406 quando fu conquistata da Firenze. Anche dopo, per la verità, grazie ai Medici, godette di splendore artistico e culturale, ma oramai nell’orbita fiorentina e con Firenze Pisa ha sempre avuto un rapporto conflittuale.

Basti dire che nei tre giorni che vi ho trascorso mi sono sentita narrare la sua storia con un campanilismo adatto al 1400 più che al ventunesimo secolo, dopo duecento anni di unità d’Italia. Eppure i pisani sono molto aperti e cordiali, malgrado il loro campanilismo. È un piacere parlare con loro, dai negozianti, agli albergatori ma anche alla gente che ti incrocia per caso.
Saranno stati i due anni di isolamento del Covid? Forse! Ma sono più propensa a credere che sia lo spirito marinaro pisano e l’orgoglio per questa loro città, che abbia ispirato le molte interazioni capitate in questo breve soggiorno.

Tra l’altro non bisogna dimenticare che Pisa è la sede di una prestigiosa università, presso cui confluiscono giovani da tutta italia ed anche dall’estero: si legge sul sito della Università Normale di Pisa:

“Uno dei principali scopi della Normale è individuare e coltivare il talento dei propri allievi e allieve, garantendo un insegnamento che sviluppi le capacità individuali in un contesto di convivenza, dialogo e collaborazione. Decine di ragazze e ragazzi sono selezionati ogni anno, tramite concorso, sulla sola base del merito. Entrati in Normale, sono ospitati gratuitamente nei collegi, vivono e lavorano insieme, si confrontano con studiosi e studiose di età, provenienza, formazioni diverse, sono avviati precocemente alla ricerca, vengono incentivati a fare esperienza in altre università e enti di ricerca, in Italia e all’estero.”

Di questo fattore bisogna tenere conto perchè Pisa è arricchita dalla presenza di tanti giovani di tante provenienze diverse e questo costituisce un ulteriore contributo alla disponibilità e apertura della gente.

La presenza di una nutrita gioventù si coglie subito per le vie cittadine e specialmente lungo l’Arno dove è facile vedere capannelli di ragazzi magari seduti sul parapetto del fiume a chiacchierare, a leggere o a mangiarsi un panino.

La sede dell’università si trova nella più famosa piazza di Pisa dopo quella dei Miracoli: la piazza dei Cavalieri. In origine era la sede del foro romano della città di Pisa, era poi, in epoca medievale, diventata il cuore politico del territorio urbano con il nome di piazza delle Sette Vie, perchè qui confluivano sette strade a raggiera. Su questa piazza finirono per affacciarsi il Palazzo del Popolo e degli Anziani, i tribunali, la residenza del Podestà e il palazzo dell’Orologio, già appartenuto alla famiglia Gualandi, che incorporò la famosa torre della Muda o Della Fame, dove nel 1289 morì il celeberrimo conte Ugolino che, secondo la leggenda, mangiò i figli e nipoti,  come viene raccontato in uno dei  canti più famosi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno, XXXIII).

Successe però che il duca Cosimo I De Medici (c’è una sua statua proprio davanti all’università) scegliesse quella piazza come sede dei Cavalieri di Santo Stefano (la sua cavalleria marinara) requisendo i palazzi che vi si affacciavano. I Pisani mal digerirono questa imposizione e soprattutto mal digerirono che al fiorentino Giorgio Vasari fosse stato dato l’incarico di  ridisegnarla, trasformandola e smantellando l’originario impianto medievale. Vasari tra l’altro demolì la vecchia chiesa di San Sebastiano e vi costruì la Chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri (1565-1569).

Al di là delle beghe tra Pisani e Fiorentini, la piazza resta bellissima nel suo complesso e nella sua vastità  e ogni palazzo merita attenzione.

Il lungo fiume è un’altra calamita del centro abitato, perchè da appassionati fotografi ci siamo fatti rapire dagli scorci, dai colori, che la luce disegnava sull’acqua e sui palazzi, dalla chiesa di Santa Maria della Spina, che si specchiava in Arno e dai suoi ponti. Se il Lungarno è a Firenze maestoso, a Pisa è più intimo, quasi più familiare, ed, essendo la città relativamente piccola, ti capita di incrociarlo di continuo come un punto di riferimento amichevole.

Fu il nostro primo contatto con la città perchè, appena arrivati, decidemmo di costeggiarlo diretti al Museo di San Matteo.

Questo piccolo, ma prezioso museo ha un sistema di ingresso particolare: apre quattro volte al giorno a orari fissi, quindi ci presentammo puntuali alle 17:30 e fummo accolti da una signora, che ci avrebbe fornito solo alcune informazioni e indicato  il percorso di visita, lasciandoci poi liberi e direi padroni del museo (eravamo in tutto in 6) .

La raccolta di opere d’arte si trova nell’antico convento medioevale  di San Matteo, in una piccola piazzetta con di fronte l’Arno. Il sole era ormai praticamente tramontato, ma  sembrava quasi controvoglia, perchè a tratti squarciava le nuvole con bagliori di fuoco, amplificati dall’acqua del fiume e dalle nuvole stesse, che lo contrastavano in tutte le tonalità del grigio e del bianco tra qualche raro spazio blu scuro. Sullo sfondo si profilavano le silhouette dei palazzi e qualche torre e campanile oramai avvolti dal nero della notte incombente. Con questa immagine ancora negli occhi entrammo per ritorvarci in un chiostro quadrato , rilsalente all’XI secolo, ma poi modificato nel ‘500 con l’aggiunta del portico in cui la nostra ospite ci ragguagliò rapidamente sull’edificio e sulle collezioni contenute. Il Museo contiene alcuni capolavori assoluti, come la parte archeologica (di epoca etrusca, romana e paleocristiana), l’arte bizantina, ma soprattutto  la pittura pisana fino al 1300 (la sala delle croci lascia senza fiato, così come la pala di Simone Martini, la Madonna del Latte di Andrea e Nino Pisano, etc)  e poi opere del 1400 toscano (oramai Pisa era sotto il dominio di Firenze, che a dire il vero la innondava di investimenti artistici con grandi pittori e scultori che vi lavoravano).

Si trova ad esempio una scultura di Donatello, un quadro di Gentile da Fabriano, Masaccio, Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Il Ghirlandaio.

Introducendoci a ciò che avremmo visto, la signora che faceva gli onori di casa ci disse che mentre tutto quanto contenuto nel museo fino al 1300 era l’espressione della cultura e tradizione pisana, questa caratteristica si perdeva nelle sale dedicate al 1400 in quanto pur con grandi capolavori, l’anima pisana era stata snaturata anche artisticamente dalla prevalenza di arte imposta da Firenze.

Come campanilismo non sopito non c’era male. Mi tenni a mente questo commento lungo il percorso molto coinvolgente, anche per la disposizione delle opere. I locali del convento sono sapientemente illuminati da luci soffuse,  che creano spesso giochi di  ombre sulle opere, aumentandone il fascino.

Detto questo devo ammettere che la maggior attrazione della città non poteva non essere la Piazza dei Miracoli e di conseguenza fu il fulcro della nostra visita.

Ne avevamo tenuto conto già nella scelta dell’albergo letteralmente a due passi dalla piazza.

L’albergo era vecchiotto (c’erano ancora le chiavi per le camere, oramai sostituite dovunque dalle carte elettroniche), le stanze un po’ piccole, ma tenuto benissimo, con un personale molto professionale, gentile e disponibile, ma soprattutto con un terrazzo al quinto piano da cui sembrava di toccare la torre pendente, la cattedrale e il battistero con sullo sfondo le montagne appenniniche con qualche cima spruzzata di neve.

Nella luce del primo mattino avevo la sensazione di essere in un magico cerchio di luce e bellezza: ai piedi le stradine ancora poco animate, la via con i palazzi colorati e  gli ombrelloni rosso scuri dei vari dehor di ristoranti e caffè ancora chiusi, che si armonizzavano con i colori delle tegole dei tetti sopra i quali ci innalzavamo. Davanti agli occhi la piazza dei Miracoli con i suoi marmi policromi bianchi e grigi in netto contrasto con il caldo colore mattone dei tetti e il verde della piazza e della campagna alle spalle fino alle montagne. La giornata era bellissima e il vento, un compagno costante di queste giornate, manteneva tersa  l’aria piuttosto frizzante (per non dire freddina).

Dopo questo bagno di luce eravamo pronti ad affrontare da vicino ed immergerci nella piazza.

Un’unica prenotazione era necessaria, che imponeva solo un orario per salire sulla torre, per il resto si poteva organizzarsi come si voleva e il biglietto funzionava da pass insieme al green pass.

Dunque salita alla torre come primo appuntamento.

Il luogo  era molto animato, il sole brillava e l’ascesa alla torre si snodava con precise regole: un gruppo saliva ogni mezz’ora intervallato dalla discesa con lo stesso ritmo.
Il turismo sembra essere ripartito finalmente e si sentiva parlare  l’inglese, lo spagnolo, lo slavo oltre a cogliere qualche frase orientale. La piazza dei Miracoli era piena di gente e i bar intorno, nonostante i tanti tavoli all’aperto, erano al completo. Un moto di gioia e anche un pizzico di disappunto, soffocato subito, da parte mia per la difficoltà di scattare foto e godersi il paesaggio in tranquillità.

La torre pendente risale al 1173 e incominciò ad inclinarsi già al completamento del terzo ordine o cerchio. La ragione risiede nel fatto che il suolo sottostante è sabbioso e le fondamenta sono poco profonde (tre metri). Malgrado ciò si proseguì nella costruzione fino alla cella campanaria dove furono installate le sette campane ancora oggi visibili.

E’  alta approssimativamente 56 metri con una pendenza di circa cinque metri rispetto alla verticale nel punto più alto.  La pendenza, che l’ha resa famosa in tutto il mondo, è sempre stata un motivo di grande preoccupazione per i responsabili della sicurezza e della conservazione del monumento.

Ho trovato online questa descrizione delle attività di restauro e consolidamento che hanno tenuto chiusa la torre per più di dieci anni:

“Dal 07 gennaio 1990, quando la Torre fu chiusa al pubblico, per problemi di sicurezza, grazie ad ingenti lavori di consolidamento, l’inclinazione è diminuita di molto: fino ad oggi, lo strapiombo è diminuito di circa 2 metri…quando in passato aumentava di circa un millimetro ogni anno. I tecnici hanno riportato l’inclinazione che la Torre avrebbe dovuto avere circa due secoli fa.  Per aver portato in condizioni di maggiore sicurezza la Torre, dal 15 dicembre 2001  il monumento è stato nuovamente riaperto al pubblico. La pendenza della torre è stata ridotta tramite cerchiatura di alcuni piani, applicazione temporanea di tiranti di acciaio e contrappesi di piombo (fino a 900 tonnellate) e sottoescavazione. La base è stata inoltre consolidata e secondo gli esperti questo consentirà di mantenere in sicurezza la torre per almeno altri tre secoli, permettendo così l’accesso ai visitatori.”

Ero dunque in cima a questa che gli americani chiamano la “Leaning Tower of Piza” e mi godetti il paesaggio, le colonne, gli scorci della città ma anche la cella campanaria, perchè ottenemmo dall’addetto al traffico sulla torre di saltare un turno e di restare fino alla salita del gruppo successivo.

Quindi per una manciata di minuti fummo i soli in questo spazio silenzioso a parte il rumore del vento. Eravamo all’ombra se non per qualche raggio di sole che proiettava giochi di luce sulle pareti, sul pavimento e sul vetro, che chiudeva la tromba della scala. Alzando lo sguardo  le pareti della torre facevano corona a un cielo azzurro intenso. Mi è sembrato di essere lontano da tutto, soprattutto dallo scorrere del tempo e dall’agitazione che animava la piazza. L’illusione si interruppe presto e ci ritrovammo a scendere su gradini scivolosissimi e inclinati senza alcuna corda che fungesse da corrimano.

Di nuovo al piano della piazza ci dedicammo alle tante altre sorprese che riserva questo luogo, a incominciare dal Duomo.

In stile romanico pisano, il duomo si staglia sulla piazza e davanti alla facciata la mattina con il sole alle spalle incantava, ma, entrando, un’altra forte emozione mi attendeva. Il mio sguardo, infatti, si è polarizzato sul mosaico del Cristo Pancreatore che domina l’abside. Cristo tra San Giovanni e la Vergine è l’unica opera documentata di Cimabue (sembra che Cimabue sia autore in realtà solo del San Giovanni). Il maestro vi lavorò nel 1301 ma l’anno dopo morì e la sua opera fu completata da Francesco da Pisa e Vincino da Pistoia nel 1320.

Mentre mi muovevo per la chiesa che ha davvero tantissimo da offrire, sia in termini di visione d’insieme che di particolari opere, lo sguardo tornava di continuo a quel mosaico che mi aveva stregato non saprei dire perchè.

Naturalmente camminando tra le navate  e il transetto, alzando gli occhi verso l’alto con la luce che entrava dalle vetrate e giocava magistralmente con il marmo bianco e nero e le colonne in stile corinzio, mi trovai a fare molte soste, una fra tutte quella davanti al pergamo di Giovanni Pisano.

Nel 1595 il duomo patì un incendio che ne distrusse parecchie parti e il pergamo si salvò ma fu smontato durante i lavori di restauro e non più rimontato fino al 1926. Purtroppo non c’era documentazione su come fosse prima di essere smantellato e quindi quello che vediamo oggi probabilmente non ha le parti nello stesso ordine originale e nemmeno è orientato come era stato voluto, per giunta anche la posizione si pensa non sia quella originaria, che doveva essere vicino all’altare maggiore.

Sia come sia è stupefacente con le sue storie del nuovo testamento scolpite come un ricamo tridimensionale fitto e compatto su colonnine, di cui due appoggiate su magnifici leoni.

I leoni scolpiti sono una mia passione e attirano sempre la mia ammirazione, questi non hanno fatto eccezione e sono stati un dettaglio di questa opera magistrale che mi ha come sempre colpito.

C’e’ un altro particolare, oltre il pavimento originale in mosaico cosmatesco davanti all’altare, e si tratta di una leggenda: si dice che Galileo abbia elaborato la sua teoria sull’isocronismo del pendolo guardando oscillare il lampadario per l’incenso appeso al soffitto della navata. Oggi c’è ancora un lampadario in quella posizione, chiamato appunto “la lampada di Galileo” ma non è l’originale, che era molto più piccolo e quindi oscillava al vento (oggi è conservato nel Campo Santo).  

Avevo letto che Il battistero ara ancora chiuso per restauri quindi non pensavamo fosse possibile vederlo all’interno; invece, era aperto e ne approfittammo con gioia. Questo battistero mi è meno caro di quello di Firenze o Siena ma sono stata felice di entrarci e ci sono alcuni particolari interessanti come, ad esempio, la cupola che copre solo il giro interno dei pilastri e originariamente era aperta, come il Pantheon ,ma in questo caso l’acqua non veniva raccolta per riempire il fonte battesimale.  L’interno è molto semplice e privo di decorazioni, ma per contro ha una incredibile acustica (è famoso in tutto il mondo l’eco che si forma e che ricorda il suono dell’organo).

Una passeggiata nel cimitero e tra le Sinopie non poteva mancare. La sinopia è il “colore rossastro d’incerta composizione, usato un tempo dai pittori di affreschi per i disegni preparatori (detti anch’essi sinopie )”. Ma, andando con ordine, parliamo un momento del  campo santo con la sua struttura che si sviluppa su un chiostro oblungo in gotico fiorito iniziato nel 1278 ma terminato solo nel 1464. I suoi muri erano tutti affrescati da importanti maestranze, tra cui Benozzo Gozzoli. A dire il vero il più importante e il più impressionante è il  realistico Trionfo della Morte, opera di Buonamico Buffalmacco. Purtroppo gli affreschi furono fortemente danneggiati da un incendio scoppiato a seguito di un bombardamento del 1944, che fece collassare il tetto in piombo, che si fuse per il calore, provocando un disastro gravissimo alle opere pittoriche.
Durante il restauro, iniziato nel 1945 e non ancora completato vennero recuperate le Sinopie che oggi si possono ammirare al museo dall’altra parte della piazza dei Miracoli.

Così lasciammo questo campo santo che nell’ora del meriggio offriva una vista attraverso gli archi del chiostro con chiaroscuri, quasi il sole scherzasse con i marmi sullo sfondo di un cielo di un blu screziato solo da qualche nuvola. Le arcate permettevano che la luce si riversasse sugli spazi interni e le tombe interrate brillavano a tratti, mentre quelle sui lati venivano valorizzate da questa luminosità, che si inseriva tra i bassorilievi dandogli quasi una vita propria.  Attraversammo la piazza sotto lo sguardo protettivo della torre e del duomo affollati di turisti ed entrammo nel museo, pronti a dedicarci al più ampio ciclo di grafica trecentesca e quattrocentesca fino ad oggi conosciuta.

La disposizone delle sale è ottimale perchè consiste in un ampio corridoio che si snoda tra le pareti altissime con le sinopie. Le  storie dell’antico testamento in questa monocromia di rosso su sfondo beige di così grandi dimensioni ti avvolgono e coinvolgono. La mia preferita non è il trionfo della morte ma la Tebaide, sempre d Buonamico Buffalmacco, la peggio conservata tra le opere, con i dettagli di difficile lettura per via del colore quasi sbavato, eppure quegli anacoreti penitenti sparsi per la campagna brulla quasi desertica, nelle loro povere e solitarie dimore mi hanno attratto subito, ed è qui che mi sono attardata, per poi salire su una scala che portava a un piano rialzato per vedere la parte superiore delle sinopie ma anche una serie di vetrine con le incisioni di  Carlo Lasinio (1759-1838), che offre l’unica completa documentazione visiva di quelle che furono un tempo le pitture murali del Camposanto pisano.

Incuriositi da questa raccolta, che riproponeva a colori quanto avevamo appena visto e molto di più, entrammo nello shop del museo per vedere se vi fosse qualche maggiore documentazione sull’argomento.

Non vidi niente così mi rivolsi alla giovane donna alla cassa per chiedere lumi.

Subito ci rispose che era una richiesta che le veniva rivolta sovente, ma purtroppo non è mai stato stampato niente, malgrado, proprio sulla base dell’interesse dei visitatori, lei avesse più volte sollecitato l’intendenza dei beni culturali, anzi il museo era disposto anche a scattare le fotografie necessarie ad allestire l’opera, ma finora le autorizzazioni non erano giunte.

La ragazza sembrava molto entusiasta e preparata sull’esposizione e su Pisa in genere, così fu lei a consigliarci una pubblicazione sul museo e il campo santo e poi, da lettrice a lettrice, finimmo per parlare di altri libri in vendita. Mi fece fare la conoscenza di un autore pisano che non conoscevo ( per quanto legga c’è sempre un universo sconosciuto che mi circonda): Sergio Costanzo, autore di romanzi storici sul medioevo e rinascimento pisano. Mi disse che lei li aveva letti tutti ma dovevo almeno leggere “ Io Busketo” (Busketo è l’architetto che diede inizio alla costruzione del Duomo nel 1063).  Io, non contenta, aggiunsi la “tavola dei Galilei” (che sto appunto leggendo).  Pagai e ringraziai di cuore questa giovane piena di entusiasmo e di passione per il suo lavoro. Mi rende sempre felice trovare persone (spesso donne giovani) dagli ampi orizzonti e professionalmente preparate, così glielo dissi facendola arrossire di piacere e me ne andai sorridendo tra me e me.

Dopo una serata in un ristorante  a pochi passi dalla piazza dei Cavalieri, ci preparammo a una domenica intensa di sorprese.

Ma io non ero soddisfatta del tutto della mia visita alla Piazza dei Miracoli e delle immagini che avevo scattato con tanta gente. Sentivo di non aver vissuto il giusto rapporto con questo luogo, che mi era sfuggito qualcosa, insomma decisi che la mattina dopo avrei messo la sveglia alle sei, quando era ancora buio e ci sarei tornata prima di colazione e del sorgere del sole.

Fu una scelta vincente e, malgrado odi alzarmi così presto, la mattina rispettai i propositi della sera e mi ritrovai alle 6.30 della domenica nella piazza deserta. C’era solo la camionetta dell’esercito a guardia 24 ore su 24 della torre pendente. Piano piano schiariva, i primi bagliori di una splendida giornata di sole e vento si facevano rapidamente strada e la meravigliosa luce dell’alba cedeva al sole nascente in una tavolozza di oro, rosato e rosso che invadeva il cielo, colorava le nuvole in corsa dietro il Duomo e sfumava le antiche pietre della torre e il retro del Duomo avvolgendole di toni caldi e brillanti, mentre le ombre lunghissime del primo mattino si riflettevano sul selciato e aggiungevano fascino ai capolavori artistici di matrice umana. I padroni del cielo erano pochi gabbiani e un paio di corvi e infine un aereo in lontananza in decollo che sembrava incendiarsi nel sole sorgente.

Per contro la facciata del duomo era in ombra, ma il rosato dell’alba faceva da sfondo e investiva invece il battistero di fronte.

Fa sempre un certo effetto il silenzio tra gli edifici antichi. Gli occhi possono concentrarsi sull’insieme e sui dettagli, la compagnia di qualche stridio di gabbiano e del vento danno respiro e la mancanza di umani contemporanei permette di percepire la presenza di quelli che ci hanno preceduto tanti secoli fa. Era quello che volevo, camminare tra la bellezza facendo nascere nella mente scene di un’epoca remota: la carrozza nobiliare, il carretto, le donne che andavano al mercato, i garzoni di bottega che si muovevano di fretta, il rumore degli artigiani, insomma storie andate perdute ma intensamente vissute sugli stessi luoghi che stavo calpestando.

Alle 7 e 20 circa ecco la prima coppia di turisti stranieri che volevano come me godersi il silenzio, la pace, il vento e la luce sulle antiche pietre.

Ero felice.  Adesso potevo dire di aver fatto la giusta esperienza di questa piazza veramente miracolosa. Credo che nessun nome sia più appropriato di “piazza dei Miracoli” e avevo sperimentato l’emozione che cercavo.

Tornai sui miei passi a far colazione in albergo e mi preparai ad affrontare la giornata.

Nella mattinata dopo una brevissima puntata al murales “Tuttomondo” di Keith Haring fu l’Arno a occupare di nuovo la scena. La chiesa di Santa Maria della Spina, un gioiello del gotico pisano, tanto piccola quanto suggestiva, sulla riva sinistra del fiume ci fece trascorrere del tempo in ammirazione, così come i ponti, da cui non si finiva di cogliere immagini, e i campanili delle chiese e poi un caffè sempre con l’Arno a portata di vista. Ma la vera sorpresa ce la riservò il pomeriggio.

Avevo sentito di un museo aperto nel 2019: il museo delle Navi Antiche e avevamo prenotato una visita guidata, perchè confesso tutta la mia ignoranza sugli scafi e la navigazione, anche se in mare ci passerei la vita. Dunque, senza troppe aspettative ma con curiosità ci recammo nel sito museale, che già di per sè mi incuriosiva. Infatti, la sede dell’esposizione sono gli arsenali medicei e l’ex convento di San Vito sul Lungarno Simonelli. Risalgono al tempo di Cosimo I de Medici intorno al 1548.

Da arsenali per le galee dei Cavalieri di Santo Stefano, successivamente  furono trasformati in centro di riproduzione ippica nel periodo Granducale e fino al XIX secolo, quando, sotto i Lorena, gli arsenali diventarono la sede di una scuderia reale.

L’impianto museale si inserisce proprio in questa struttura di scuderia con i box dei cavalli trasformati in  sale contenenti reperti specifici.

Decisamente affascinante il luogo. Non era difficile immaginare il battito degli zoccoli dei cavalli e i loro sbuffi e nitriti nelle varie celle, quando erano a riposo. I purosangue sono stati sostituiti dalle scoperte archeologiche che risalgono al 1998, quando sotto l’attuale stazione ferroviaria di San Rossore, fu rinvenuto un sito di impensata importanza. Le maestranze che conducevano i lavori per la stazione si sono trovati davanti ad una zona archeologica complessa dove, aggrovigliati in una unica matassa, c’erano una distesa di navi, resti organici, reperti piccoli e grandi (tra cui un’infinità di anfore). Ci sono voluti vent’anni di studi interdisciplinari per venire a capo del rebus e i risultati di tanto affascinante lavoro oggi sono visibili nel museo, allestito con criteri moderni e con un percorso così coinvolgente come potrebbe essere lo scorrere di un film o delle pagine di un libro. Una vera e propria storia di avventura, ricchissima di colpi di scena e di sorprese.

Il sito da cui provengono tutte queste meraviglie era ai tempi dei romani un attracco, carico e scarico tra il fiume Auser (che oggi si chiama Serchio) e un canale, che formavano un bacino dove dal mare risalivano le navi provenienti  o in partenza per tutto il Mediterraneo.

Come detto entrando nelle sale del museo si entra in una storia di scambi, di vita di mare e anche di alluvioni, di ricostruzioni, di ripartenze. Gli archeologi hanno praticamente ricostruito ripercorrendo  a ritroso 1200 anni, la storia di questo braccio fluviale e delle sue alluvioni ripetutesi dal VI secolo a.c al VII d.c., rinvenendo reperti di navi e grandissima parte dei carichi in perfetto stato di conservazione.

Ci troviamo di fronte navi da carico , una nave da guerra riconvertita in nave da diporto, con filmati che ne raccontano la presunta storia della loro distruzione per la furia delle acque. Ma ciò ch affascina sono le vicende individuali che sono arrivate fino a noi. Ad esempio è stato trovato un uomo con il suo cane. Sul fondale della nave B (così è contrassegnata) si è rinvenuto lo scheletro di un marinaio travolto da un’ondata mentre tentava di salvare il suo cane. I due scheletri sono esposti con riportata la poesia di T.S.Elliot.
“Phleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il vortice profondo del mare
E il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
Rivisse gli stadi della maturità e  della gioventù
Entrando nei gorghi. Gentile o Giudeo
O tu che giri la ruota e guardi sottovento
Pensa a Phleba, che un tempo è stato bello e alto come te.”

Poi c’è un orcio che era stato impeciato per renderlo impermeabile e sono visibili ancora le ditate di chi, finito il lavoro, ha toccato con i polpastrelli sporchi l’orcio. Poi c’è un cesto di fibre contenente la pece, che si è rovesciato e la pece si è sparsa intorno arrivando fino a noi. Una bellissima ancora lignea (una rarità) domina una sala.

E poi sappiamo che non esistendo trasporti pubblici via mare, chi voleva viaggiare doveva farlo sulle navi da trasporto merci. Ogni nave, per legge doveva mettere a disposizione alcuni spazi per trasportare le persone. Erano stretti e non confortevoli e fino a noi sono giunti alcuni oggetti che appartenevano di sicuro ai passeggeri e non ai marinai come un sandalo in legno, parte dell’esposizione.

Questi sono alcuni esempi di ciò che ha colpito me anche se tantissime sono le scene di vita che si possono rievocare camminando per queste sale e guardando queste navi di legno, che solcavano i mari con i loro carichi di vite umane, di speranze, di terrori. Ecco un museo dovrebbe fare proprio questo: riportarti al passato con le sue bellezze e le sue traversie, con i segni che lasciamo ai posteri. In Italia negli ultimi anni sono stati tanti i luoghi museali che hanno adottato questo modo di esporre e raccontare il passato, primo fra tutti il Museo Egizio di Torino.

Ho veramente in questi tre giorni lasciato fuori dalla mente la guerra, che incominciava ad infuriare in Ucraina, i due anni di pandemia, i piccoli e grandi crucci quotidiani e mi sono beata di questo gioiello toscano e di questa breve fuga dalla quotidianità riempendo la testa di “quelle egregie cose che bella e santa fanno al peregrin la terra, che le ricetta.” (Ugo Foscolo – I Sepolcri)

Viaggiatrice