È una bella città Bolzano, anche se a dirlo sono io, che sono di parte, visto che ci sono nata.
Una bella città dicevo, perché a misura d‘uomo, con ampi spazi verdi, con un centro abbastanza compatto da poter essere percorso a piedi, con un quartiere residenziale antico, che racconta storie di un tempo, quando era l’impero Asburgico a governare la regione. Ma forse il suo pregio maggiore è dove è situata: in una conca circondata da montagne dolomitiche e punto di partenza per infinite escursioni, che nel giro di qualche manciata di chilometri ti portano in montagne belle come poche altre al mondo.
La città si presenta con una architettura gotica, che convive con monumenti e costruzioni di epoca fascista, con qualche segno del medioevo e dà spazio anche all’architettura moderna. Vi si trova un castello immerso nel verde dei vigneti quasi in centro città, un assaggio dei molti castelli del circondario dove la storia medievale sopravvive tra pietre e valli.


Volendo percorrere a piedi qualche strada cittadina si può partire da piazza Walther, voluta da Massimilano di Baviera e considerata la piazza più importante di Bolzano, dove su un lato troneggia il Duomo gotico, mentre l’ampio centro della piazza è famoso perché, nel periodo natalizio, diventa sede del mercatino di Natale.


Sulla piazza si affaccia anche il mio albergo preferito: il Grief (ossia il Grifone).

Il palazzo risale al 17° secolo, anche se di una locanda Grief se ne ha traccia fin dal medioevo. Completamente ridisegnato e ristrutturato alla fine degli anni 90, ha mantenuto maioliche e ambienti antichi inseriti nel comfort elegante e discreto delle camere e della sala da pranzo e da colazione.
Un capitolo a parte si deve aprire sulla colazione del Grief, perché entrando la mattina nella bella sala con maioliche antiche alle pareti e un piccolo dehors, dove sedersi a colazione, se il tempo è clemente, si inizia una esperienza memorabile.
I prodotti sono tutti provenienti da agricoltura e allevamento locale, così a incominciare dalla frutta dove non mancano mai i frutti di stagione tra cui i mirtilli rossi cotti, da aggiungere allo yogurt o a quello che si vuole. Una ampia scelta di formaggi è accompagnata da varietà di miele e da marmellate di frutti di bosco, mirtilli rossi, mirtilli neri, ciliege. Veniamo poi alle uova ordinate e fatte sul momento. Da provare le uova strapazzate con lo speck. Ovviamente prosciutti, speck e salame abbondano, così come una varietà infinita di pane nero e di torte fatte in casa.

A questo punto aggiungo una parola sulla signora che governa la sala: vede tutto, arriva in un secondo anche se la sala è piena, si ricorda che cosa hai ordinato il giorno prima e ha un sorriso e una battuta bilingue per tutti. La professionalità e la simpatia fanno, come sempre la differenza.
Con una partenza così si può affrontare qualunque fatica quotidiana. Lasciamo così rifocillati Piazza Walther per avviarci verso la Piazza delle Erbe a pochi passi.
In questo breve cammino si incontra, in via Goethe, uno dei pochi chioschi mobili superstiti, che vendono i wurstel con la senape.

Prima di affacciarsi su Piazza delle Erbe si trova un bel palazzo verde con una terrazza sopra elevata con tavoli apparecchiati per pranzare o cenare. Siamo al Forsterbräu Central un ristorante di cucina tipica altoatesina molto curata. Mentre all’esterno (specie d’estate) l’atmosfera è vacanziera e sempre affollata, all’interno sembra di tornare indietro nel tempo in locali a luce bassa, che ricordano le Stube ma con forse maggiore eleganza, accentuata dal servizio, dalle tovaglie bianche sui tavoli e dall’attenzione nei dettagli della tavola apparecchiata.


Ho molti ricordi di cene fatte qui in compagnia di due zie, con cui condividevo (e con una ancora adesso) varie passioni: dalla lettura, ai viaggi, alle passeggiate in montagna. Era anche piacevole fare, davanti a una birra quelle chiacchiere insignificanti (gli anglosassoni le definiscono perfettamente, chiamandole small talk), che avevano il pregio di aggiornarmi su quanto succedeva in questa città e alle persone che conoscevo, dal momento che io non vivo qui e ci vengo solo saltuariamente. Era il classico” come sta tizio, che fine ha fatto caio, hanno aperto un nuovo negozio, ne hanno chiuso un altro”, piccole cose che rendevano ancora più viva per me questa città.
Infine prima di proseguire bisogna sottolineare che il locale è una birreria, anche se chic, della Birra Forst, il produttore o, volendo, mastro birraio più importante in Italia. La fabbrica è vicino a Bolzano, a Lagundo.
Ed ecco la Piazza delle Erbe che, anche se negli anni è cambiata, resta un tripudio di colori, con fiori e frutta e verdura impilati sui banchi di vendita. Di questo mercato si ha la prima notizia documentata nel 1295 e, altra curiosità, la fontana di Nettuno, che domina un angolo della piazza, era stata istituita nel 1700 ed era l’unica fontana monumentale di quel secolo, costruita per motivi igienici e di approvvigionamento dell’acqua. Sorge dove sorgeva la gogna, dove i condannati venivano messi alla berlina.


Dopo la sosta in questa piazza così tipica e densa di storia, dove da bambina venivo regolarmente con mia nonna a fare acquisti, viziata dai venditori di frutta e verdura dell’epoca, sempre affascinata dalla abilità di mia nonna di passare dall’italiano al tedesco e viceversa con grande naturalezza e senza soluzione di continuità, ci si può inoltrare sotto i portici, uno dei simboli della città, per una passeggiata tra negozi e caffè, ospitati in palazzi antichi, ricchi di ferri battuti e archi. Sono da secoli il cuore pulsante dello shopping. Voluti dal vescovo di Bressanone come luogo di commercio riparato, hanno mantenuto sempre la stessa funzione anche se sono stati restaurati nel corso dei secoli.

Ritornando in Piazza delle Erbe si può prendere la via Museo, dal lato opposto dei portici, ed arrivare al forse più importante museo archeologico della regione, la casa di Otzi, l’uomo venuto dai ghiacci.
È una visita imperdibile, un “unicum” nel suo genere. Viene infatti qui conservata la mummia di un uomo vissuto tra 3400 e 3100 AC, ritrovato nel 1991 vicino alla montagna del Similaun, sul confine tra Italia e Austria. Fu oggetto di una dura diatriba tra Italia e Austria per averne il possesso e questa volta l’Italia l’ebbe vinta, perché il ritrovamento era, anche se per pochi metri, in territorio italiano.
Il museo è un gioiellino e la visita un vero viaggio a ritroso nei millenni. La storia di Otzi, questo misterioso uomo-cacciatore delle caverne, è coinvolgente e tutte le ipotesi fatte dagli scienziati su chi fosse, come fosse morto, come sia rimasto sotto la neve per tanti secoli, ce lo rendono familiare e trasformano questo reperto archeologico nell’uomo comune, che è stato. È come se una finestra sulla quotidianità di allora si fosse aperta e ci permettesse di curiosare nella vita di tutti i giorni della preistoria.
Usciti dal museo in pochi passi si arriva al ponte Talvera. Il fiume Talvera, affluente del fiume Isarco che sfocia poi nell’Adige, scorre allegro e rapido tra i sassi e il verde che lo circonda. Infatti intorno alle sue rive sono stati creati parchi, sentieri per le passeggiate e prati. Seguendo le passeggiate del Talvera si ha tra l’altro una magnifica vista della montagna del Catinaccio e si ha una bella vista del Castello di Bolzano, che si può raggiungere per un’altra via.




Proseguendo oltre il ponte ci si trova davanti il monumento alla Vittoria, molto contestato e pomo della discordia a lungo tra etnia di lingua italiana e quella di lingua tedesca. Prendendo a destra del monumento e percorrendo i il corso Libertà, un viale commerciale di nessuna attrattiva particolare, si arriva a Gries, che oggi è uno dei quartieri della città, ma fino al 1925 fu un comune indipendente.
Centro agricolo di età medievale diventò un mercato all’epoca di Francesco Giuseppe. Ancora oggi conserva le caratteristiche di un borgo a parte con il suo centro su una piazza dominata dal convento benedettino e dalla chiesa barocca di sant’Agostino. Le due costruzioni sono attaccate l’una all’altra e creano con la loro diversità di stile un contrasto a cui mi sono molto affezionata.
C’è da dire che io sono nata qui e sono stata battezzata nella chiesa di Sant’Agostino, quindi tutti i miei commenti sulla bellezza di questo quartiere sono anche legati al mio affetto per questo luogo.
Il monastero lascia intravedere al suo interno le vigne e sembra che il tempo si sia fermato ai tempi di Francesco Giuseppe, del cui impero la città ha fatto parte fino alla prima guerra mondiale.

A pochissima distanza si trova la chiesa parrocchiale circondata da un piccolo cimitero storico e immersa nel verde di vigneti e alberi.
In questo quartiere è ancora possibile inoltrarsi in una stradina pedonale tra le vigne e qualche casa antica. Il tempo è sospeso e non si fatica ad immaginare contadini che trascinano i loro carri sul lastricato, uscendo da una vigna per andare al mercato. L’illusione cessa uscendo su una strada a più alto scorrimento ma sempre abbastanza tranquilla. Tutto il quartiere ha viali alberati e abitazioni residenziali ed il verde certo non manca.
Nella piazza di Gries si trova l’antico Hotel Posta proprio di fronte al convento, con una sala ristorante tutta in legno dove assaggiare la cucina altoatesina e l’immancabile, almeno per me, omelette con i mirtilli.






Nell’angolo della piazza poi si trova la mia pasticceria preferita: “il Metz” che fa lo strudel più buono di Bolzano oltre ad una varietà di dolci tirolesi come la “foresta nera” e il “moretto”, dove la panna e il cioccolato scorrono a fiumi. Forse il modo migliore per godersi la vista della piazza è sedersi nel dehors di Metz, ordinare un caffè e una fetta di strudel e osservare la vita intensa di macchine e pedoni, sullo sfondo dell’immobile e senza tempo complesso monastico e, più lontano, le montagne coperte di vegetazione.
Ma è doveroso da Bolzano muovere qualche passo nei dintorni per godere di panorami sulla città e sulle montagne, che tolgono il respiro.
Fra tutti, il mio giro preferito è salire al Renon e sarà facile capire perché dopo aver letto le righe che seguono.
In meno di venti minuti si arriva alla cabinovia del corno del Renon, che con una salita molto panoramica nella valle, porta in cima all’altipiano a 2060 metri di altezza. A onor del vero ci sarebbe un altro modo per giungere qui, ovvero a piedi, ed è una discreta faticata con un dislivello di oltre 1600 metri, che io non ho mai fatto.


Arrivati su ci si trova davanti a uno degli spettacoli più fantastici che si possa immaginare. Il corno del Renon è considerato il posto con la più bella vista panoramica a 360° dell’Alto Adige.
“Chi voglia abbracciare il Tirolo in un colpo d’occhio risalga queste cime” scrisse, a proposito del Corno del Renon, Ludwig Purtscheller, alpinista della fine del XIX secolo. “La vista qui è libera da ogni ostacolo e lo sguardo può vagare tutt’intorno all’infinito: dalle Dolomiti, patrimonio naturale dell’umanità UNESCO, che si estendono da sud-est fino al sud, con le cime del Sasso Putia, valicando il gruppo delle Odle fino allo Sciliar, passando dal Catinaccio al gruppo del Latemar, fino alle cime del Corno Nero e del Corno Bianco. A nord s’innalzano le maestose Alpi sarentine, dietro cui si possono ammirare le Alpi dello Stubai. Nelle giornate più terse dal Corno del Renon è possibile scorgere il massiccio dell’Ortles e a est il Großglockner.” Così recitano le guide turistiche.
L’emozione che provoca la vista di tanta bellezza però è molto personale e quasi sempre crea una sorta di turbamento e di rispetto reverenziale.
Ci sono arrivata l’ultima volta nel mese di luglio 2020, durante l’intervallo tra la prima e la seconda ondata di Covid. Davanti a quello scenario mozzafiato di montagne, che circondano come in un abbraccio, ma di un’imponenza, che mi faceva pensare alla sede degli dei dell’Olimpo, con i piedi appoggiati su campi verdi, che si stendono a perdita d’occhio, con un cielo e un’aria limpida che un po’ ubriaca, mi sono sentita sopraffatta e così felice da gridare in silenzio dentro di me “Tempo ti prego fermati in questo istante di perfezione”.
Staccando gli occhi dal Sasso Lungo, dal Sasso Piatto, dallo Scilliar, che domina l’Alpe di Siusi, visibile da qui e girandosi, ecco in lontananza le Dolomiti di Brenta e il ghiacciaio dell’Adamello. Insomma una vertigine di picchi strepitosi e di valli creano l’impressione di uno spazio abitato da giganti pietrificati dalle forme e dalla personalità diverse e inconfondibili.
Guardandomi intorno, dopo aver a fatica distolto gli occhi dalle montagne, colsi tante scenette di vita montanara e giornaliera, come il gallo dietro a uno steccato, le pecore al pascolo, una gallina chiocciante, due mosconi su un fiore, i pini carichi di pigne, in sostanza l’umile vita contadina, tutt’altro che priva di fascino, messa a confronto con la maestosità della montagna, due facce di una stessa medaglia, che contribuiscono a rendere unico il luogo.


Ultima esperienza della giornata una sosta al rifugio Schwarzseespitze per un piatto di Kaiserschmarren. Si tratta di una variante dell’omelette con uvetta e zucchero a velo servito a pezzetti.

A quel punto cabinovia per 10 minuti, e poi in macchina in una discesa verso la città che si domina dall’alto, non senza un paio di soste, su mia richiesta, per riprendere una chiesetta e per un ultimo sguardo a quel paesaggio che sento mio e che chiamo casa, anche se da tutta una vita vivo a Milano.
Fabrizia Cataneo


