Anche l’Italia approvò provvedimenti antiebraici
Quando ho visitato il Memoriale della Shoah di Milano – realizzato nei sotterranei della Stazione Centrale, presso il Binario 21 – ho ripensato alle parole degli architetti (Annalisa de Curtis e Guido Morpurgo) a proposito della difficoltà, per un progettista – ma per chiunque, aggiungo io – di confrontarsi con un tema, “tanto tragicamente connesso al senso di colpa della società europea”, come quello della deportazione, per motivi razziali e politici, durante la Seconda Guerra Mondiale.
La Stazione Centrale di Milano, oltre ad essere una delle maggiori porte di accesso e partenza dalla città, è stata infatti testimone di un pezzo di storia che ha visto – anche l’Italia – partecipare attivamente alla persecuzione del popolo ebraico approvando, a partire dal settembre del 1938, dei provvedimenti legislativi antisemiti. Tra il 1943 e il 1945 partirono infatti 20 convogli dal binario, posto sotto la stazione, che veniva normalmente utilizzato per lo smistamento della posta e delle merci, deportando migliaia di ebrei e altri perseguitati, verso i campi di sterminio e di concentramento. Il Memoriale, inaugurato nel 2013, è stato realizzato proprio nel luogo del misfatto – il Binario 21 – per attualizzare quei tristi eventi e come monito, contro l’indifferenza, per le generazioni presenti e future; all’architettura, come spesso accade, è stata affidata la responsabilità di evocare, o di fare da scenografia, ad un racconto. L’ambiente generale, in cui si è utilizzato fondamentalmente cemento armato a vista e ferro, è decisamente ascetico e minimale, in maniera da non creare distrazioni, focalizzare l’attenzione sui fatti salienti ed enfatizzare il pathos dell’ambiente.
L’ingresso al Memoriale avviene da piazza Edmond J. Safra (dopo aver lasciato l’ingresso principale della Stazione Centrale, bisogna percorrere via Ferrante Aporti per circa duecento metri) attraverso un portico restaurato, che nulla lascia presagire di quello che troveremo all’interno. Quando varcai la soglia infatti mi accolse, come un pugno allo stomaco, un alto muro obliquo in cemento armato con incisa la scritta (a caratteri cubitali) INDIFFERENZA…questo il motivo fondante a cui Liliana Segre, una delle poche deportate proprio dal Binario 21 che ebbe la fortuna di sopravvivere al lager di Auschwitz-Birkenau, attribuì il propagarsi e l’attuarsi dell’Olocausto; l’ammonimento, in effetti, mi ha accompagnato per tutta la visita del Memoriale. Il primo luogo significativo che ho incontrato è stato l’osservatorio, dove un documentario dell’Istituto Luce permette di avere una comprensione del contesto storico in cui si sono svolti i fatti; poi è apparsa l’aiuola di pietre, evocativa della presenza dei binari e simbolo dell’usanza ebraica di posare una pietra, in memoria dei defunti. Visitando il Memoriale della Shoah ho inoltre appreso un aneddoto che non conoscevo, riguardante Bernardo Caprotti (ex patron di Esselunga, a cui è dedicato lo spazio mostre); l’imprenditore italiano infatti, fu uno dei maggiori sostenitori finanziari del progetto per la realizzazione del Memoriale, proprio in virtù di un suo passato personale che lo vide particolarmente vicino a molte famiglie ebree e in particolar modo, proprio a Liliana Segre.
La mia visita è proseguita arrivando alla banchina delle deportazioni dove ho potuto osservare un treno merci dell’epoca, perfettamente restaurato…qui ogni vagone, dopo essere stato riempito con circa 80 persone, tramite un elevatore, veniva portato al piano dei binari della Stazione Centrale soprastante, per formare il convoglio che sarebe poi partito alla volta dei campi di sterminio. Oltre il binario su cui sostano i vagoni, appare il muro dei nomi…di tutte le persone che sono “partite” dal Binario 21; da lì, infine, ho raggiunto il cosidetto luogo della riflessione. Questo è un ambiente molto emozionante; l’esperienza è infatti assolutamente empatica e permette una sosta per un attimo di riflessione, prima di tornare alla vita di tutti i giorni. In uno spazio circolare, a sezione tronco-conica, si viene avvolti dal buio e solo una luce, proveniente dall’alto (che indica la direzione di Gerusalemme), illumina in maniera radente chi è presente. Non so se sia per un senso di colpa che accomuna gli europei, per essere rimasti indifferenti a quanto si stava perpetrando sotto i loro occhi, o semplicemente perchè questi luoghi (come la Risiera di San Sabba a Trieste o il Campo di Fossoli in provincia di Modena) creano una particolare empatia nello spettatore ma certamente, la loro visita è uno dei modi migliori a disposizione per…non dimenticare.
Nicola Rovere







