Il sottotitolo di questo racconto è stato rivisitato da quello di un interessante saggio, scritto dall’architetto olandese Rem Koolhaas e tradotto in italiano nel 2010, dedicato alla città di Singapore, il cui titolo (a sua volta ripreso dal libro di Bruce Chatwin Songlines, pubblicato nel 1987 a soli due anni dalla scomparsa dello scrittore-viaggiatore inglese, nel quale si racconta la cultura degli aborigeni d’Australia) è “Singapore Songlines, ritratto di una metropoli Potemkin…o trent’anni di tabula rasa”.
Singapore è una città stato situata a sud della penisola della Malesia, e a poche decine di chilometri a nord dell’equatore. Le sue origini sono antiche; si narra che il nome le venne dato da un principe malese che, sbarcando sull’isola intorno al 1300, s’imbatté in un leone e qui fondò il Regno di Singapura (in sancrito significa città del leone). Nei secoli successivi Singapore fu teatro di guerre, tra i vari popoli che se la contesero; cinesi, malesi, indonesiani e portoghesi, fino al 1819 anno in cui Sir Thomas Stamford Raffles giunse nella deserta Singapura e ne fece un avamposto commerciale, per conto della Compagnia Inglese delle Indie Orientali e, in soli tre mesi, diventò la più importante colonia britannica in oriente, con circa cinquemila abitanti. Nel 1942, durante la II Guerra Mondiale, l’isola caddè in mano ai giapponesi per poi essere restituita agli inglesi alla fine del conflitto.
Arriviamo al 1959 anno in cui Singapore, ancora colonia britannica, diventa autonoma. Le prime elezioni vengono vinte da Lee Kuan Yew che eredita dal governo britannico un’isola completamente allo sbando, sia da un punto di vista sociale, sia da un punto di vista morfologico, commerciale e organizzativo. Un miscuglio informe costituito dai pochi frammenti rimasti, di un’enclave coloniale (resti di quello che realizzò Sir Raffles all’inizio del 1800), residuati militari, un porto e una sovraffollata Chinatown; il tutto circondato da paludi, giungla e coltivazioni spontanee.
La popolazione viveva in uno stato di miseria e le condizioni di vita erano assolutamente precarie; la crescita demografica era in costante aumento, con significativi casi di tubercolosi, sovraffollamento e una decrescita economica in costante aumento.
Certamente fu la sopravvivenza, il motore trainante delle politiche con cui Singapore fu governata da quel momento in poi; il risultato, visibile ancora attualmente, fu un indottrinamento della popolazione, con un orientamento allo sviluppo economico che pose le basi per un programma di industrializzazione focalizzato all’attrazione di capitali delle multinazionali estere. Per prima cosa, nella maggior parte dell’isola, vennero fatte bonifiche e deforestazioni per lasciare spazio a quella che diventò una città industriale (in particolar modo a Jurong, nella zona sud-est dell’isola) connessa al nuovo porto (che alla fine del ventesimo secolo diventò il porto commerciale più grande e organizzato al mondo, oggi secondo solo a quello di Shanghai).
Nel 1960 venne inaugurato il dipartimento governativo denominato Housing and Development Board con l’obiettivo di riformare l’assetto degli insediamenti residenziali per la popolazione di Singapore. In pochi mesi venne costruita una new town “Queenstown” (un colossale sviluppo immobiliare privo di qualità architettoniche per dare alloggio velocemente a 160.000 persone), con il proprio centro commerciale e il town centre (centro di aggregazione e intrattenimento collettivo). Una seconda città “Toa Payoh”, con il medesimo intento e finalità, venne realizzata nel 1966. Per gli abitanti di Singapore, il passaggio dalle loro abitazioni tradizionali di origine cinese (shophouse – piccolo caseggiato a due piani, raccolto intorno ad un cortile centrale, in cui trovano spazio la residenza, la bottega artigianale e il negozio) agli edifici multipiano, fu decisamente più traumatico, rispetto agli abitanti europei a cui toccò lo stesso destino, tra la fine della II Guerra mondiale e gli anni ’60, perchè isolati dalla rete di relazioni sociali tradizionali che erano la base della loro cultura. Una marcia in più venne innestata dopo la visita della missione ONU del 1963, durante la quale venne preparato un rapporto (ancora riservato) per il governo di Singapore dal titolo “Crescita e rinnovamento urbano a Singapore”. Quello di cui l’isola necessita è proprio un manifesto, più che un rigido piano regolatore; in primo luogo bisogna prepararsi a rispondere alla futura crescita demografica, il che implica la costruzione di una quantità impressionante di nuove abitazioni ogni anno; inoltre, il rapporto suggerise che l’isola venga considerata come un complesso urbano e non come la somma di vari quartireri (o new town).
Con la benedizione dell’ONU la spinta di Lee Kuan Yew aumenta a dismisura fino al 1965 anno in cui inizia ufficiamente la Repubblica di Singapore. L’isola inizia ad espandere fisicamente anche il proprio territorio allargando i propri confini costieri, da un lato (spianando di conseguenza le proprie colline) e acquistando isolotti dalla vicina Indonesia, dall’altro. Nel 1958 il paese si estendeva per circa 580 Km quadrati, ora occupa una superficie di circa 715 Km quadrati.
Koolhaas nel suo libro, tra l’altro, ci lascia un interrogativo interessante…”Ma come può la repubblica oggi nota per aver istituito l’ambiente capitalistico per eccellenza aver preso le mosse da una metamorfosi quasi-socilista del proprio territorio? Il mistero di come la strategia dell’edilizia moderna, che è fallita in condizioni ben più plausibili, possa aver improvvisamente funzionato su un’isola praticamente agli antipodi, rispetto alle sue origini geografiche, con una popolazione completamente estromessa dai suoi scenari impliciti, è lasciato in sospeso tra l’ipotesi di un maggiore autoritarismo e l’imperscrutabile natura della mentalità asiatica”.
La “rivoluzione” di Lee Kuan Yew mira a realizzare un regime unico in oriente; per far ciò si impongono fin da subito leggi molto restrittive e, attraverso una mirata comunicazione, avviene nel tempo un’inevitabile manipolazione dell’identità delle persone e delle singole culture. Singapore è infatti un caso quasi unico al mondo dove convivono diverse etnie, con le proprie culture e religioni, a cui è accordato il massimo rispetto senza che ci sia la possibilità di una vera possibilità di scambio e integrazione sociale. Il metodo della tabula rasa, con cui si è proceduto a cancellare il passato, modificando integralmente intere parti dell’isola, è utilizzato anche nel sistema educativo: nell’interesse di una comunicazione globale, dal 1987 l’inglese diventa la prima lingua, insegnata in tutte le scuole.
Alla fine degli anni sessanta, l’emergenza abitativa è arrivata alla conclusione e Singapore può pensare a ricostruire l’immagine della città; il governo avvia un programma di vendita dei lotti, facendo risorgere l’iniziativa privata. La periferia è stata costruita con inevitabili immensi insediamenti residenziali; ora, gil interessi commerciali, possono essere incanalati nella realizzazione del centro, dando libero sfogo e interpretazione dello stesso, agli architetti. I primi esperimenti di architettura e urbanistica sorgono in maniera sorprendentemente veloce dando vita a nuovi quartieri. Parte degli edifici realizzati intorno a Beach Road e Eu Tong Street (nei pressi di Chinatown), rappresentano una vera e propria sperimentazione che coglie ispirazione dagli architetti metabolisti giapponesi dell’epoca e sono costituiti da un basamento di tre o quattro piani, interamente dedicato al commerciale; su ciò s’innestano edifici residenziali per appartamenti. Un esempio eccezionale, nonostante la brutalità dell’immagine nell’utilizzo del cemento armato, è il People’s Park Complex in cui è stata ricreata un chinatown in epoca moderna. Nel basamento a sei piani è ospitato un centro commercilae che ospita trecento negozi e un parcheggio per seicento auto; l’edificio soprastante, di ventiquattro piani, ospita 264 appartamenti. Un condensato, in chiave moderna, della parte di città antica che è stata sacrificata per la sua realizzazione. Ma il più riuscito di questi complessi, che sono divenuti il prototipo della moderna metropoli asiatica, è il Golden Mile Complex che si affaccia sulla baia dove, sulla sponda opposta sorge la OCBC Arena. In questi complessi, che si diramano con passerelle e ponti, scavalcando strade e aree pedonali, ad altre complessi, le persone, senza dover uscire all’aria aperta, possono trascorrere il loro tempo dedicandolo al commercio e trovando riparo dal clima tropicale.
A Singapore tutto è mutevole, tutto è sacrificabile e artefatto; se ci sono imperfezioni…sono volute. La città è costituita da una sommatoria di eventi, che non seguono una pianificazione o geometria; porbabilmente, proprio la mancanza di geometria è una prerogativa tipicamente asiatica e Tokio infatti ne è un tipico esempio.
Nel 1990 Goh Chok Tong prese il posto di Lee Kuan Yew (anche se rimase sempre dietro le quinte). Ora, dopo aver fatto nascere dal nulla una nuova realtà, dopo aver urbanizzato un’isola ereditata allo stato brado è tempo di cambiare rotta e di dedicarsi a nuovi servizi e proposte ricreative. I cittadini di Singapore aspirano a nuove cose e le comunicazioni del Ministro Yeo sono eloquenti: “Può sembrare strano, ma dobbiamo perseguire il concetto di divertimento molto seriamente se vogliamo rimanere competitivi nel Ventunesimo secolo…”. Durante gli anni ottanta, la frenesia consumistica ha trasformato l’intera città in un enorme centro commerciale, riutilizzando elementi tipici della tradizione cinese, in chiave decorativa; la storia coloniale è riabilitata e ne è un esempio tipico il restauro dell’Hotel Raffles. Con Goh la città fa un ulteriore passo in avanti ed è pronta a trasformarsi nella Singapore che vediamo in tutte le immagini che rimbalzano nel web…una splendida città tropicale d’avanguardia. Viene ripensata la natura e Singapore si riempie di una rete di giardini lussureggianti, ricchi di piante tropicali; le coste vengono adibite a spiagge e le isole, come Sentosa, trasformate in parchi di divertimento e resorts. L’area che contorna la baia diventa luogo privilegiato dove costruire il centro finanziario della nuova down town. In particolar modo gli svettanti grattacieli si addensano, uno a fianco dell’atro, tra la zona sud-est di Riverside (alle spalle di Boat Quay) e, al di là della baia, nella zona di Marina Bay, dove nel 2010 è stata inaugurata l’icona per cui si ricorda Singapore in tutto il mondo, il Marina Bay Sands il cui Sky Park è certamente il luogo più affascinante da cui ammirare dall’alto lo skyline della città.
La città di Singapore è obiettivamente densa di scorci mozzafiato, costruiti per riflettere la magnificenza della capitale asiatica e “vendere” la propria immagine legata al business e alla propensione all’efficientismo, che difficilmente si può ritrovare, a questo livello di “perfezione”, in altre capitali asiatiche. Questo straordinario laboratorio, in cui si è costruita – in un brevissimo tempo a cavallo del XXI secolo – una nuova società e in cui si è sperimentata l’urbanistica, l’architettura e l’utilizzo del verde, nonostante abbia subito critiche legate all’utilizzo della sua immagine a fini propagandistici, è innegabile che sia poi diventato il modello da cui attingere esempi, non solo per la vicina Cina e l’Oriente ma, paradossalmente, anche per l’intera Europa.
Nicola Rovere


