Il Giappone per molti anni non è stato in cima alle mie priorità di viaggio, non so perché. Tre anni fa abbiamo deciso di affrontare questo paese così complesso, questa cultura, che avevo trascurato, mentre avevo privilegiato in Asia il mondo cinese, himalayano, indiano, etc.
Malgrado le letture sull’argomento restavo un po’ fredda a riguardo e non mi aspettavo di venirne coinvolta più di tanto, ma mi ero detta: “va visto”.
Per la verità erano state le mete naturalistiche dell’Hokkaido a spingerci ad attraversare il paese a inizio febbraio, ma una prima volta in Giappone non poteva escludere Tokyo e Kyoto. Era il minimo per farsi un’idea anche vaga di questo popolo e della sua storia.
La rivelazione è stata che questo viaggio mi ha aperto una porta su un microcosmo di grandissimo fascino e quella visita ha condizionato le mie letture e i miei approfondimenti da lì in avanti. Nessun paese come il Giappone ci interroga, ci mette di fronte ad una realtà diversa, strettamente correlata all’occidente e nello stesso tempo ancorata nell’oriente.





I nostri schemi mentali non si possono applicare qui, bisogna, come in nessun altro posto al mondo, spogliarsi delle proprie certezze e cercare di capire da punti di vista diversi.
L’estrema occidentalizzazione del paese è avvenuta su profonde radici orientali e ha creato un “sincretismo” non omogeneo, ma pieno di lacerazioni, di coabitazioni difficili, un cammino che percorre strade diverse dalle nostre occidentali e arriva a risultati (sempre in divenire) a volte di estrema spiritualità, altre di estrema solitudine, a volte di incredibile gentilezza oppure altrettanto incredibile indifferenza e alienazione.
Sicuramente sono stata catturata da questa realtà, che mi sfugge, mi apre squarci di immensa profondità spirituale e poi mi respinge per aspetti di grande asocialità nel rispetto di riti e forme, che gravano sul singolo come un macigno.
Tutto questo per dire che, dopo l’impatto con Tokyo, una città che esprime quanto sopra in un’orgia di gente, tecnologia avanzatissima, ordine quasi maniacale, grattacieli e giardini, verde e cemento mischiato al rumore di una capitale asiatica in salsa occidentale, frastornata e confusa dalle sollecitazioni ricevute, salii sullo Shinkansen, il treno veloce che collega tra l’altro Tokyo a Kyoto.
Ci avevano consigliato di stare sul lato destro del treno e prenotare i posti E e D perché, se fosse stato abbastanza limpido (anche se d’inverno non era facile) avremmo visto dal finestrino il monte Fuji.


Prenotammo due posti, non di fianco ma uno dietro l’altro, per avere entrambi (mio marito ed io) il finestrino a disposizione e partimmo.
Il Monte Fuji è la più alta montagna del Giappone (m. 3.776), è la più dipinta e fotografata, è la più scalata. È un vulcano gigantesco, ma malgrado ciò è considerato un portafortuna.
Ed eccolo apparire dal finestrino in lontananza. Dal treno in primo piano si vedono brutte costruzioni, fili dell’energia elettrica, qualche fabbrica, ma il vulcano si erge in tutta la sua magnificenza sullo sfondo, coperto di neve e maestoso. A parte le vedute di Hokusai, forse il più famoso artista, che lo dipinse, i fotografi e i pittori di questo monte non si contano e, da allora, su Instagram seguo un fotografo che riprende solo il Fuji da diverse prospettive, in diverse condizioni climatiche ed in diverse stagioni ed è stupefacente come le sue immagini siano sempre nuove e originali (Takashi, questo il suo nome, ha pubblicato su Instagram più di 1800 foto).
A me provocò una grande emozione. Ha qualcosa di indefinibile e inconfondibile questo cono di montagna schiacciato in cima, che si eleva come un grande spirito benigno, sacro, imponente, fonte di ispirazione spirituale e artistica.
Dice Fosco Maraini che “In Italia non c’è nulla che possa paragonarsi al monte Fuji. Un punto cioè in cui il cielo e la terra, l’invisibile augusto e il visibile meravigliosamente bello, le radici più remote del tempo e l’attimo fuggente celebrino un loro incontro.”
Anche dopo che la sua vista era scomparsa dal finestrino, continuai a rimuginare sull’effetto che mi aveva provocato vederlo, sia pure non dalla posizione migliore.
Arrivati a Kyoto ci accolse una super moderna stazione, di una pulizia e organizzazione, che solo in Giappone si vede. Piena di ristoranti, caffè e negozi, aveva una volta altissima con scale che sembravano puntare al cielo. Ci fermammo per un caffè, salimmo per vederla dall’alto e ci trovammo ad assistere ad una gara nella parte più alta della scalinata. Una salita quasi verticale, su cui i concorrenti scattavano a velocità decisamente sostenuta.




Finito il divertimento nostro e la fatica loro, ci avviammo verso l’albergo e, appena usciti dalla stazione, ci imbattemmo nella Kyoto Tower, una torre panoramica di acciaio alta 131 metri (è la costruzione più alta della città). Mi richiamò subito alla mente le torri analoghe a Chicago e a Toronto e mi sembrò un po’ incongrua rispetto a quanto ci si aspettava dalla antica e tradizionale Kyoto.
Kyoto, chiamata anche la città dai mille templi, è stata la capitale del paese per più di un millennio (dal 794 al 1868) ed è un vero e proprio reliquiario della cultura nipponica. Fu risparmiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, fatto più unico che raro, per via della sua rilevanza religiosa, ma se oggi abbiamo questo tesoro a disposizione, inserito nei siti protetti dall’Unesco, è dovuto anche a un certo Henry L. Stimson, segretario alla guerra nelle amministrazioni di Roosevelt e Truman. Infatti gli Stati Uniti avevano pensato di sganciare la bomba atomica su Kyoto, perché trattandosi di una città con una considerevole popolazione ed inoltre essendo il centro culturale del paese, si riteneva che costituisse un obiettivo in grado di convincere l’imperatore ad arrendersi. Alla fine fu rimossa dall’elenco e sostituita da Nagasaki, per l’insistenza di Stimson.
Io sviluppai, dopo i primi passi in città, una passione che non avevo provato a Tokyo, una sintonia che spazzò via tutte le considerazioni filosofiche e i ragionamenti razionali.
La città mi piaceva, mi sentivo a mio agio e quanto andavo scoprendo mi riempiva di serenità e di fascinazione.
Come dicevo è la città dei mille templi, ma il tempo a disposizione non mi consentiva altro che di vederne qualcuno (i più famosi) e la prima cosa che mi colpì è che ogni tempio, che visitai, sorge in un giardino zen di una raffinatezza estetica assolutamente perfetta, che diventa uno stimolo alla riflessione.
Ancora Fosco Maraini afferma: “La raffinatezza giapponese è la più persuasiva che esista al mondo, poiché i mezzi attraverso cui si esprime sono i più puri, umili, naturali.”
Camminando o soffermandosi in questi spazi ridotti, dove il paesaggio è costruito con muschi, pietre, sabbie, piante e acqua, la mente lentamente si libera, come nella meditazione, il pensiero si interiorizza facendo il vuoto dentro di te per percepire una energia, che ti astrae da tutto tranne il giardino e, nel silenzio e solitudine, ti fa percepire solo la bellezza, la pace, l’armonia.
I giardini spesso interagiscono con i templi che sono con pareti aperte e non come da noi tra mura chiuse. Così ulteriori suggestioni sono provocate da queste cangianti prospettive e dai tetti di tegole grigie con la loro tipica forma a vela, che si stagliano contro il cielo e il verde degli alberi.
Per essere febbraio il clima era insolitamente clemente, belle giornate con cieli in cui le nuvole lasciavano ampi spazi ai raggi tiepidi del sole, per poi alternarsi a momenti più imbronciati, che cambiavano la luce del panorama sfumandolo e rendendolo quasi liquido e sfuggente.
Il giardino zen del Padiglione d’oro (Kinkaku ji) si inserisce nella descrizione che ho appena fatto, ma c’è da aggiungere che questo tempio, dalle pareti mobili a persiana, di materiale naturale al primo piano e ricoperto di foglie d’oro nei due piani superiori, lascia senza parole. Infatti l’oro scintillante si riflette nello stagno, così come il verde degli alberi del giardino e le pietre che nell’acqua sono disseminate (piccoli scogli su cui si trovano altri alberi in miniatura e muschi) e l’immancabile cielo, coprotagonista con le sue nubi, i suoi azzurri e la sua luce. Il tetto a piramide ospita poi all’apice la statua bronzea di una fenice, simbolo della rinascita.





La descrizione che Yukio Mishima fa di questa fenice la rende indimenticabile “Quel misterioso emblema non cantava al sorgere dell’alba, né mai sbatteva le ali, indubbiamente dimentico della sua natura di uccello. Era tuttavia un errore pensare che non volasse: gli altri uccelli volano nell’aria, ma quella fenice d’oro volava nell’eternità sulle sue ali splendenti. Il tempo aveva colpito quelle ali, le aveva colpite e poi nella sua corsa era passato oltre: la fenice era rimasta immobilizzata nell’atto del volo, con una luce d’ira negli occhi, le ali ferme a mezz’aria, irte le piume della coda, puntando spavalda i suoi magnifici artigli dorati”
Girando i intorno al tempio e avvicinandosi all’acqua si scorgono le carpe Koi che abitano questo lago specchio (Kyōko-chi).
La carpa Koi (letteralmente carpa broccata) deriva dalla carpa comune ed è stata sviluppata come varietà ornamentale fin dal V secolo A.C. Si presenta con ampie macchie rosse, gialle, blu, arancio su fondo bianco oppure è color crema o grigio. Sono decisamente decorative e scivolano sotto il pelo dell’acqua aggiungendo colore e riverberi al già variegato paesaggio lacustre.


La mattina quando ci arrivammo, abbastanza presto, non c’erano molti turisti ma, trattandosi di uno dei più famosi templi di Kyoto rapidamente il sito si popolò. Ciò nonostante allontanandosi dal padiglione e inoltrandosi nel giardino Zen e verso le altre costruzioni del complesso ci si ritagliava momenti di solitudine e l’incanto di tanta armoniosa bellezza mi costrinse a dimenticare l’orologio e il programma, che ci eravamo fatti, per perdermi in luoghi e spazi che diventano facilmente luoghi dello spirito e in cui mi crogiolai a lungo persa nei miei pensieri o forse senza pensiero alcuno.
Per concludere questo capitolo sul padiglione d’oro aggiungo che il sito è stato incendiato il 2 luglio 1950, alle 2:30 del mattino ad opera di un monaco, un novizio di 22 anni, Hayashi Yoken con problemi mentali. Quello che vediamo oggi è la fedele ricostruzione del 1955, ristrutturato nel 1987, mentre la ricostruzione del tetto risale al 2003.
Non è difficile vivere emozioni a Kyoto e mi procurò una analoga sensazione l’affollatissima foresta di bambù. Si tratta di un sentiero fiancheggiato su entrambi i lati da altissimi bambù. Questa pianta viene creduta in grado di tenere lontano gli spiriti malvagi ed è simbolo di forza.


La foresta è a ridosso del tempio Tenryuji, uno dei santuari buddisti più famosi in Giappone, dichiarato patrimonio dell’umanità.
Tornando alla foresta, percorri il cammino tra steli altissimi sopra di te e ondeggianti nel vento, mentre la luce e i raggi solari filtrano tra le foglie. Il bosco si estende a perdita d’occhio, mentre il suono delle foglie mosse dal vento ti culla, ottundendo un po’ i tuoi sensi, quasi in una specie di trance, che ti esclude dal chiacchiericcio continuo delle tante persone che camminano intorno a te.
Io, di solito tanto razionale, logica e donna del fare, mi ritrovai spesso a Kyoto a lasciarmi trascinare irresistibilmente dall’immaginazione o meglio da una immersione nel paesaggio, che trovava una rispondenza dentro di me, esercitando un’attrazione a cui cedevo con naturalezza.
Fu lo stesso al tempio Fushimi Inari, il più famoso santuario shintoista nipponico. È forse uno dei luoghi più immortalati e visitati ed avevo io stessa visto tante immagini, ma arrivandoci l’impatto non fu meno forte.
Il tempio è situato alla base del monte Inari (Inari è il dio del riso), il quale ospita anche altri santuari minori sparsi su diversi sentieri della montagna. Il percorso è fiancheggiato e sovrastato da una miriade di Torji rossi aranciati. Un Torji è la tradizionale porta di accesso giapponese che conduce ad un santuario Shinto. Si tratta di due colonne verticali e un palo orizzontale appoggiato in cima ad esse. All’inizio i Torji sono tanti e molto ravvicinati e creano quell’effetto di misterioso corridoio fiammante che tanto impressiona, poi i Torji si distanziano progressivamente fino a lasciare una fuggevole vista sulle pendici del monte che attraversano. Ancora una volta il paesaggio si armonizza con gli edifici sacri creando quella sensazione di serena bellezza.










Si racconta che l’origine del tempio antichissimo (prima che Kyoto diventasse la capitale) sia da ascrivere a un certo Hatano Irogu, uomo ricchissimo e potente, che mentre tirava con l’arco su bersagli di mochi bianchi (un dolcetto giapponese tondo di riso glutinoso) vide uno dei mochi trasformarsi in una gru bianca, che volò via. Hatano Irogu la seguì e la gru si posò su una risaia mutandosi in una pianta di riso. Da quel momento tutti i campi della zona produssero raccolti abbondanti. Hatano decise allora di costruire in quel luogo un santuario in onore del kami del riso, l’attuale Fushimi Inari.
C’è solo da aggiungere che ogni singolo torji è frutto di una donazione, e su ognuno di essi è scritto il nome del donatore e la data di donazione.
Anche qui, malgrado la folla di visitatori, ci fu il modo di isolarsi, di percorrere quel corridoio di fuoco, di incontrare le statue delle volpi, davanti ai vari tempietti o lungo i sentieri, infatti le volpi sono considerate i messaggeri del Kami Inari e spesso hanno in bocca la chiave del deposito del riso.
Vagare tra queste strutture, sentirsi avvolti da questi archi dalla tonalità di fiamma, intravedere il paesaggio esterno, incontrare una giovane in kimono sorridente, rende l’esperienza della visita un fatto personale. Non ti fermi a guardare un’opera d’arte o un quadro o una statua, vivi l’ambiente a tua misura, con i tuoi tempi, con le tue sensazioni e ne esci completamente appagata.
La stessa sensazione si ripete visitando il palazzo imperiale di Kyoto, residenza dell’imperatore dagli inizi del periodo Edo e fino al trasferimento della capitale a Tokyo. All’esterno ha la consueta architettura nipponica ed è composto da più edifici in legno con i tipici tetti spioventi. Nell’insieme formano una piccola città, completamente circondata da fantastici giardini con sentieri ornati da alberi imperiali, laghetti e pietre. In particolare, visto che la stagione era in anticipo, malgrado fosse solo febbraio trovammo qualche albero di ciliegio (sakura) in fiore (di solito si vedono da metà marzo a fine aprile).









Durante la nostra visita a Kyoto avemmo anche la fortuna di vedere qualche susino fiorito (questi normalmente fioriscono un po’ prima dei ciliegi e hanno dei fiori vagamente simili) e anche qualche raro pesco (momo).



Ma Kyoto non è solo templi, malgrado, come accennato, ne abbia mille, ci sono altri luoghi dove si svela la sua magica seduzione.
Uno di questi è Gion, famoso nel mondo per essere il quartiere delle geishe (“geiko” in dialetto locale). Geiko e maiko (apprendista geisha) vivono ancora oggi per la maggior parte qui, tra case da te e okiya (casa delle geishe)


Il quartiere antico, tutto in legno, nel medioevo era un luogo di accoglienza dei pellegrini (siamo vicini al santuario Yasaka, che da sempre attira folle di fedeli), utilizzato poi dai mercanti ed oggi ospita case da te e negozi di artigianato.
Percorrere queste vie sotto la protezione dell’alta pagoda (quella di Yasaka) lignea è di nuovo una esperienza piena di suggestioni. Sulla strada principale e su quelle secondarie (tra l’altro il quartiere nasconde una serie di templi e giardini), tra la folla di turisti, ma anche di locali, si vedono donne in kimono e vari personaggi che sembrano usciti dal passato, come un suonatore di piffero con il suo cane, che si esibiva in strada con discrezione, isolato nel suo mondo. Lo fotografai ma attenta a non riprendere il suo volto, che nascondeva sotto un cappello di paglia intrecciata.




Camminando qui ti scorrono davanti le immagini dei tanti libri e film ambientati in questo quartiere, che da sempre ha colpito l’immaginario maschile occidentale, uno per tutti “Memorie di una geisha”, ma poi è il quartiere in se a sprigionare il suo charme intrinseco.
A completare la visita ci fu la cerimonia del tè, che avevamo prenotato. Infatti negli interni delle case da tè (ochaya) o dei negozi di tè, vengono allestite delle cerimonie del tè ridotte (la vera e completa cerimonia dura più di 4 ore) che si svolgono in circa un’ora, ma che riportano i punti salienti di questo antico rito e soprattutto cercano di trasmetterne il significato profondo.
Sempre scettica riguardo alle “cose per turisti” ci andai senza grande convinzione, ma conscia che era un’occasione da vivere.
Fui smentita anche questa volta: una dolce signora in kimono di cotone grigio ci introdusse, dopo esserci levati le scarpe, in una saletta a pareti scorrevoli di carta e legno di una semplicità ed una eleganza tutta giapponese, arredata con una unica nicchia con una pergamena. Seguimmo fin da subito il rituale perché questa cerimonia (imparai) va ben al di là della preparazione del tè. È un fenomeno culturale, espressione della filosofia estetica zen ed anche di un aspetto importante della cultura giapponese, quello di prendersi cura incondizionatamente dell’ospite.





Ci posizionammo (concessione al nostro essere occidentali) non in ginocchio per terra sui tatami, come da tradizione, ma su un panchetto basso.
A questo punto la preparazione del tè macha segue precise regole e utilizza specifici strumenti.
Non starò a descrivere tutta la preparazione, ma vorrei sottolineare che lo scopo di questa cerimonia è quello di staccarsi dalla vita mondana, liberarsi dell’attaccamento ai beni materiali per approdare con umiltà in uno spazio vuoto, dove ritrovare un contatto con la propria più profonda interiorità, liberi da ogni preoccupazione.
Ancora una osservazione sul tè macha, che ha un colore verde intenso ed un sapore che descriverei con le parole di Muriel Barbery: “Nel gusto di verzura, nell’aggressione di foglie ed erba, di lenticchie d’acqua e crescione, (la protagonista) lesse la terra di riso e montagne .. una terra in cui da ogni cosa si estraeva il dolce e il salato per non lasciare altro che un sapore senza rilievi, un sapore di niente, un concentrato liscio e pallido di foresta di prima degli uomini. Gusto di niente, gusto di tutto”
Fu decisamente un’ora piacevole. Sarà che eravamo solo noi due e quindi potemmo anche scambiare due parole con la nostra maestra del tè, sarà perché quella calma e quell’atteggiamento “zen”, così diverso da come sono io, mi stava facendo un gran bene, rilassata ma attenta e percettiva a questo mondo con cui lentamente mi stavo sintonizzando.
Per chiudere questo racconto su una città che mi ha lasciato un gran desiderio di tornare, vorrei parlare dell’esperienza culinaria. Infatti il Giappone è (insieme all’Italia) uno dei paesi dove la cucina è superba, varia e anche fantasiosa.
Racconterò due episodi diametralmente opposti, ma molto significativi.
Ci avventurammo una sera lungo il fiume Katsura, che attraversa la città da nord a sud, in cerca del ristorante di ramen dove volevamo andare.
L’atmosfera lungo il fiume illuminato da luci, che si specchiavano sull’acqua con il rumore del suo vivace scorrere, era molto scenografica, ma non riuscivamo a trovare nessuna insegna o indicazione che ci portasse alla nostra cena. Ci venne in aiuto un abitante del luogo, un ragazzo, che ci indicò una buia scaletta che sembrava entrare nel fiume. Scesi alcuni gradini, individuammo una porticina ed entrati rimasi attonita. C’era una specie di distributore o cassa (tipo quelle dei parcheggi sotterranei da noi) dove tu dovevi digitare quali ingredienti di quelli indicati volevi nel tuo ramen. A quel punto pagavi ed entravi in una brutta stanza priva di ogni grazia ed eleganza, nuda se non per un bancone con qualche sgabello davanti e una luce da lampadina non schermata.
Dietro il bancone un cuoco di faceva arrivare la tua ciotola di ramen, così come l’avevi composta, le bacchette e un tovagliolo. Decisamente non incoraggiante, ma il ramen era divino, forse il migliore che abbia mai mangiato.
L’altra avventura invece fu completamente diversa.
Fabrizia Cataneo


