Si è scritto tutto e si è detto tutto attraverso i secoli di questo meraviglioso gioiello, che tutto il mondo ci invidia.
In verità il miracolo di questi capolavori, che resistono al tempo, è che ognuno di noi, per quanto abbia letto e visto immagini, li vive in modo personale, che sarà anche simile a mille altre esperienze, ma mai uguale. Il mio primo contatto con Venezia fu quando avevo vent’anni. Mi ci recai per far visita a un discendente del pittore Luigi Nono (allora mi occupavo d pittura dell’800), che mi ricordo abitava alle Zattere.
Il Fondamento delle Zattere costituisce il confine meridionale di Venezia e si affaccia sul canale della Giudecca. Deve il suo nome ad una battaglia navale del 810 tra la repubblica di Venezia ai suoi inizi e l’esercito di Pipino il Breve, figlio di Carlo Magno.
I veneziani che conoscevano l’area usarono imbarcazioni a fondo piatto (zattere appunto), con le quali attirarono le navi nemiche nel fondale basso, facendole incagliare e vincendo lo scontro, così almeno racconta la tradizione. La zona era luminosa e soleggiata, ma la casa del discendente del pittore era invece piuttosto buia. Mi accolse l’anziano signore, o meglio quello che a me pareva anziano, ma di cui non saprei dire l’età. Infatti a vent’anni anche un cinquantenne sembra vecchio, salvo poi spostare l’inizio della vecchiaia sempre più in là man mano che sono i tuoi anni a passare.
Trascorsi un paio d’ore a parlare di pittura ad ascoltare storie e aneddoti di una Venezia scomparsa e a parlare di un quadro di una tristezza infinita ma di altrettanta bellezza dipinto appunto da Luigi Nono.
Un altro ricordo che mi è caro di Venezia è l’abitudine che avevamo preso con un paio di amiche e una mia zia di andare a Venezia in occasione delle mostre a Palazzo Grassi o di altre esposizioni. Verso la fine del ‘900, Palazzo Grassi ospitò mostre importanti come “i Greci in Occidente”, “Faraoni” e “i Fenici” per ricordarne solo alcune.
Lasciavamo mariti e incombenze giornaliere (di solito un sabato) e partivamo da Milano con il primo treno, che ci portava a Venezia intorno alle 10 del mattino. Andavamo a fare i biglietti a Palazzo Grassi, edificio patrizio affacciato sul Canal Grande (non c’era la prenotazione online allora) e con una coda anche di un paio d’ore entravamo a vedere quelle spettacolari esposizioni. Uscivamo poi entusiaste e pronte a sfruttare al massimo la giornata.








Saltavamo il pranzo, sostituendolo con un panino o un caffè, e utilizzavamo il tempo che ci restava, per fare un’altra visita di un angolo di Venezia, che non esaurisce mai le sue opportunità (una volta fu La scuola di San Rocco, un’altra la mostra di Pietro Longhi a Ca’Rezzonico, un’alta ancora il Guggenheim etc). Arrivavamo stanche e felici a prendere il treno, che ci riconduceva ai nostri impegni quotidiani, e durante il viaggio ci scambiavamo impressioni e commenti sulla giornata e sulle ore che erano volate, tanto che quasi senza accorgercene eravamo di nuovo alla Stazione Centrale di Milano.
Con il tempo perdemmo questa bella abitudine e per qualche anno non tornai più a Venezia, fino a che un’azienda di software americana, di cui eravamo e siamo partner (negli ultimi decenni mi sono occupata infatti di Informatica), organizzò il suo incontro annuale in questa città, scegliendo come sede del meeting l’Hotel Danieli. Mio marito ed io aggiungemmo una mezza giornata alle due programmate a novembre per l’evento.
A Venezia era bassa stagione ed eravamo preparati a tempo piovoso (come di solito è in questo periodo dell’anno) e forse anche all’acqua alta, ma Venezia è uno dei pochi luoghi stupendi anche sotto l’acqua. Invece la città ci sorprese con sole autunnale, aria limpida, vedute straordinarie e anche relativamente poca folla. Arrivammo in treno a Venezia Santa Lucia e col vaporetto in piazza San Marco.





Come detto la giornata era bellissima, anzi con un sole accecante, e il vaporetto con abbastanza poca gente. Potei quindi agilmente tirare fuori la macchina fotografica e apprestarmi a utilizzarla nel tragitto che avrebbe percorso sul Canal Grande.


I ponti, le chiese, le case, la vita delle calli, tutto scorreva e si specchiava sull’acqua per poi arrivare ai grandi palazzi che dominano il Canal Grande, da Ca’ Rezzonico, a Ca’ Foscari, da Palazzo Grassi a Ca’ Corner e poi Ca’ Loredan ed altre in un susseguirsi di architetture e di palazzi, i cui proprietari hanno fatto la storia della repubblica veneziana, per arrivare poi in vista di Piazza San Marco con il palazzo ducale, che calamita lo sguardo, mentre il campanile e la basilica si palesano in tutta la loro maestà arrivandoci dall’acqua.





Scendemmo dal traghetto e in pochi passi ecco il Danieli. L’albergo credo sia uno degli luoghi più famosi al mondo e di sicuro è il più scenografico di Venezia. Si sviluppa sul nucleo centrale risalente al XIV secolo: Palazzo Dandolo (in stile gotico veneziano), ma è un insieme di tre palazzi. Gli altri due risalgono al al XIX e al XX secolo. All’interno si trovano pezzi di antiquariato ed opere d’arte, senza parlare della posizione privilegiata in cui si trova, a pochi metri da piazza San Marco e affacciato sulla laguna. Il nome risale al 1822 quando Giuseppe Dal Niel affittò parte del palazzo e lo convertì in albergo dandogli il proprio soprannome “Danieli” per poi comprare tutti i piani e diventarne l’unico proprietario.
In questo albergo hanno soggiornato personaggi famosi come Goethe, Alfred de Musset, Marcel Proust, Honoré de Balzac, Wagner, Jean Cocteau, John Ruskin, Claude Debussy, George Sand, Charles Dickens, Eugenio Montale e Percy Shelley. La sua camera N° 10 gode poi di ulteriore notorietà per aver ospitato l’allora (1833) scandalosa relazione tra George Sand e Alfred de Musset. Entrando si è affascinati dall’atmosfera di antico lusso con gli enormi lampadari di Murano, la reception tutta in legno, il primo piano con tappeti, mobilio e pareti, che ti danno una immagine visiva di come doveva essere la vita dei Dandolo a palazzo, con una vista mozzafiato sulla laguna, ma anche con una uscita secondaria su un canale laterale dove possono prelevarti le gondole, se vuoi lasciare l’albergo in barca anzicchè a piedi.
La nostra camera rispecchiava il fascino antico, pur con tutti i lussi della modernità, e mi conquistò subito e, ancora di più, quando, affacciandomi alla finestra, ebbi uno scorcio dei tetti veneziani e del riflesso del sole sulle imposte di una casa di colore rosso veneziano.
Il vantaggio di essere in una posizione così centrale era quello di poter uscire anche per pochi minuti dalla sala riunioni e trovarsi di fronte la laguna con i suoi infiniti scorci e con la luce che li modellava man mano che mutava con l’avanzare del giorno e poi il sopraggiungere della sera.
Finita la giornata lavorativa era un attimo ritrovarsi in Piazza San Marco davanti alla basilica che la domina. Non solo è imponente ma anche forse il luogo più conosciuto, ammirato e descritto di Venezia. Voglio riportare qui le parole di John Ruskin, lo scrittore inglese dell’800 che la racconta così:“…una folla di pilastri e un gruppo di cupole bianche che formano una piramide bassa che sfuma in un tono colorato, simile ad un cumulo di tesori, d’oro, d’opale e di madreperla, sotto il quale si aprono cinque grandi portali a volta, rivestiti di superbi mosaici e ornati da sculture di un alabastro brillante come l’ambra e delicato come l’avorio… Attorno ai portali s’innalzano pilastri di pietre diverse: diaspro porfido, serpentino verde cupo screziato di bianco, marmi capricciosi… di cui l’ombra, ritirandosi, lascia vedere le ondulazioni celesti, allo stesso modo che la bassa marea lascia allo scoperto le sabbie striate dalle onde”.



Ma con altri due passi ero davanti al Ponte dei Sospiri. Si dice che il nome gli sia stato dato da Lord Byron, di nuovo un inglese, perché i condannati al carcere a vita attraversando quel ponte davano un ultimo sguardo al cielo prima di essere rinchiusi. I sospiri quindi erano una sorta di addio al mondo. Infatti il ponte dei sospiri era il collegamento del carcere con le varie sale del palazzo dove la magistratura amministrava la giustizia e comminava le pene. Il ponte è opera dell’architetto Antonio Contin, che lo realizzò in pietra d’Istria agli inizi del 1600, in stile barocco e con al centro lo stemma del Doge Grimani, che lo aveva commissionato.


Tutto questo però si è perduto nel tempo perché il ponte ha assunto un significato diverso e molto più romantico, diventando il posto degli innamorati, forse per la sua bellezza, forse per la posizione così particolare e pittoresca in cui è incastonato, forse perché il solo prigioniero che, evadendo, lo attraversò per raggiungere la libertà fu Giacomo Casanova, il famoso dongiovanni. Sia come sia le gondole scivolano sotto il ponte con qualche coppia in romantica gita e gli innamorati si fanno immortalare dal ponte della Paglia, per averlo come sfondo.

Avendo poco tempo a disposizione feci delle scelte sofferte, ma indispensabili, e una di queste fu di salire sul campanile, perché le giornate così inusualmente belle, data la stagione, promettevano una vista senza uguali dalla cima. Il campanile, uno dei più alti d’Italia, si trova in un angolo di piazza San Marco di fronte alla basilica, è a pianta quadrata di mattoni, sovrastati dalla cella campanaria. In cima a tutto si trova una cuspide piramidale su cui è installata, come segnavento, una piattaforma rotante con la statua dorata dell’arcangelo Gabriele.





Come avevo correttamente immaginato la vista dall’alto era uno spettacolo e spaziava a 360 gradi sulla città, sulla laguna, sul mare, sui tetti e sulle molte chiese sparse per la città. Dall’alto tutto cambiava prospettiva e la luce intensa bagnava tegole, mare, gondole, monumenti facendoli brillare ed intensificando i colori, oppure facendoli svanire nel bianco accecante del sole, a seconda dell’angolo da cui guardavi. Improvvisamente esplose il suono delle campane, che, così vicino come ero, era violento e nello stesso tempo elettrizzante. Poi tutto tornò tranquillo nell’aria rarefatta dei quasi 100 metri di altezza dove i suoni della piazza sottostante non arrivavano e solo il vento faceva da padrone di casa insieme a qualche raro grido di gabbiano.
Tornata a terra decidemmo che la prossima tappa sarebbe stato un giro senza meta, dove ci avrebbe portato il nostro camminare a caso. Una infinità di calli strette, strette, di ampi campielli con pozzi al centro, alcuni silenziosi e vuoti, altri popolati di turisti, alcuni solitari e immoti altri pieni di negozi, ristoranti, bar. Attardandosi negli angoli più pittoreschi e isolati, non si poteva non tornare indietro nel tempo, quando gli stessi luoghi, che calpestavamo, avevano assistito al passaggio di figure intabarrate nella “bautta”, avevano fatto da sfondo a tresche, intrighi, commerci, fughe e anche vita giornaliera di nobili e popolani. Sembrava quasi di intravedere un mantello nero sparire dietro un angolo in un alito di vento o immaginare due occhi dietro una maschera osservarti.




Le suggestioni erano tante, anche perché mi risuonavano nella mente le molte immagini e letture, che descrivevano e raccontavano della città, da Alvise Zorzi, specie nel “Doge” ad Andrea de Robilant in “un amore veneziano”, ma anche le scene del Goldoni e poi i dipinti di Tiziano, veneziano d’adozione e a sua volta raccontato da Alvise Zorzi nel libro “il colore e la gloria”, per poi arrivare ai quadri decisamente più popolani di Giacomo Favretto. Una mescolanza di secoli e di ambienti in cui la mente si perdeva tra muri, pietre, acciottolati.




Passo dopo passo ci ritrovammo al ponte di Rialto, il più antico dei quattro che attraversano il Canal Grande. Risale alla fine del 1500 e sorse per sostituire il precedente ponte in legno che era crollato. Il suo nome trae origine da “Rivus altus” ovvero canale profondo, che sta a indicare che qui non si corrono rischi di inondazioni. In questo quartiere tutti gli edifici intorno al ponte risalgono al XVI secolo perché un incendio nel 1514 distrusse l’intera area di Rialto.


Quando ci arrivammo noi era pomeriggio inoltrato e il sole colorava d’oro la pietra bianca di questo simbolo di Venezia e per secoli fulcro economico della città. Ancora oggi il luogo pullula di vita e commerci e ci sono botteghe da entrambi i lati del ponte coperto. Ma se è bello percorrerlo in mezzo alla folla e all’animazione dei negozi e poi affacciarsi sul Canal Grande percependo la vitalità del luogo, è ancora più affascinante guardarlo dal basso. di lato, cogliendo l’imponenza dell’arcata, l’acqua del canale in cui si riflette, i palazzi che lo affiancano dai due lati. Il sole era un’esplosione di giallo aranciato, che infiammava il cielo e l’acqua, dandomi un senso di lieve euforia, quasi mi fossi un po’ ubriacata di tutte quelle cangianti sollecitazioni visive.






Adesso mi accompagnavano i quadri di Canaletto e Guardi. Tra l’altro a Venezia in quei giorni c’era proprio una mostra sul Guardi, la cui visita, per mancanza di tempo, avevo scartato, ma la sua pittura si presentava alla mente di continuo sul Canal Grande. Ritornammo sui nostri passi e ci ritrovammo di nuovo davanti alla laguna di fronte a San Marco, ormai era quasi buio ma con ancora il cielo di fuoco, che rifletteva il sole appena scomparso. A novembre il sole tramonta presto e il crepuscolo si attardava mentre noi ce ne stavamo di fronte all’isola di San Giorgio Maggiore con la sua basilica e avendo sulla destra la barocca Santa Maria Della Salute.


Lentamente i lampioni si accendevano e il rosso trascolorava lasciando il posto alla notte incombente, mentre una falce di luna saliva nel cielo limpido. Non faceva caldo dopo il tramonto ma chi se ne accorgeva così immersa, come ero, ad assistere a questo spettacolo. A un certo punto mi voltai verso San Marco e il palazzo Ducale e camminai per l’ennesima volta sulla piazza finendo davanti al mitico Caffè Florian, il più antico caffè del mondo. Risale infatti al 1720 e deve il nome al suo primo proprietario Floriano (Florian in veneziano) Francesconi, che ispirò il personaggio goldoniano di Ridolfo nella “Bottega del Caffè”.


A questi tavolini si sedettero Giacomo Casanova, Carlo Goldoni, Giuseppe Parini, Silvio Pellico, Lord Byron, Ugo Foscolo, Charles Dickens, Goethe, Ernest Hemingway, Rousseau, Gabriele d’Annunzio. Inevitabile scattare ancora qualche foto del locale illuminato e poi chiudere la lunga giornata andando a dormire in quel museo vivente della mia camera al Danieli. Mi restava ancora qualche ora da sfruttare prima di ripartire da questa città delle meraviglie e così la mattina feci un ultimo giro verso la torre dell’Orologio, che avevo ammirato dall’alto del campanile.




Come sempre a Venezia ogni monumento o palazzo o angolo ha una lunga storia dietro alla facciata. La torre, almeno la parte originale, ovvero la torre centrale fu eretta tra il 1496 e il 1499 (le due ali laterali furono aggiunte dopo). Marino Sanudo nei suoi diari racconta i preliminari dei lavori: “fo dato principio a butar zoso le caxe ad intrar de la Marzaria in la piaza de San Marco… per far le fondamente di un horologio multo exelente… et sarà più bello de Italia”. Alla fine dei lavori la descrive così: “Fo aperto et scoperto la prima volta l’orologio ch’è su la piaza, sopra la strada va in Marzaria, fato cum gran inzegno, e belissimo”. Sono d’accordo con Sanudo. Infatti anche se ho visto in giro per il mondo tante torri dell’Orologio (a incominciare da quella di Praga) questa è la mia preferita. Alla base c’è un arco che collega San Marco alle Mercerie, sopra il quadrante in oro e smalto blu, che indica ora, giorno, fasi lunari e zodiaco, è collocata la Madonna In trono (per la festa dell’Ascensione, una volta chiamata la Festa della Sensa, dalla porta a destra della Madonna escono ad ogni batter d’ora, un angelo che suona la tromba seguito dai tre Re Magi che s’inchinano davanti a Maria prima di scomparire nella porta di destra).





Sopra la Madonna fa bella vista di sè il leone di San Marco su un cielo blu con stelle d’oro. E’ quello che mi piace di più tra i tanti leoni visibili ovunque in città, così come mi piace la storia della sua collocazione. Indica infatti il potere della Serenissima : sopra la Madonna, ovvero il potere della chiesa, sopra il quadrante meccanico, ovvero sopra la scienza e sopra le Mercerie, ovvero la quotidianità, ma sotto il potere del tempo, che è rappresentato dai due suonatori della campana.
Solo una parola sulle rappresentazioni dei suonatori della campana: uno con la barba (considerato il vecchio), che batte le ore due minuti prima dell’ora esatta, a rappresentare il tempo che è passato e uno senza barba (il giovane), che suona l’ora due minuti dopo, per rappresentare il tempo che verrà.
Infine non resistetti e mi infilai nella Basilica per vedere di nuovo i cavalli di bronzo (in realtà sono di una lega di rame e bronzo, con un’alta percentuale di rame) attribuiti a Lisippo e quindi del IV secolo A.C. Non ci sono però certezze e per altri risalirebbero all’epoca ellenistica non anteriore al II secolo A.C. e per altri all’epoca romana quindi al II o III secolo D.C. Provengono da Costantinopoli (si trovavano all’ippodromo) e furono portati a Venezia dai crociati, che li avevano trafugati durante il saccheggio di Costantinopoli nel XIII secolo. Hanno vissuto varie vicende, Napoleone li portò a Parigi, poi tornarono a Venezia ed erano sulla terrazza della basilica fino agli anni ’80 del novecento, quando si decise di portarli al coperto all’interno della Basilica e lasciare esposte delle copie.
Per me sono di una bellezza assoluta e ogni volta non mi stanco mai di coglierne il movimento contenuto nella materia, di ammirarne i volti così espressivi. Non so perché ma esercitano un grandissimo fascino su di me. Era giunto il momento di riprendere il traghetto verso la stazione di Santa Lucia, avendo goduto, anche questa volta, una minima parte della città ma tanto bastava per concordare con Mieczysław Kozłowski: “E quando lasciamo Venezia scopriamo che i nostri orologi hanno problemi a tornare di nuovo al tempo reale.”
Fabrizia Cataneo


