Il cielo di Beijing al The Temple Hotel

James Turrel ha catturato il cielo della capitale cinese

Quando penso a Beijing (Pechino per noi italiani) penso alla miriade di persone che popolano ad ogni ora la capitale cinese e che ne attraversano i suoi quartieri trasportati dalle vetture delle 23 linee della metropolitana (per un totale di quasi 700 Km di binari), o a bordo delle proprie automobili percorrendo i sei anelli concentrici che ci hanno fatto dimenticare le immagini dello sciame di biciclette della Beijing Maoista. Pensate che il sesto raccordo anulare è lungo quasi 200 km e l’estensione metropolitana della città è grande quasi quanto la Corsica. In questa situazione l’inquinamento atmosferico è spesso drammatico e, di conseguenza, in molti giorni dell’anno il cielo è saturo di nebbia color grigio.

Certamente James Turrell, l’artista americano che dalla metà degli anni ’60 ha eletto la luce come suo mezzo di espressione artistica, disseminando nel mondo opere d’arte che ruotano attorno all’esperienza del “cogliere” la profondità del cielo, ammirandolo dall’interno di una stanza (c’è ne anche una in Italia, presso la Villa Panza a Biumo in provincia di Varese), si sarà fatto ispirare più dai cieli tersi dell’inverno pechinese che ancora oggi si riescono saltuariamente ad ammirare, quando la città è spazzata dai venti che arrivano dall’altopiano della Mongolia interna, piuttosto che dalle atmosfere plumbee alla Blade Runner.

Si chiama Gathered Sky – oltretutto l’unica installazione di Turrell in Cina – ed è situata all’interno del The Temple Hotel, a pochi passi dal Jingshan, un parco urbano proprio a nord del muro di cinta della Città Proibita. Gli “skyspace” sono stati concepiti per creare un ambiente ideale, spesso all’interno di edifici esistenti, dove lo spettatore può osservare una spettacolare interazione tra luce artificiale e naturale stando all’interno di una stanza nella quale, attraverso un apposita apertura nel soffitto, un grande lucernario, è possibile percepire la profondità e immensità del cielo. L’installazione permanente di Beijing, è stata progettata per una visione al tramonto ed è aperta solo quattro giorni alla settimana; gli spettatori sono invitati a sdraiarsi per terra, appoggiando la testa su un cuscino e a guardare verso l’alto, dove un’apertura rettangolare incornicia il cielo della città; il momento è arricchito da musica e da un gioco di luci, a variazione d’intensità controllata, che inviata i partecipanti, per circa un ora, alla contemplazione del cielo, della natura e alla meditazione.

Probabilmente, o almeno mi piace pensarlo, anche la storia del sito fu d’ispirazione all’artista. Il The Temple Hotel, è infatti situato nel centro della capitale cinese, ma lontano dal trambusto e dalla folla dei centri commerciali e dei grandi viali di percorrenza, in uno di quei pochi quartieri caratterizzati ancora dalla presenza dell’architettura tradizionale, i cosidetti siheyuan (antiche case basse a corte) in cui è possibile girovagare a piedi tra i vicoli che le stesse case compongono (gli hutong). Questi quartieri furono demoliti a partire dal XX secolo; prima al tempo di Mao e poi, negli ultimi anni, per creare aree da dedicare alla viabilità e alle grandi icone dell’architettura contemporanea.

Questo piccolo gioiello (dispone infatti solo di otto camere in cui il viaggiatore contemporaneo può rivivere un antico ambiente cinese, contornato da tutti i comfort) è nato, dopo un accurata ristrutturazione, proprio all’interno di uno di questi edifici storici. La storia dell’area ha radici molto profonde e risale a 600 anni fa. Durante la Dinastia Ming fu adibito a laboratorio di stampa imperiale per la produzione di sutra buddisti per i templi di Pechino; sotto la dinastia Qing fu trasformato nel tempio Zhizhu e, nella prima metà del 1700 l’area divenne un centro per l’insegnamento della conoscenza religiosa; infine, nella seconda metà del novecento, fu trasformato in una fabbrica del Partito Comunista, fino a quando l’imprenditore belga Juan Wassenhove e i suoi partner cinesi, lo acquistarono e lo convertirono nello spazio che possiamo vedere oggi. La ristrutturazione, seguendo le direttive impartite dall’Amministrazione comunale dei beni culturali di Pechino, per mantenere l’autenticità dell’edificio esistente, è durata 4 anni riutilizzando, dove possibile, legno e piastrelle originali; per l’illuminazione i proprietari si sono affidati alle mani esperte ddel designer di luci, Ingo Maurer. Il complesso di 3500 mq. oltre all’hotel, è caratterizzato dalla presenza di una galleria d’arte contemporanea e da un ristorante (il TRB restaurant, i cui interni sono stati curati dallo studio di progettazione internazionale Hassel) che è lodato come una delle migliori esperienze culinarie di Beijing. In generale, il progetto di restauro ha cercato di ripristinare i caratteri originali dell’architettura della dinastia Qing e a preservare ciò che è stato costruito o aggiunto negli anni più recenti perché, anche questi cambiamenti rendono una testimonianza della storia del sito.

Nel 2012, il restauro del tempio di Zhizhu ha ricevuto il premio Asia-Pacifico dall’UNESCO per la conservazione del patrimonio culturale.

James Turrell non poteva essere consapevole, quando realizzò l’opera, dei cambiamenti climatici che, da lì a breve, avrebbero modificato il cielo sopra Beijing, ma certamente la sua opera ha contribuito in maniera insindacabile alla bellezza di questo luogo.

Nicola Rovere