Quando si dice Tanzania la mente corre al Serengeti e poi al cratere dello Ngorongoro. Direi a ragione perché il Serengeti è il più famoso e anche, forse, il più spettacolare parco africano e lo Ngorongoro un “unicum”. Ma questo tende a farci dimenticare quanti altri fantastici luoghi ci sono in Tanzania. Dal Kilimangiaro al lago Natron, da Gombe, famoso perché Jane Goodall ha svolto per anni la sua ricerca sugli scimpanzé, al cratere di Empakaai e poi il Manyara, il parco Tarangire, il Selous etc..
Ma tra tutte queste meraviglie oggi voglio ricordare il mio viaggio in un parco a cui sono molto legata: il parco di Ruaha, 20,226 km² di natura selvaggia, nel sud della Tanzania. Il parco presenta paesaggi ed ecosistemi diversi che vanno dalle foreste di acacie e baobab a zone paludose e poi ad alternarsi di colline, praterie e foresta sempre verde. In vicinanza dei fiumi si trovano anche le palme e poi ogni tanto un cactus africano si alza imponente e quasi anomalo nel paesaggio.




Più defilato rispetto al frequentatissimo Serengeti, vi si giunge con un piccolo aereo da Dar es Salaam e vi ho trascorso 4 giorni perfetti nel pieno della stagione secca, quando gli animali sono obbligati a riunirsi nelle pozze d’acqua ancora disponibili per abbeverarsi.
Ho girato molta parte dell’Africa orientale e meridionale e di luoghi affascinanti ne ho incontrati tantissimi, anzi tutti lo erano per un verso o per l’altro, ma questa esperienza è stata speciale. Innanzitutto il lodge era in una posizione mozzafiato: all’interno del parco, una manciata di bungalow, mimetizzati nella foresta lungo il fiume Ruaha.
Il bungalow era una struttura in legno e mattoni su palafitte, con una veranda all’ingresso della stanza, che guardava sul fiume a pochi metri. La stanza aveva enormi finestre, che si chiudevano con una specie di veneziana di stoffa, senza vetri, ma con zanzariera. Ero sdraiata sul letto circondata da piante, canto di uccelli , il fiume davanti e in lontananza il brontolio dell’ippopotamo.

Sul fiume era un continuo movimento di animali, che si abbeveravano, e, così, stando sulla veranda, assistevi ad un susseguirsi senza posa di elefanti, di antilopi d’acqua (Cobo), di scimmie, e di una pletora di volatili, che atterravano e ripartivano. Insomma la mia giornata, tra una uscita in safari e l’altra, era perennemente senza respiro.
La mattina si usciva alle 6 circa sulla jeep, quindi mi alzavo che era ancora quasi buio e uscivo in veranda nel silenzio completo, a volte anche con una ombra di luna ancora in cielo. Si sentiva solo il rumore del tuffo in acqua di qualche uccello che pescava, ma non si vedeva ancora abbastanza per distinguere cosa fosse. Tutto era affidato all’udito. Poi piano piano un chiarore più intenso e il fiume e il paesaggio si tingevano di colori pastello sfumati, che davano un senso di irrealtà, quasi di sogno.
A quel punto era tempo di andare in safari. Piste tra baobab, fiori rossi chiamati toothbrush (spazzolino da denti), perché ci assomigliano davvero tanto, acacie e… animali: leoni con la preda cacciata nella notte, leoni che si abbeveravano, leopardo sull’albero, mandrie di elefanti con i piccoli, giraffe a passeggio in cerca di germogli sulle cime degli alberi, con il loro tipico incedere un pò ondeggiante e, poi, all’abbeverata, quando perdevano tutta la loro grazia, costrette a piegare il loro corpo lungo e affusolato in una posizione precaria ed estremamente vulnerabile agli attacchi dei predatori, e ancora antilopi di tutte le dimensioni, scimmie e poi avvoltoi, aquile (tra tutte l’aquila pescatrice, la mia favorita) e le coloratissime ghiandaie, cicogne, gru e via così.







Nel parco potevi percorrere piste per ore senza incontrare altre jeep e si creava così l’illusione che il parco ti appartenesse e tu fossi l’ospite privilegiata di un paradiso terrestre incontaminato.
Poi si tornava al campo per il pranzo e il riposo, prima del safari al tramonto. In quelle ore oltre al pranzo e al riposo si sarebbero dovute verificare le macchine fotografiche, scaricare le foto del mattino e ricaricare le pile.
Quasi sempre io saltavo il pranzo e il mio riposo consisteva nello stare incollata alla veranda con la macchina fotografica al collo per cercare di catturare in immagini l’affollato andirivieni sul fiume. Non ero io ad andare a caccia di animali nel bush erano loro che venendo al fiume mi venivano incontro, condividendo momenti della loro vita giornaliera.





Erano tanti e di una varietà infinita ma io non riuscivo a staccare lo sguardo dagli elefanti che si spruzzavano d’acqua e di fango, dalle femmine che proteggevano i piccoli e dai piccoli che giocavano nell’acqua e si specchiavano bevendo.
Scriveva il naturalista e scrittore americano Peter Matthiessen “A volte posso guardare gli elefanti (e solo gli elefanti) per ore… c’è un mistero dietro la maschera di quel viso grigio, e c’è un’antica forza vitale, delicata e potente, impressionante e incantata”. Ecco direi che riassume benissimo la fascinazione che si prova in loro presenza.






Gli elefanti, di cui il parco è ricchissimo, sono animali incredibili: intelligenti, con un forte senso di gruppo, con un’interazione continua anche tra branchi diversi. “Gli elefanti amano incontrarsi. Essi si riconoscono l’un l’altro dopo anni e anni di separazione e si salutano con selvaggia gioia chiassosa. Barriscono e strombazzano, sbattono le orecchie e sfregano per terra, intrecciando le proboscidi” così racconta Jennifer Richard Jacobson.
Il loro incedere nella foresta è un rumore profondo così come il loro barrito. C’è poi da dire che spesso comunicano con suoni, che il nostro orecchio non percepisce, trasmettendosi informazioni a distanza di chilometri.
Dove passano arruffano la foresta, strappando rami, incidendo cortecce di alberi, smuovendo il terreno, ma ciò che è davvero affascinante di questa specie è la loro capacità di memorizzare e trasmettere alle generazioni successive informazioni vitali, come dove si trova l’acqua, che percorso nella foresta seguire, come proteggere i piccoli, come interagire nel gruppo, che è fortemente gerarchico e guidato da una matrona, che con la sua esperienza e saggezza è determinante per la sopravvivenza di tutti.






Hanno il senso del lutto. Io stessa ho assistito alla scena di un piccolo, la cui madre giaceva morta e sulla quale gli avvoltoi arrivavano a frotte, che si disperava urlando il proprio dolore e allontanandosi di qualche passo per poi tornare dove giaceva il corpo della madre, scuotendo la testa e la proboscide in un modo così eloquente da trasmetterti tutta la sua angoscia.
Ma torniamo alla routine delle mie giornate: era di nuovo l’ora del safari. Di gran corsa afferravo una nuova pila per la macchina fotografica, cambiavo la schedina quasi esaurita, afferravo la giacca a vento (non si sa mai) e via di nuovo sulle piste assolate e aride in quel periodo dell’anno.
Per quattro giorni ho trascorso così il tempo e sono stata felice e dimentica di tutto il resto. Poi l’ultima notte a Ruaha e un ultimo ricordo.






Fui svegliata nel cuore della notte da un crepitio di rami spezzati, aprii gli occhi e restai in ascolto con tutti i sensi all’erta. Ovviamente uscire a vedere cosa succedeva, era fuori questione. La prima regola dell’Africa è quella di restare di notte all’interno della tenda, del bungalow o qualunque altro riparo sia. Il rumore si ripetè più volte e sentii qualche passo pesante e il rumore di masticazione, mi sembrò.
Pensai subito ad un elefante che stava approfittando dei cespugli, che nascondevano la mia “casa”, sul lato sinistro. Poi più niente e scivolai di nuovo nel sonno. La mattina dopo ebbi la conferma che un elefante mi aveva tenuto compagnia, in quanto aveva lasciato per terra, ai piedi della veranda, un segno inconfondibile del suo passaggio.
Quando penso a quei giorni mi viene in mente il commento di una anziana signora belga, incontrata nel lodge, che tutti gli anni vi veniva a passare una decina di giorni. Mi disse “sono vedova, mio figlio vive in Spagna e in Belgio sono sola. Vivo tutto l’anno aspettando questi giorni a Ruaha. Ho girato altri parchi ma è qui che risiede il mio cuore. Finché posso, ogni anno torno qui e mi sento a casa e al mio posto”. La capivo benissimo e spero che abbia potuto continuare a farlo fino ad oggi.
Fabrizia Cataneo


