È iniziato tutto di sera, una di quelle sere nebbiose che solo noi della bassa Padana conosciamo, freddo e umidità ti entrano nelle ossa regalandoti brividi che difficilmente riesci a placare. Portavo i cani a fare la solita passeggiata e piano piano nel buio ho iniziato a meditare l’idea di una nuova avventura.
Come di consueto ho iniziato a scavare tra i ricordi e ho rivisto nei miei occhi savane e deserti e sentito profumi famigliari. Certo non avevo dubbi, la destinazione sarebbe stata l’Africa.
Restava solo da capire cosa avrei voluto fare, vedere animali, paesaggi mozzafiato o incontrare popolazioni sperdute con ancora vive le tradizioni ancestrali dei loro avi? La scelta non è stata difficile, avevo già deciso ancora prima di finire il giro dei pensieri, sarei tornato in Namibia.
L’avventura prende forma e incomincia a disegnarsi nella mia mente, farò un itinerario circolare che mi porterà come prima tappa nel parco Etosha dove incontrerò i ranger dell’unità anti-bracconaggio per meglio capire le tecniche utilizzate dai bracconieri per catturare gli animali, poi a ovest verso la regione dei rinoceronti neri, continuerò il viaggio a nord ovest fino ad arrivare quasi al confine con l’Angola dove cercherò gli elefanti del deserto che percorrono i fiumi effimeri alla ricerca dell’acqua, visiterò villaggi Himba, (popolo nomade che vive di pastorizia), proseguirò verso sud arrivando fino al mare percorrendo la costa degli scheletri resa famosa dai romanzi di Wilbur Smith arrivando a Cape Cross dove vive un’enorme colonia di otarie del capo.
Mi rilasserò a Swakopmund e in quad bike farò un’escursione storica visitando i cimiteri del popolo Topnaar (un clan del popolo Naar) ripercorrendo le impronte fossili fatte dai loro avi migliaia di anni fa e cercando resti di vasellame e ferro provenienti da naufragi di navi Olandesi nella seconda metà del 1700.
Raggiungerò anche il mio amato deserto per bearmi di un tramonto che toglie il fiato sorseggiando un freschissimo G & T e finirò il mio viaggio in una riserva con all’interno scuola dove incontrerò i bambini San (Boscimani) e le loro maestre ai quali donerò del materiale didattico.
Ora prima di partire con queste idee devo trovare 2 compagni di viaggio desiderosi di vivere emozioni forti e alcuni sponsor per supportare questa spedizione. Non è mai difficile trovare dei compagni di viaggio, chi non vorrebbe fare un’esperienza unica ma un’altra storia è trovare persone motivate.


Nella mia testa so già chi chiamare, sono sicuro che non mi diranno di no, hanno gli skill necessari per affrontare questo viaggio: Paolo, amico, fratello, apprezzatissimo chirurgo veterinario che ha già viaggiato con me in Sudafrica e in Namibia e che mi aveva in passato manifestato il desiderio di visitare alcune cliniche da campo e di approfondire la piaga del bracconaggio in quella zona d’Africa.
Massimo: amico, field guide e ottimo driver, con lui ho condiviso svariati viaggi tra i quali la Caprivi expedition nel 2011 che ci ha portato nella parte estrema ad Est della Namibia per un safari sui fiumi.
Li chiamo, espongo la mia idea e non mi lasciano neanche finire, confermano entrambi.
Mi dedico alla ricerca degli sponsor, 3 sono mirati in quanto lo sono già stati presenti in una mia spedizione precedente, HPRC per valigia e zaino in resina, indistruttibili, Extrema Ratio per coltelli e machete di altissima qualità e SafariSport & Quinta Regina per l’abbigliamento, gli altri sponsor che hanno aderito sono: Stilmode Maiocchi abbigliamento che mi ha donato un capo storico e rarissimo della collezione Willis & Geiger Safari, Selleria Gianoli che ha contribuito con felpe personalizzate e borse in canvas e cuoio, American crew e SIR che ci hanno fornito prodotti per la cura personale e Arnaboldi che ci ha rifornito di prodotti alimentari da donare ai villaggi.

Decido la data di partenza, 17 giugno, prepariamo i bagagli, si parte. Quello che segue è un diario dettagliato di quanto accaduto giornalmente.
Giorno 1 Italia/Namibia
La partenza è arrivata, passo a prendere i compagni di viaggio e in un attimo siamo in aeroporto, check in e partenza per Windhoek con Lufthansa e cambio di aeromobile a Francoforte. Gli aeroporti di Linate e Francoforte sono poco trafficati, il COVID ha diminuito drasticamente il traffico aereo.
Noi partiamo con una lettera di invito da parte dei lodge e dal centro recupero felini, siamo quindi giustificati a viaggiare per lavoro. La notte in volo scorre veloce con l’adrenalina che pompa forte dentro di noi per l’emozione dell’avventura.
Giorno 2 Windhoek/Okonjima
Windhoek. Eccoci atterrati, attendiamo i bagagli e le lunghe formalità di ingresso, presentazione del tampone e dei moduli, domande di rito e finalmente il timbro di entrata.
All’uscita incontriamo Alessandro che è insieme a Paola il nostro corrispondente, cambiamo i soldi e prendiamo possesso della nostra auto: una Toyota Hilux 2.4 – 4×4, imponente…
Partiamo in direzione nord verso la riserva di Okonjima e la fondazione Africat: una riserva privata che si dedica alla conservazione della fauna selvatica.
L’Africat Foundation fu fondata all’inizio degli anni ’90 come organizzazione non a scopo di lucro. E’ cresciuta notevolmente da allora e quella che inizialmente era una organizzazione per il benessere degli animali, è diventata anche un centro per l’educazione e la ricerca, fattori importanti per raggiungere l’obiettivo principale della fondazione, la protezione a lungo termine dei grandi carnivori in Namibia. I suoi obiettivi principali sono l’educare le comunità rurali a tollerare la presenza dei grandi carnivori, insegnando tecniche specifiche relative alla protezione del bestiame dai predatori, la ricerca (in particolare per quanto riguarda i ghepardi e i leopardi, sia in libertà che in cattività), ed il fornire un luogo di vita adeguato e cure agli animali che non possono essere re-inseriti in natura



Circa tre ore e mezza di strada ci dividono dal lodge ma volano in un clima gioioso.
Svoltiamo a sinistra e dall’asfalto passiamo a una strada sterrata, impieghiamo circa 35 minuti per raggiungere la nostra destinazione…..
Arriviamo e dopo un delizioso light lunch partiamo per un’escursione esclusiva all’interno della riserva, ci hanno assegnato la loro guida migliore e una jeep 9 posti a nostra completa disposizione.
Avvistiamo giraffe, zebre e altri ungulati comuni, abbiamo la fortuna di vedere degli Hippotragus niger Variani (rara sottospecie dell’Antilope nera gigante) animali di rara bellezza.



Passiamo al setaccio una remota area della riserva dove dicono dimorino una coppia di leopardi, battiamo le piste, stiamo quasi perdendo la speranza quando la guida avvista il maschio che si stira come un gatto su di un albero, magnifico, poco dopo dalla macchia spunta la femmina, abbiamo modo di seguirli per circa un’ora immortalandoli in giochi amorosi e sovrapposizioni varie, sono veramente a pochissimi passi da noi e non sono disturbati, siamo infatti l’unica presenza nella zona.
Aspettiamo il tramonto insieme a loro e quando il sole scompare e inizia la blue hour anche i nostri amici leopardi se ne vanno……
Rientriamo al lodge eccitati dagli incontri e durante la cena non facciamo altro che parlare di quanto abbiamo appena visto e della fortuna che abbiamo avuto. Stremati rientriamo in stanza per la notte.
Giorno 3 Parco Etosha
La mia sveglia non perdona, sono anni che è tarata alle 5:30 ma quando suona mi trova già sveglio, l’adrenalina mi ha buttato giù dal letto da un’ora.
Aspetto i miei compagni di viaggio nella sala colazioni e inizio a fotografare le prime luci dell’alba, non so perché ma questo momento della giornata mi ha sempre emozionato, la luce che piano piano accende la giornata mi fa venire i brividi, qua in Africa è tutto amplificato e i canti degli uccelli e i profumi mi inebriano.
Ecco arrivare Paolo e Max, consumiamo una ricca colazione e siamo pronti a partire.
Il Parco Nazionale Etosha copre un’area di 22 270 chilometri quadrati. Nel 1907 Von Lindequist, governatore della German South West Africa destinò un’area di 99 526 chilometri quadrati a riserva per gli animali. Quest’area includeva l’attuale riserva. Da allora i confini del parco sono stati spostati più volte. Questa riserva venne chiamata Etosha National Park nel 1958 e nel 1970 venne portata all’area attuale.
La zona più vasta del Parco Etosha è occupata da una pianura a circa 1200 metri sul livello del mare e che rappresenta parte del bacino dell’Ovambo. L’Etosha Pan, di un’area di circa 4600 chilometri quadrati, rappresenta la parte meridionale di questo bacino.



Solo la parte occidentale del Parco è caratterizzata da un paesaggio collinoso, che consiste principalmente di gneiss e granito.

A circa 9 chilometri ad est di Okaukuejo si trova il punto panoramico “Etosha Pan”. Da qui si ha la veduta migliore sulla depressione salina della Pan.
Circa 300 milioni di anni fa quella che oggi è l’Etosha Pan subì l’influenza dell’era glaciale del Gondwana. Ebbero inizio massicce nevicate che cominciarono a formare ghiacciai che scesero dalle regioni montuose circostanti verso il bacino dell’Ovambo. I deserti e le savane tipici della Namibia di oggi erano soggetti a condizioni atmosferiche come quelle che attualmente si trovano in Alaska! Dove oggi si trova questa infinita distesa salina un tempo si stendeva un ghiacciaio. Questo periodo glaciale si protrasse per circa 20 milioni di anni. Durante i successivi 100 milioni di anni si verificò un drastico cambiamento climatico: le condizioni polari vennero sostituite da un deserto caldo e arido. Oltre ad influire ovviamente sulle vite delle piante e degli animali, questo cambiamento climatico causò il completo scioglimento dei ghiacciai. Dove si trovavano i ghiacciai vennero a formarsi immense distese di dune.
Circa 120 milioni di anni fa, all’epoca della suddivisione del Gondwana, si verificò un innalzamento della crosta terrestre intorno al bacino dell’Ovambo. L’aumento nella pendenza tra le montagne circostanti ed il bacino dell’Ovambo causò il rafforzarsi del fenomeno di erosione. I detriti trasportati dai fiumi venivano depositati sulle sabbie del deserto che coprivano il bacino dell’Ovambo e l’Etosha Pan. Al centro del bacino si formò un ampio lago che veniva rifornito occasionalmente da acque provenienti dal nord. L’irregolarità di questa irrigazione faceva si che periodi di piena si alternassero a periodi di secca. Durante i periodi di secca diversi sali precipitavano a causa dell’evaporazione e questo formò il lago salato “Etosha”.
Attualmente la depressione salina dell’Etosha è lunga 120 km e larga 72 km e viene fornita d’acqua piovana e da acque che provengono saltuariamente dall’Ovamboland. Ancora oggi il paesaggio subisce continue impercettibili mutazioni, principalmente causate dal vento anche grazie alla scarsa vegetazione. La forte influenza del vento si può vedere dalle dune formatesi per esempio nei presso di Andoni, nella parte nord orientale dell’Etosha Pan. Nel Parco si trovano 114 specie di mammiferi, tra i quali l’impala dal muso nero (non vi sono impala comuni nel Parco) ed il rinoceronte nero. Per quanto riguarda gli uccelli, sono state identificate 340 specie, un terzo delle quali migratorie. Il programma di oggi prevede l’attraversamento del parco Etosha dal Von Lindequest gate (a Est) fino all’Anderson gate (centro sud), un centinaio di chilometri che diventano infiniti percorrendo i vari detour per raggiungere le pozze d’acqua alla ricerca degli animali.

Ovviamente siamo i primi al gate, non stiamo nella pelle. Dopo aver pagato il ticket d’entrata iniziamo a percorrere il pre parco fino a Namutoni, è infatti da lì che iniziano i veri detour. Siamo in periodo Covid e il turismo è ridotto al minimo, nell’ultimo anno gli animali non sono stati disturbati, ci aspettiamo pertanto incontri ravvicinati e inaspettati, ci muoviamo lentamente lungo strade sterrate polverose, in un ambiente lunare, il vento smuove la sabbia e la trasporta ovunque coprendo ogni cosa e restituendo agli occhi un’immagine innaturale, i colori si smorzano e tutto diventa bianco, solo il cielo è di un azzurro intenso. Nell’erba bruciata dal sole trovano ristoro gruppi di Springbok (antilopi) disturbate da alcuni sciacalli, nelle pozze troviamo giraffe ed elefanti intenti ad abbeverarsi e dove l’acqua è più profonda scorgiamo una mamma giocare con il suo piccolo.
Ci muoviamo al rallentatore, fotografiamo e godiamo di quanto la natura ci sta regalando ed è proprio in quel momento lento che scorgiamo una coppia di leoni amoreggiare dietro ad una pianta, ci fermiamo a spiare questo momento di intimità, breve e violento ma che sa di natura selvaggia. Il detour ci riporta sulla strada principale e dopo pochi chilometri si staglia davanti a noi un rinoceronte nero, difficile da vedere a distanza ravvicinata, attraversa la strada con indolenza, per niente impaurito dalla nostra presenza si lascia accompagnare per un po’, fino a quando si stufa e se ne va per la sua strada, un’esperienza unica.
Un gelato a Okakuejo e si riparte, ci aspettano ancora svariati detour e la speranza di avvistare il grande elefante bianco è parecchia. Visitiamo almeno 4 pozze senza incontrare animali importanti, sono quasi le 15:00 e la temperatura passa i 30 gradi, anche gli animali cercano riparo nelle zone più interne del parco e sotto gli alberi, riusciranno solo verso il tramonto per un’abbeverata. Abbiamo quasi perso le speranze quando in lontananza si staglia l’immensa sagoma di un gigante bianco, meravigliosa e imponente ma troppo lontana per un buon scatto, quasi felici rientriamo al lodge per la cena.
Abbiamo scelto un lodge con una postazione di avvistamento sulla pozza interna e dopo cena ci posizioniamo in attesa di un miracolo notturno…….tutto è nero, solo le stelle e una piccola luce sulla pozza illuminano la notte, è un via vai di animali, si avvicinano per un sorso d’acqua prima del riposo, vediamo zebre, impala, gnu, eland e finalmente una famiglia di rinoceronti bianchi, più imponenti del nero, 3 bestioni che si piazzano davanti a noi regalandoci emozioni e scatti indimenticabili.
Giorno 4 Etosha ovest
La sveglia è sempre alle 5:00, l’alba è affascinante ovunque ma quella africana ha un sapore unico e non voglio perderla, mi regala giochi di luce magici e un misto di rossi e arancioni che mi ritemprano e mi preparano alla giornata di attraversamento della zona ovest del parco, la più selvaggia. Impiegheremo quasi tutta la giornata tanta è la distanza tra i due gate ma la velocità non sarà mai superiore ai 60 chilometri orari. Avvistiamo coppie di struzzi con i loro piccoli, buffi e velocissimi, rimaniamo affascinati dalla danza dell’amore di un’otarda di kori: l’Ardeotis kori è forse il più grande uccello in grado di volare anche se preferisce di gran lunga spostarsi a terra, infatti è un buon corridore. E’ un animale poligamo e ogni maschio si conquista un harem di femmine.
Arriviamo nel pomeriggio nella conservancy di Hobatere nella parte più a ovest del parco, percorriamo la strada che ci separa dal campo base rimanendo in silenzio, affascinati dallo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi, formazioni rocciose in mezzo a fiumi in secca, acacie e savana.


Al nostro arrivo Martin la nostra guida ci accoglie con un the freddo e ci porta alle nostre tende, piccole e ben attrezzate, il bagno è all’aperto ma non ci infastidisce, l’Africa è anche questa. Dopo un veloce light lunch partiamo per un’escursione all’interno della riserva, ci avvisano che una leonessa è in procinto di cacciare e non possiamo rischiare di perdere un’occasione come quella, la vediamo dopo circa 20 minuti accovacciata sotto un’Euphorbia Damarana: si tratta di una pianta velenosa, la cui linfa viene usata dai Boscimani per realizzare frecce avvelenate da usare nella caccia. La pozza d’acqua è a breve distanza e si susseguono impala, babbuini e zebre, noi sudiamo vedendo i movimenti della leonessa sempre pronta ad attaccare e dopo svariati minuti di attesa una partenza fulminea verso un’impala ci lascia impietriti, siamo pronti per vedere la caccia ma un attimo dopo la vediamo desistere e andarsene dalla parte opposta come se nulla fosse. Peccato. Visitiamo altre parti della riserva e rimaniamo ammaliati da una valle zeppa di termitai alcuni di altezza superiore ai 3 metri, avvistiamo anche parecchie mandrie di ungulati prima di fermarci in una radura per bere un gin tonic ammirando il rosso tramonto. Al rientro ci attende filetto di antilope con riso pilaf e una sorta di dolce che non saprei descrivere ma che con l’aiuto delle birre mi è sembrato buonissimo.
Giorno 5 Etosha/Palmwag (regione del Kunene)
Colazione e partenza, inizia oggi la parte più impegnativa del viaggio nella regione di Kunene, nella Namibia settentrionale. Probabilmente si tratta di una delle aree più incontaminate dell’Africa meridionale. Nonostante il clima arido e il terreno roccioso qui vivono gli Himba, un gruppo etnico di pastori nomadi che si occupa dell’allevamento di capre e bovini.
Muoversi in questa regione non è facile per la mancanza di strutture ricettive. Non ci sono negozi, strutture ricettive, meccanici, ospedali. Le condizioni stradali del territorio sono pessime e richiedono obbligatoriamente l’uso di un fuoristrada capacità di guida e molta prudenza.

Gli Himba vengono spesso indicati come popolazioni vicine agli antenati dell’uomo poichè hanno vissuto per migliaia di anni lontani dal contatto con altre popolazioni e dagli europei.
Le donne si cospargono il corpo di ocra rossa mista a burro e indossano minigonne di pelle.
Ancora oggi sono rari gli indumenti occidentali, utilizzati principalmente dai maschi. I missionari cristiani tentarono inutilmente negli anni la loro evangelizzazione e ad oggi molti villaggi Himba praticano la religione animista.
Le donne himba svolgono i lavori più pesanti: mungono gli animali, si occupano dei bambini, trasportano l’acqua e costruiscono le capanne del villaggio utilizzando foglie di palma intrecciate con fango e sterco. Arriviamo al Palmwag lodge e partiamo subito per un’escursione esplorativa dell’area circostante, in realtà il tour panoramico che ci hanno prenotato ci sposta di oltre 50 chilometri all’interno tra le montagne, non vediamo animali ma lo scenario del tramonto in cima alla montagna ce lo ricorderemo a lungo……..
Giorno 6/7/8 Purros
Finalmente ci addentriamo nel cuore del nostro viaggio, puntiamo a nord verso Purros, la nostra destinazione.
Raggiungeremo la meta in circa 4 ore, la strada è incredibile, sicuramente una delle più belle che ho mai percorso, fiumi di terra dai colori cangianti che vanno dall’ocra al rosso virando poi sul mattone e sul beige, difficilissimo descriverli, bisogna andarci per rendersene conto di come la natura sa mixare gli elementi lasciandoci senza parole. Lungo la strada incontriamo parecchi gruppi di giraffe, altro animale molto presente in quest’area, sono sempre in gruppi, minimo 2 ma spesso anche 10 e più, ci fermiamo per filmarle, il drone non le spaventa e rivederle il filmato ancora oggi mi emoziona. Prima di raggiungere la nostra destinazione ci fermiamo nel villaggio si Sesfontein per donare alla popolazione circa 500 mascherine protettive, siamo assaliti dagli abitanti, ci circondano e tutti vogliono la mascherina ma sono sicuramente più contenti di vedere dei turisti in quell’angolo remoto di mondo. Proseguiamo fino a Purros dove troviamo la nostra guida lungo la strada, ci dovrà guidare fino al lodge attraverso un fiume in secca. Passiamo altri 15 minuti alla guida e finalmente all’orizzonte su una collinetta si staglia l’Okahirongo Elephant Lodge, il nostro “Buen Retiro” per i successivi 3 giorni.
Siamo i soli ospiti del lodge che ha 9 camere…..un posto eccezionale, servizio e sistemazione sono al top.
Si è fatto tardi e dopo il check in brindiamo al nostro arrivo a bordo piscina con il sole che va a dormire di fronte a noi.
I 2 giorni seguenti li passiamo inseguendo giraffe ed elefanti tra le montagne lungo i fiumi effimeri mentre sono alla ricerca dell’acqua, infatti gli elefanti ripercorrono ogni anno gli stessi itinerari e si fermano lungo i fiumi a scavare buche fino a trovare l’acqua, si abbeverano a sufficienza e poi lasciano la pozza a disposizione degli altri animali che seguendo una gerarchia non scritta vanno a bere fino a quando la pozza non si sarà richiusa.

Gli incontri con gli elefanti del deserto sono sempre affascinanti e non sai mai dove potrai incontrarli, spesso nascosti dalla fitta vegetazione li vedi all’ultimo momento sbucare da dietro una palma o una duna, la fortuna di vederli nel loro ambiente naturale e la possibilità di fare l’off road ti consentono di avvicinarti moltissimo a loro senza disturbarli. Durante i giorni di escursione ci siamo imbattuti in un branco di giraffe dove due maschi dominanti stavano lottando, forse per le femmine o forse per il territorio sta di fatto che è stato uno dei combattimenti più cruenti che ho visto, colli che si intrecciavano e testate a gogo. Durante questa permanenza ci siamo dilettati anche ad insegnare a fare la pizza alla chef del lodge.
Giorno 9 Purros/Twyfelfontain
A malincuore lasciamo quest’angolo di paradiso per dirigerci verso sud, in circa 5 ore percorriamo la strada che ci separa a Twyfelfontein nel Damaraland : Dalle gloriose formazioni rocciose di Spitzkoppe, Erongo e Brandberg (Ai tempi delle spedizioni via mare una montagna che si stagliava ad est sull’orizzonte, all’interno di una costa piatta, serviva come punto di riferimento per i marinai. Avvicinandosi alla costa con la luce del tramonto, vedevano i massi granitici sulle sue pendici assumere un colore rosso fuoco. La gente locale chiamava la montagna Daures o “montagna che brucia”. La montagna più alta della Namibia, ora chiamata Brandberg, un tempo era infuocata anche dall’interno: era un vulcano attivo sino a 133-132 milioni di anni fa, quando il magma granitico riempì e chiuse la sua caldera. Con il passare dei millenni il cono del vulcano è stato eroso, ma l’interno granitico è rimasto a formare questo rilievo montuoso dal diametro di 25 x 21 km. Il suo picco più alto, il Königstein, ha un’altitudine di 2573 metri sul livello del mare) a sud fino alle altrettanto gloriose montagne di roccia rossa e deserto selvaggio intorno a Palmwag a nord, Damaraland è una delle più straordinarie collezioni di paesaggi della Namibia. Nascosto nelle fessure rocciose si trova il Twyfelfontein, che insieme al Brandberg contiene alcune delle più belle incisioni rupestri preistoriche dell’Africa meridionale, una foresta pietrificata nelle vicinanze e valli tempestate di palme. Damaraland è anche una delle aree di osservazione della fauna dell’Africa meridionale più sottovalutate. Una delle ultime aree naturali non ufficiali della Namibia che ospita rinoceronti neri in pericolo di estinzione, leoni ed elefanti adattati al deserto, così come l’intera gamma di specialità della Namibia come zebre, giraffe e iene maculate. Dopo aver preso possesso delle nostre tende, ci concediamo un aperitivo sul belvedere in cima alla montagna, coricati su cuscini giganti ci godiamo un G & T Gin Malfy al pompelmo.
Giorno 10/11 Twyfelfontein/Swakopmund
Oggi la tappa più lunga del viaggio, quasi 7 ore ma decisamente affascinante, tagliamo ad ovest verso il mare e percorriamo la Skeleton coast da Terrace bay fino a Swakopmund, città dal carattere particolare, probabilmente originato dalla sua storia coloniale e dal fatto che non ha ospitato industrie di rilievo a parte quella turistica per la maggior parte del secolo scorso. Alte palme bordano le strade e i giardini ben tenuti contribuiscono a creare un’atmosfera da oasi. Le caffetterie all’aperto, i bar e le pasticcerie fanno furore in una cittadina costellata di edifici di un’altra epoca. Qui vivono numerosi artisti e passeggiando per la città è possibile scoprire le sue gallerie d’arte e i negozi che presentano i pittori e gli artisti locali. Vi sono anche boutiques, negozi di souvenir, negozi che vendono pietre semi-preziose, gioiellieri, supermercati, negozi di antiquariato e di tessuti, una conceria e molti altri, per gli appassionati di shopping. Swakopmund è diventato un punto di attrazione per chi è alla ricerca di emozioni. Tanti giungono qui per guidare le quad-bike, per scendere dalle dune sulle sand board, per fare del tandem skydiving, per volare su un pallone aerostatico. Alla Palm Beach si trova una piscina olimpionica coperta e riscaldata e nel deserto, appena fuori città, si trova un campo da golf in erba, dove spesso le antilopi saltanti (springbok) si recano a brucare. Anche se Swakopmund si trova in un vero deserto e nel mezzo di una delle linee costiere più desolate del mondo, questi due fattori in effetti si combinano per dare a questa città unica un clima sorprendentemente temperato. Le temperature estive non raggiungono mai gli estremi del deserto, a pochi chilometri all’interno, ed anche gli inverni sono miti, caratterizzati occasionalmente dal caldo vento dell’est. La città prende il nome dalla sua posizione alla foce (”mund”) del fiume Swakop, che raramente presenta acque di superficie, ma che invece fornisce acqua sotterranea ad un certo numero di interessanti fenomeni naturali, come la Valle della Luna, la piana delle Welwitschia Mirabilis, l’Oasi Goanikontes. All’estremità meridionale della città si trova una fascia di dune costiere mobili che raggiunge Walvis Bay, a 32 chilometri. A nord di Swakopmund si trova la famosa Skeleton Coast, che, malgrado ancora evitata dalla gente di mare, rappresenta oggi un Eldorado per i pescatori dalla spiaggia. Prima di arrivare facciamo uno stop a Cape Cross: L’otaria del Capo è la specie più numerosa tra le nove specie presenti al mondo. La più grande e più conosciuta delle 23 colonie di otarie del Capo che si riproducono lungo la costa del Sud Africa e della Namibia è la Riserva di Cape Cross, a 140 chilometri a nord di Swakopmund. Durante la stagione riproduttiva, in novembre/dicembre, a Cape Cross si radunano sino a 200000 otarie. È qui che il navigatore portoghese Diego Cao eresse una croce in pietra nel 1486. La croce originale venne in seguito rimossa e trasportata a Berlino dal Museo Oceanografico. Attualmente a Cape Cross è possibile vedere una riproduzione di questa croce, eretta nel 1974. Arriviamo in serata e dopo una doccia veloce ci rechiamo al Tug, il ristorante di pesce più famoso della città, le ostriche fanno paura, hanno dimensioni eccezionali e sono buonissime, con le bollicine sudafricane ci stanno proprio bene, segue il Kabeljou (pesce africano) infarinato e fritto servito con salse, aragosta all’aglio…..un tripudio. Finiamo con un malva pudding (che adoro) e con un bicchiere di Amarula che è ottenuta dai frutti di un albero, la marula, che cresce spontaneo in gran parte dell’Africa australe. Questi frutti, quando giungono a maturazione, hanno la forma e la dimensione delle nostre prugne, con una scorza di colore giallo vivo e con una polpa bianca interna di grande profumo e dolcezza. Sottoposti a fermentazione e poi a distillazione, essi producono un’acquavite che viene affinata in legno e quindi addizionata di crema di latte, per dar luogo al prodotto finito a 17 gradi alcolici.





L’Amarula può essere consumata liscia, con ghiaccio o con l’aggiunta di soda. È anche base di svariati cocktail. Deliziosa come correzione del caffè, è inoltre ideale sui gelati e come guarnizione di molti dessert. Alcuni chef innovativi l’hanno infine sperimentata con successo come ingrediente per usi gastronomici, su insalate e su piatti riccamente conditi. La sua bottiglia scura, molto elegante, reca in etichetta l’immagine dell’elefante, simbolo del Sud Africa e animale eponimo della marula – in Sud Africa, questo albero è infatti conosciuto da millenni come “l’albero degli elefanti”.
Appesantiti, la mattina ci rechiamo a sud di Walvis Bay : città portuale dislocata su un territorio piatto nei pressi di un’ampia baia e di una laguna protetta dall’oceano da una striscia di terra che termina a Pelican Point. La città è nata da un piccolo insediamento nel delta del fiume effimero Kuiseb e da grigia cittadina portuale è diventata oggi una ridente cittadina con palme e giardini, il cui punto focale è la laguna con i suoi uccelli. La laguna, le saline e la striscia di sabbia che formano Pelican Point ospitano 150000 uccelli ogni anno, prevalentemente uccelli marini. Walvis Bay è il porto principale per le importazioni ed esportazioni namibiane, è il centro dell’industria della pesca, delle culture di ostriche e della produzione di sale. Raggiungiamo Fanie e partiamo per una meravigliosa escursione in Quad-bike tra le dune, la particolarità di questa escursione è che è fattibile solo da Fanie e dalla sua organizzazione avendo l’esclusiva per l’entrata nel parco, oltre agli animali endemici della zona verranno mostrati manufatti di popolazioni vissute migliaia di anni fa nella zona e reperti recuperati da naufragi di navi olandesi nella seconda metà del 1700, tra questi: monete, crocifissi, porcellane, chiodi in rame. Al rientro dopo una passeggiata ci siamo deliziati con una cena di carne sul lungomare di Swakopmund.
Giorno 12 Deserto del Namib
Direzione sud verso il deserto della Namibia, il più antico del mondo. Sosta a Solitaire per la fetta di rito della torta di mele più conosciuta dell’Africa Australe e proseguimento per il lodge. Il pomeriggio lo abbiamo passato tra le dune della tenuta facendo un’escursione a cavallo che ci ha parzialmente rotti le ossa. La mattina successiva ci siamo svegliati con il buio e siamo partiti per l’escursione alle dune di Sossusvlei: che si trova a 65 km dall’entrata del Namib Naukluft Park di Sesriem. Dopo 60 km si raggiunge il parcheggio per le auto 2 x 4 e da qui gli ultimi 5 km si possono percorrere solo a piedi, oppure con un’auto 4×4 in quanto la sabbia è piuttosto profonda. Dal parcheggio è disponibile un servizio di transfer in veicoli 4×4. Le dune rosse di Sossusvlei sono uno dei tesori naturali più affascinanti. Con una altezza relativa di 375 metri sul fiume Tsauchab, queste dune sono tra le più alte al mondo. Le dune di Sossusvlei sono classificate come dune a stella, forma tipica per la parte orientale del deserto del Namib. La colorazione rossa delle dune è tipica di questa parte orientale del Namib. Generalmente i colori all’interno del Namib variano dal giallo-grigio ad ovest al rosso all’est. Il colore rosso sulle dune di Sossusvlei è causato dalla presenza di ossido di ferro, che copre i granelli di sabbia con un sottile strato. Sossusvlei è un lago terminale del fiume Tsauchab, che nelle buone stagioni delle piogge irrompe tra le dune, si riversa negli spazi della “vlei” e qui scompare. La vlei è un complesso di piane coperte da sedimenti argillosi (per esempio la Nara Vlei, Hiddenvlei, Dead Vlei) separate l’una dall’altra da una catena di dune. Questa separazione è la prova del fatto che il fiume Tsauchab solo raramente riesce a oltrepassare la barriera di dune durante la stagione delle piogge. Alcune vlei, come per esempio la Dead Vlei, sono ormai così bloccate che non ricevono più acqua e quindi si stanno riempiendo di sabbia. Dopo la risalita della Big Mama sotto gli alberi e tra le dune ci aspettava un brunch strepitoso. Rientro al lodge nel tardo pomeriggio per l’ultima notte in Namibia.
Massimo Malavasi


