Mal d’Africa

Luca Goldoni ha descritto con queste parole quello che “banalmente chiamiamo Mal d’Africa”:

“Un’arcana sensazione che tento di spiegare a me stesso. Non esistono qui gli straordinari templi di Benares, né le bianche architetture della civiltà Maya, né le ciclopiche mura degli Incas, né le grandi sculture azteche, né le piramidi dell’antico Egitto. Non esiste un’antica Africa. C’è l’eterna Africa dove non si visitano monumenti, ma si vive dentro uno sterminato monumento, immutato nei secoli: popoli, animali, rumori, odori, luce.

Così ho vissuto l’Africa fin dal mio primo viaggio in Kenya nel 1982.

Una data storica per me e il Kenya è stato un colpo di fulmine da cui si è sviluppata quella passione e quel desiderio di tornare in Africa, che mi ha spinto a visitare questo continente una decina di volte.

Parlando di Africa si tende a unificare un continente che invece include infinite diversità, infiniti aspetti, infiniti paesaggi ed infinite culture.

Pensiamo a quanto possa essere diversa l’Etiopia dal Sud Africa oppure il Marocco dallo Zimbabwe.

Ci dimentichiamo che l’Africa è un continente che ha una storia non univoca, un’arte e uno sviluppo diversissimo da un paese all’altro, influenze coloniali pesanti ma molto eterogenee. La colonizzazione inglese fu molto diversa da quella belga o francese o italiana o portoghese.

Diciamo che quando parliamo di “mal d’Africa” di solito ci riferiamo all’Africa delle savane, delle esplorazioni, degli animali, delle montagne del centro est. Il mal d’Africa per me è nato ai piedi del Kilimangiaro nel parco Amboseli, il primo parco naturale che abbia visitato in Africa, e da lì è stato un crescendo che mi ha condotto dal Kenya al Botswana, dallo Zambia allo Zimbawe, dalla Tanzania alla Namibia, dall’Uganda al Rwanda e dal Sud Africa di nuovo in Tanzania e di nuovo in Botswana.

Quando ho incominciato a viaggiare in Africa era passato quasi un secolo e mezzo dalle esplorazioni di Burton e Speke e dai viaggi di Stanley, erano passati più di 40 anni dalle avventure di Hemingway così come dall’esperienza africana di Karen Blixen.  Ma qualche segno di quell’atmosfera ancora sopravviveva.

Il turismo era più spartano di ora, non esistevano lodge a 5 stelle dotati di Spa e di comfort degni del centro di New York. Trovo che fosse bellissimo, anche se non comodissimo, dormire in tende enormi rispetto a una canadese ma non principesche, anzi ridotte al minimo, senza bagno (di solito posizionato in una baracca a parte) mentre in un’altra baracca c’erano le parti comuni e il ristorante.

Il contatto con la natura era meno filtrato dai vizi di lusso del nostro mondo e penso fosse adatto ad una esperienza africana.

Non mi sono capitate le disavventure che avevano reso rischiosi e difficili i viaggi di oltre un secolo prima e nemmeno quelle degli europei degli anni ’30, ma quello che è rimasto immutato è il fascino di una distesa a perdita d’occhio di savana, di una pista di terra che attraversa l’erba appena mossa da una brezza sottile, sotto un sole implacabile tra acacie, sisal, baobab, alberi di mopane (in Botswana) e distese di erbivori, a cui dopo i primi viaggi fai l’abitudine mentre mai ti abitui all’incontro con gli elefanti, con i leoni, i ghepardi, i leopardi, le iene, le giraffe o gli ippopotami.

Credo che alla radice del Mal d’Africa ci sia sicuramente quanto descrive Luca Goldoni, ma anche quello stato adrenalinico continuo in cui vivi una volta che sei in un parco naturale o sulle piste di questi immensi territori.

L’Asia è (molto spesso) spiritualità, mentre l’Africa è sempre fisicità. Un’attrazione sensuale che mette in gioco i tuoi sensi e li potenzia, rendendo l’esperienza africana molto vicina se non all’amore sicuramente alla passione e alle sensazioni eccitanti di tutti i tuoi sensi.

L’imprevidibilità della natura qui è all’ennesima potenza. Un viaggio in terra africana non è mai noioso; non sai mai all’inizio della tua gioranta che incontri farai, cosa ti capiterà, che avventure vivrai. Di sicuro sai che non succederà mai che non succeda niente.

La sera poi intorno a un fuoco (la notte in Africa fa freddo) osservi un cielo stellato, ma non qualche stella in una nera atmosfera, bensì migliaia e migliaia di stelle che punteggiano la volta celeste, tanto da schiarire il nero della notte in un leggero chiarore diffuso, che incanta  e ti avvolge e abbraccia con mille lucine brillanti, che allontanano la solitudine infinita e vagamente inquietante di una prateria di notte. Abbassando lo sguardo verso il nero assoluto della terra che ti circonda (senza luce elettrica la notte riprende tutto il suo oscuro potere) ecco in lontanaza un brillio di occhi. Una iena? Una gazzella? Un silenzioso bufalo? Un Leone?  

Immagini cosa avviene intorno, a volte qualche suono lontano ti dà un suggerimento altre volte il silenzio è assoluto, ma la vita con le sue tragedie, le sue commedie, la sua lotta per la sopravvivenza non cessa nemmeno nella notte, anzi la notte è dei leoni in caccia, degli ippopotami che escono dall’acqua, dove si crogiolano durante il giorno per riparare la loro pelle sensibile dal sole.

Porti a letto con te questo silenzio interrotto da rumori che non sai identificare, sei svegliata da quello che la mattina scoprirai essere un elefante di passaggio, sentirai la risata sinistra di una iena o il brontolio di un ippopotamo o forse il grido di terrore di una preda. Chissà?

Di giorno la vita scorre luminosa, c’e’ spazio per le scene di accoppiamento, per le scorribande dei babbuini, per l’attacco di un ghepardo che fallisce, per una leonessa che cerca di tenere a freno e anche coccolare i suoi piccoli, per gli  uccelli che svolgono attività di pulizia dai parassiti a giraffe, kudu, bufali etc., per la splendida ghiandaia dal petto lilla, una macchia di colore violetto e rosa quando è posata su un ramo, che si trasforma in un lampo di azzurro quando prende il volo e distende le splendide ali. Ma poi ci sono varie specie di cicogne, di ibis e l’aquila pescatrice, maestosa, elegante con il suo capo bianco, che si getta in picchiata sull’acqua, afferra il pesce che aveva puntato e riprende quota. Il suo grido inconfondibile fende l’aria e mi spinge sempre a cercarla con gli occhi per ammirarla e, quando ne trovo una, è come ritrovare una regale e sussiegosa amica.

“L’Africa è eterna…uno sterminato monumento immutato nei secoli” e questa immutabilità in movimento ti riporta alle origini, stende un filo tra da dove veniamo e dove andiamo.

Ancora oggi sulla costa a Tangeri si può immaginare lo sguardo di un uomo preistorico che guarda verso il mare e verso la terra dall’altra parte, verso quell’Europa in cui a un certo punto ha deciso di migrare e ancora oggi migra.

Nelle gole di Olduvai camminando nel canyon il peso e il respiro della storia dell’uomo è lì, semplice forse banale, ma così affascinante per noi che siamo un piccolissimo anello di quella catena.

Olduvai è uno dei più importanti siti archeologici dell’Africa. In questo avvallamento nella pianura del Serengeti, Mary Leakey nel 1959 ritrovò un fossile che consisteva in un teschio completo che chiamò “Australopithecus boisei” risalente a 1,8 milioni di anni fa.

Scendere nella gola polverosa tra acacie e alberi di sisal e immaginare la vita dei nostri antenati preistorici, dopo aver visitato il piccolo museo situato all’ingresso della gola, che è lunga 40 metri, è una sensazione difficile da descrivere. Un mondo primordiale, dove l’umanità muoveva i primi passi in un paesaggio rimasto pressoché invariato. Ero sola quando vi scesi e la suggestione era così potente che mi costò fatica risalire e tornare al mondo odierno.

Ma poi penso che ciò che scatena nostalgia e incide ricordi bellissimi è una mandria di elefanti che cammina lenta e maestosa nel sole, per strade che la matriarca ha memorizzato, verso quell’acqua che rappresenta la sopravvivenza e a cui anno dopo anno conduce il suo gruppo, con una intelligenza, una capacità di interagire con gli altri gruppi di elefanti, che lascia esterefatti e ridimensiona la nostra presunzione di essere i soli intelligenti esseri viventi.

Mi è capitato di osservare gli elefanti tante volte, di assistere all’abbeverata, ai giochi nell’acqua, ai piccoli protetti con assidua e costante cura dall’intero branco e i ricordi affluiscono, mentre scrivo.

Quella volta in Tanzania al parco Selous, quando trovammo un nugolo di avvoltoi e spazzini della savana su una carcassa di ua elefantessa, morta non per mano dell’uomo apparentemente, e da un gruppo di cespugli, mentre osservavamo questa triste scena, vedemmo comparire un piccolo elefantino disperato, che si avventava contro gli avvoltoi cercando di allontanarli, con barriti strazianti. La scena si ripetè a lungo e il piccolo sembrava inconsolabile e incapace di allontanarsi dal luogo e si muoveva agitato e confuso, trasmettendoci una sensazione di dolore profondo e senza rimedio.

Un’altra volta, in Botswana nel parco Moremi. Qui le nostre camere erano costruzioni di pietra disseminate nell’area del lodge, collegate da sentieri d’erba ad un’area aperta e coperta da un tetto di stoppie che costituiva il centro vitale dell’insediamento.

Un pomeriggio mi ero avviata alla macchina per l’uscita in safari, quando mi accorsi di aver dimenticato qualcosa. Di corsa tornai indietro per recuperare quanto avevo scordato. Improvvisamente mi bloccai, perchè proprio davanti alla porta d’ingresso della mia camera si era posizionato un elefante. Arretrai lentamente e, a distanza di sicurezza, non potei fare a meno di ammirare quel quadro insolito di un magnifico esemplare tra il giallo dell’erba folta con alle spalle la capanna, che era la mia momentanea casa. Rinunciando al proposito di entrare in camera tornai indietro per raccontare quanto avevo visto. Ci ritornammo con mio marito e il ranger e ritrovammo l’elefante tranquillo che non aveva nessuna intenzione di muoversi. Gli elefanti hanno una pessima vista ma un olfatto sviluppatissimo. Probabilmente eravamo sotto vento perchè non dava segno di aver notato la nostra presenza e se ne stava tranquillo e rilassato muovendo lentamente la proboscide ogni tanto, come se stesse riprendendo fiato e riposando prima di proseguire il suo viaggio.

Ce ne andammo in safari, lasciandolo al suo relax e la sera al ritorno era scomparso.

Poi c’e’ l’incontro ravvicinato in Namibia all’Etosha quando ad una pozza un gruppo di elefanti con i piccoli stava rotolandosi nel fango, spruzzandosi l’acqua addosso con la proboscide e bevendo.

Sul bordo di questa ampia pozzanghera, a distanza di sicurezza, stavamo osservando la scena quando un’altro vicolo si posizionò dietro di noi senza lasciarci spazio di manovra. A un certo punto, per una di quelle idee incoscienti, che attraversano la sciocca mente degli uomini, suonò pure il clacson per attirare l’attenzione. Gli elefanti avevano incominciato a lasciare la pozza quasi in fila indiana con i piccoli in mezzo e questo suono li spaventò, provocando la reazione di uno di essi che sbattendo le orecchie avanti e indietro (indizio di aggressività) venne minaccioso verso di noi. Non potevamo arretrare e non avevamo via di fuga. Così restammo immobili con il fiato sospeso guradando impotenti questo gigante diventare sempre più grande mentre si avvicinava. L’elefante arrivò così vicino che il parabrezza fu completamente oscurato dalla sua testa. Spinse le zanne sul nostro veicolo sollevandolo un pochino con un rumore di lamiera, che cedeva.

Non avevo pensieri, ero catatonicamente calma e guardavo quasi dall’esterno di me cosa stava succedendo, conscia dell’estremo pericolo di morire schiacciati dal pachiderma. Non so come, l’elefante dopo questa dimostrazione di forza, arretrò e si allontanò lentamente. Per molti minuti noi e la nostra guida/autista rimanemmo paralizzati senza voce e tremanti. Poi riprendemmo il controllo e ancora fortemente scossi bevemmo un sorso d’acqua, mentre la macchina che ci aveva bloccato si allontanava in tutta fretta.

Adrenalinica anche se non così sconvolgente fu qualche anno prima in Kenya, nel mio primo viaggio in Africa, l’incontro con i babbuini.

I babbuini sono onnipresenti: nella savana, sugli alberi, vicino ai lodge, sulle piste e di solito sono solo dispettosi e pronti a rubare qualunque cosa sia alla loro portata.

Quando arrivammo al Masai Mara (il parco è la propagine Kenyota del Serengeti in Tanzania) ci trovammo in  un lodge delizioso con un giardino pieno di fiori che circondava le nostre camere a un unico piano ed un viottolo che conduceva alla sala da pranzo, in una costruzione più ampia dal grande tetto di canne.

Ci era stato raccomandato di chiudere accuratamente la porta perchè i babbuini erano all’erta e se trovavano un’opportunità entravano a rubare ma soprattutto a metter a soqquadro ogni cosa.

Ligia alla consegna, di ritorno da una splendida mattina in riva al fiume Mara, che segna il confine tra Tanzania e Kenya (il famoso fiume della migrazione stagionale degli erbivori), chiusa la porta della stanza, mi avviai verso la sala da pranzo. Un improvviso parapiglia ruppe la tranquillità del mezzogiorno assolato. In meno di un secondo mi ritrovai circondata da due famiglie di babbuini in piena lite. Non so se fosse per una questione territoriale o se fosse una intrusione di un maschio che insidiava le femmine o l’autorità del capo branco, ma la violenza era palpabile.

Vedere un maschio alfa sollevato sulle zampe posteriori con la bocca spalancata e i grossi denti affilati e minacciosi a pochi passi da te vi assicuro non è tranquillizzante.

Mi appiattii contro il muro della camera cercando di rendermi invisibile e assistetti a una furibonda lotta con grida altissime, corse, assalti e zuffe. Non so quanto tempo passò, credo qualche minuto, poi, come era cominciato, tutto si acquietò. Il gruppo vincitore se ne andò soddisfatto e tronfio, quello sconfitto si diresse da un’altra parte. In un battito di ciglia non era restata traccia della polvere sollevata, delle grida e delle aggressioni violente. Sentivo solo il mio cuore battere all’impazzata e il mio respiro lentamente ritornare normale. Dopo qualche secondo ripresi la mia strada verso il pranzo ancora incredula della scena che si era svolta davanti a me.

Un capitolo a parte poi è rappresentato dai predatori, in particolare i felini, che costituiscono una dei grandi fascini delle pianure e altopiani africani. Chi non ha sentito il ruggito del leone non immagina che effetto possa fare. È un suono che si ripercuote dentro di te, nella mente e nel petto. Echeggia nell’aria, si diffonde per chilometri. E’ inconfondibile e ti emoziona oltre ogni dire, provocando una sensazione di primordiale terrore e scuotendoti sempre nel profondo, specie di notte (forse è di nuovo il collegamento alle nostre origini).

L’ho sentito risuonare molte volte di notte e di giorno ma ricordo in particolare quella volta nel lodge che si affacciava sul bordo del cratere dello Ngorongoro, dove la vista spaziava fino all’orizzonte di questa caldera intatta (l’unica al mondo di queste dimensioni) piena di meraviglie tra cui il rinoceronte nero.

La prima mattina, erano circa le quattro, fui svegliata dal ruggito di un leone.

Il ruggito si ripetè più volte e intanto la notte stava cedendo ai primi chiarori del giorno, anche se non era ancora l’alba.

Mi affacciai alla finestra e intravidi il leone proprio sotto di noi alle pendici della sporgenza dove era situato il nostro lodge.

Ci vestimmo velocemente anche se sapevamo che non saremmo potuti uscire prima delle 6 del mattino.

Mi domandavo che cosa ci facesse un leone lì. Non c’erano indicazioni che ci fosse un rivale, non sembrava si trattasse di una caccia. A cosa erano dovuti questi ruggiti?

Finalemnte potemmo uscire con la jeep e fortuna volle che il nostro leone ci stesse aspettando seduto su una roccia, silenzioso adesso e a pochi passi c’era anche la femmina. Spiegato il mistero.

Ma sempre parlando di felini e predatori, l’incontro con un leopardo, silenzioso e letale, schivo e bellissimo con il suo manto maculato, che si mimetizza perfettamente nell’ambiente, con i suoi occhi gialli che ti scrutano immobili, è un’altra avventura indimenticabile. Tra i vari incontri non posso dimenticare il leopardo sdraiato sull’albero che sonnecchiava e ci teneva d’occhio in Tanzania, vigile, elegante e signorilmente adagiato tra i rami, che gli facevano ombra e da sfondo nell’assolata ora del giorno. Una esperienza del tutto diversa fu l’incontro con due piccoli di leopardo in Sud Africa. Giocavano e si divertivano e approfittavano dell’assenza della madre (probabilmente a caccia) per tentare qualche incursione sulla pista o per provare a lottare tra loro, come tutti i giovanissimi incuranti del pericolo che correvano allontanandosi dal loro riparo.

Ma poi c’è il ghepardo, che è l’immagine della perfezione animale. Elegante, sinuoso, potente, velocissimo, con il suo muso attraversato da due strisce nere che ne addolciscono l’espressione. Ha una testa piccola rispetto al lungo corpo nervoso e scattante. Fra tutti gli incontri il più commovente fu in Sud Africa.

Avevamo preso una macchina a noleggio a Durban e dopo un po’ di giri in posti assolutamente incredibili, arrivammo a Thornybush (riserva privata del parco Kruger) per trascorrere qualche giornata di safari.

 Il ranger, che gestiva con la moglie il lodge, ci avvertì che nell’area girava libero un ghepardo, che lui stesso aveva salvato da morte certa da cucciolo (la madre era morta lasciandolo indifeso) e aveva allevato fino adesso con un percorso di reintroduzione alla vita selvaggia. “Non preoccupatevi! Non è pericoloso e non attacca l’uomo.”

Era un bellisismo esemplare e aveva uno sguardo quasi umano. Forse perchè non mi era mai capitato di osservare così da vicino un ghepardo (anche se un minimo di distanza la mantenevo), forse perchè era difficile, vedendolo percorrere i vialetti del lodge come un grosso gatto, non essere tentati di considerarlo domestico, mi divenne immediatamente caro. Quando ero nel lodge cercavo Tana (questo era il nome che gli era stato dato) e lo seguivo di continuo con lo sguardo.

Facemmo i nostri safari e fummo fortunati: Incontrammo una mattina all’alba tre ghepardi (probabilmente fratelli) che stavano cacciando un kudu, lo abbatterono e assistemmo anche al loro pasto e poi tanti altri avvistamenti, fino all’ultimo pomeriggio quando il ranger venne da noi e ci disse che avrebbe portato definitivamente nel bush il nostro ghepardo stanziale, perchè era venuto il momento di lasciarlo andare alla sua vita selvaggia. Ci chiese se volevamo accompagnarlo. Accettammo e oggi penso che non volesse essere solo a portare a termine quella dolorosa separazione.

Ci avviammo e a un certo punto prendemmo le distanze dall’animale che ci guardava e cercava di seguirci.
Ci allontanammo velocemente lasciandolo solo a molti chilometri dal lodge e non dimenticherò mai questa figura abbandonata sulla pista, che ci seguiva e a un certo punto si fermò guardandoci con due occhi che a me fecero l’effetto di grande tristezza. Ci sentivamo tutti e tre (mio marito, il ranger ed io) come se lo avessimo tradito, anche se ero conscia che era la cosa giusta da fare. Ancora adesso quando ci penso provo la malinconia e la sensazione di colpa che provai allora.

Ne parlammo con il ranger e la moglie tutta la sera, poi la mattina dopo lasciammo il parco.

Ma un racconto sul mal d’Africa non può non far cenno ai paesaggi meravigliosi in cui ti trovi immerso.

Tornando alla Tanzania, il paese che forse amo di più, anche se fare una graduatoria è sempre improprio, offre degli spettacoli naturali non comuni.

Il lago Natron è dominato a sud dal vulcano Ol Doinyo Lengai (“montagna di Dio” in lingua Masai) ed è frequentato da migliaia di fenicotteri minori, che dall’alto sembrano un tappeto rosa steso sull’acqua rossastra e bianca.

I fenicotteri minori sono muniti di uno strato corneo sulle zampe, che permette loro di prosperare in questo lago dall’altisisma concentrazione salina, che rende l’acqua non solo imbevibile ma anche caustica per la nostra pelle.

Il vulcano si erge su un paesaggio desertico (le steppe Masai, come sono chiamate a volte) punteggiato da qualche acacia solitaria e da tanta polvere sollevata dal vento e dalle mandrie di bovini che i Masai conducono all’abbeverata nei pochi fiumiciattoli (sarebbe giusto chiamare rigagnoli) pietrosi. Ai piedi di queto gigante si stende il lago salato, una macchia di acqua che interrompe la distesa infinita di terra arsa e di stenti alberi.

Quando ci andammo noi, nella seconda parte degli anni ’90, era una specie di avamposto di frontiera (è quasi al confine con il Kenya) non c’era niente se non un insieme di capanne in cui poter passare la notte e trovare qualcosa da mangiare. Ma sull’uscio di quella capanna era come essere su un set cinematografico. Nella distesa ocra di terra assistevo al passaggio di qualche asino selvatico che vagava in cerca di cibo. Al tramonto passavano due ragazze con le fascine di legno sulla testa per poter cucinare. Improvvisamente compariva un ragazzo con la faccia dipinta di bianco, che sembrava uno spirito sciamanico, in lontanaza un vecchio masai e un ragazzino portavano a bere un enorme mandria di mucche. E poi, come ho detto, c’era il lago e l’ombra del vulcano e i fenicotteri che si alzavano tutti insieme in volo. Non si parla molto di questo posto sperduto, così meravigliosamente solitario, ma ogni minuto che ci abbiamo trascorso è stato unico.

Nell’area protetta dello Ngorongoro si trova un’altro vulcano, la cui caldera è collassata e ospita sul fondo un lago. È il cratere di Empakaai.

Quando decidemmo di visitarlo, era fuori dalle rotte turistiche e il trekking della discesa al cratere richiedeva intorno alle quattro ore. Si doveva avere una guida armata per via di animali, come i bufali o i leopardi, che avrebbero potuto creare qualche problema.

700 metri di dislivello senza un sentiero, ma districandosi nella fitta foresta tropicale, spesso con l’aiuto del machete, ma quando la vista si apriva il panorama era spettacolare.

Una leggera nebbia copriva i bordi della lussureggiante foresta tropicale che cresceva all’interno del cratere. Il silenzio era totale e si percepiva solo lo stormire delle foglie, qualche rametto spezzato da chissà quale passaggio. Durante il cammino poi il sole filtrava tra la densa vegetazione, creando giochi di luci e ombre che confondevano la vista.

Ma il vero miracolo avvenne alla fine della discesa quando uscimmo dalla foresta e ci trovammo sulle rive del lago di un verde trasparente, sul quale stazionano colonie di fenicotteri rosa. Eravamo soli e sembrava di trovarsi alle porte del paradiso terrestre. Solo i fenicotteri si muovevano sul lago formando raggruppamenti, che davano origine a disegni sinuosi: La presenza dell’uomo, così limitata, li rendeva confidenti e restavano tranquilli senza volare via anche in nostra vicinanza. Tanta confidenza e fiducia (mal riposta quasi sempre) nell’uomo mi commuove sempre.

Silenzio, eccetto i rumori della foresta, una pace che è difficile da provare e lo sguardo che si perdeva in una bellezza senza uguali, fatta di cielo, pareti coperte di vegetazione e il lago di montagna, una gemma nascosta e dai colori cangianti.

Seduti per terra a dissetarci, ma principalmente a non fare niente se non assorbire con tutti i sensi tanta meraviglia, trascorremmo un tempo magico, in cui la riconoscenza e la felicità per avere a disposizione questa natura incontaminata mi spingeva a desiderare e pensare “Tempo fermati” (e non è stata la prima volta nè l’ultima volta in Africa).

Arrivò il momento di tornare, non era il caso di trovarsi al calar del sole nella foresta e la salita era impegnativa molto più della discesa. Faticammo a risalire ma certo non ce ne lamentammo.  Ancora adesso quando ci ripenso rivivo l’assoluta perfezione di quel posto.

Un’ultima storia di interazione umana e animale. Il Serengeti e il cratere dello Ngorongoro sono una delle più belle parti dell’Africa centro orientale e hanno sicuramente una funzione strumentale nel provocare il mal d’Africa. Nella caldera dello Ngorongoro c’erano tante jeep ( i turisti qui  non mancano mai) e noi facemmo il nostro stupendo safari. Normalmente in tarda mattinata le jeep tornano ai lodge e risalgono lasciando il centro del vulcano. Noi (mio marito ed io) avevamo chiesto e ottenuto di passare tutta la giornata, incluse le ore più calde del mezzogiorno e continuammo nella nostra caccia fotografica. Non eravamo proprio soli ma quasi.

Ad un certo punto la guida ci indicò molto lontano un paio di puntini scuri.
Con il binocolo scoprimmo che erano rinoceronti neri (rari ed in pericolo odi estinzione).
La guida ci disse che non potevamo avvicinarci di più (è vietato abbandonare le piste nel parco), ma se volevamo potevamo fermarci e aspettare. Secondo la sua esperienza prima o poi i rinoceronti si sarebbero avvicinati nella nostra direzione.  Se no potevamo proseguire e magari ripassare più tardi.

Decidemmo di restare. Fermi con le nostre macchine posizionate su un monopiede, in silenzio e praticamente immobili seguimmo ciascuno i propri pensieri, facendoci guidare dal paesaggio che ci circondava, guardando in lontananza i nostri rinoceronti e il branco di zebre che circondava i rinoceronti.

Non si avvicinò nessun altro veicolo e, in questo stato di semi trance, suscitato dal caldo, dal sole e dalla completa solitudine, vedemmo che in effetti i rinoceronti si erano mossi un po’. Fummo in grado di verificare che si trattava di due genitori con un piccolo, anche se ancora parzialmente nascosti dall’erba.

Passò dell’altro tempo (non saprei dire quanto) ed ecco che erano avanzati un altro po’.

Incollammo l’occhio alla macchina fotografica e incominciammo a seguirli nel mirino. A un certo punto io staccai l’occhio e mi accorsi di una cosa sorprendente. Le zebre avevano circondato l’auto. Ne avevamo una praticamente a portata di braccio. Era successo che, stando così immobili e silenziosi, le zebre non ci avevano percepito come un pericolo e si erano avvicinate senza paura al veicolo. Restammo sorpresissimi a guardare questa scena. Mai mi era capitato e mai mi sarebbe di nuovo capitato di avere l’occhio nero vellutato e dalle lunghe ciglia di una zebra a pochi centimetri dal mio volto.

Osservai la pelliccia striata e la vidi scuotere il capo e poi riprendere a muoversi, mentre qualcun’altra tornava a brucare e qualche altra si spostava più in là. Era stata una visione magnifica, che aveva fatto sorridere anche il nostro ranger.  Nel frattempo era chiaro che i rinoceronti si stavano avvicinando ed infatti nell giro di un’altro po’ di tempo ci arrivarono vicino, ci passarono di fianco, ci superarono e si allontanarono. Scattammo un numero spropositato di foto e ci godemmo quella esperienza, che, confermava ancora una volta, che nella savana e in natura non si deve avere fretta, ma esercitare molta pazienza.

Avevamo avuto un indimenticabile pomeriggio e risalendo la caldera fu un leone seduto nel sole calante a darci l’addio.

Ci sarebbero ancora pagine infinite di racconti su questo continente che racchiude il nostro “incipit” ed è anche testimone di tutte le rovine che l’uomo è capace di scatenare, ma mantiene intatta la sua bellezza, il suo fascino, la sua magia.  

 “L’Africa, sotto certi aspetti, non è affatto un Continente Nero, è sfolgorante di luce.” (John Gunther)

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice