È troppo facile innamorarsi di San Francisco!

Una città che ha tutto per piacere credo a tutti. Negli Stati Uniti le città sono spessissimo brutte e non avendo un centro, come siamo abituati in Europa, risultano dispersive e per giunta senza aree dove camminare. O vai in macchina o vai in macchina.

Ma ci sono delle eccezioni a questa regola e anche un’europea come me spesso resta ammaliata di fronte a luoghi come Boston, Washington, Chicago, per non parlare di New York, che è un capitolo a sè.

A questo novero di belle città e con grande personalità appartiene San Francisco.

Innanzitutto si trova su una delle più spettacolari baie del mondo, poi è una città cosmopolita, piena di vita di giorno e di notte, un po’ trasgressiva (che non guasta) infine ha una storia alle spalle (in America un fatto non così scontato) e la natura fa il resto.

Ci arrivai con grandi aspettative, che non furono deluse, anzi.

Mio marito, americano di nascita, aveva scelto un albergo particolare per introdurmi alla città: il Fairmont.

Allora non era ancora stato ristrutturato e aveva tutto il fascino dell’epoca in cui era stato costruito, ovvero il 1906, ma aperto nel 1907 perchè il devastante terremoto del 1906 lo aveva danneggiato parecchio.

Fu l’architetto e ingegnere Julia Morgan, (la prima donna ad ottenere una licenza di architetto in California), a ricostruire gli interni con il cemento armato.

L’albergo si presenta con una architettura Beaux-Arts di forte impatto, si trova in cima a Nob Hill su Mason Street all’angolo con California Street nel punto d’incontro delle tre linee dello storico Cable Car (Tram).

Si può così ammirare l’arrivo e la ripartenza del più famoso tram su e giù dalla collina, con sullo sfondo il mare.

Le cable car sono un’icona di San Francisco.

La leggenda dice che un certo Andrew Hallidie ebbe l’idea vedendo una carrozza a cavalli scivolare su una collina di San Francisco. Pensò ad una soluzione che si adattasse al territorio particolare della città in modo che i cittadini potessero muoversi in modo sicuro.

La cable car si sposta senza aver bisogno di un motore, ma grazie a un cavo di ferro che corre sotto la pavimentazione stradale a una velocità costante, a cui la cabina si aggancia in superficie.

Negli anni tra il 1873 e il 1890 erano 23 le linee, oggi ne sono rimaste solo tre, sostituite da mezzi di trasporto più moderni e veloci, ma sono comunque utilizzate, soprattutto dai turisti. Si stima che trasportino ogni anno sette milioni di passeggeri.

Tornando al Fairmont, l’albergo è famoso per una ragione storica. Qui il 25 giugno del 1945 fu approvata e firmata la carta delle Nazioni Unite (United Nations Charter). Vi parteciparono rappresentanti di 50 nazioni.

Un altro evento più futile, ma importante per la musica, fu che proprio nella Venetian Room del Fairmont si esibì e cantò per la prima volta “I Left My Heart in San Francisco” il leggendario Tony Bennett.

Inoltre, ha costituito il set cinematografico di alcune pellicole indimenticabili come “Vertigo” di Alfred Hitchcock e “the Rock” con Sean Connery.

Ma il mio ricordo è legato alla nostra stanza tutta marmi, la sala da bagno (perchè di una sala si trattava) e a una vista fantastica sulla Coit Tower e sulla baia in distanza.

Il nostro arrivo fu nel pomeriggio dopo circa 11 ore di volo dall’Italia (scalo a Los Angeles perché in quel periodo non c’era volo diretto) e avevamo sulle spalle anche 9 ore di fuso orario. Tuttavia presa dall’eccitazione di essere in questa città così elettrizzante proposi a mio marito di uscire per cena. Mio marito mi rispose “se vuoi”. Mi feci la doccia e avvolta in un soffice accappatoio bianco mi sedetti sul letto per asciugarmi completamente in attesa che mio marito facesse a sua volta la doccia.

Mi ricordo solo che mi sdraiai un attimo e poi fu la sveglia della mattina dopo alle 5 che mi riportò nel mondo dei vivi.

Il prudente consorte aveva programmato la sveglia e una rapida colazione in camera visto che avevamo un appuntamento a Monterey per uscire sull’oceano a vedere le balene e i delfini ed il tragitto era abbastanza lungo (circa 200 Km da San Francisco) e pure impossibilmente trafficato.

Ci sbrigammo e ci incanalammo nell’autostrada. Per fortuna sulle strade ad alto scorrimento vigeva la regola di una corsia preferenziale per le macchine con almeno due passeggeri a bordo di ciascuna e così ci avvantaggiammo un poco.

Arrivammo in tempo per imbarcarci e passammo ore galvanizzanti a caccia delle tante specie di cetacei, che incrociano in quella parte di oceano. Io procedevo in multitasking con le orecchie alla biologa marina, che forniva interessantissime informazioni su quella parte di oceano e sui possibili avvistamenti, e con gli occhi a perlustrare il mare fino all’orizzonte in cerca di quello sbuffo d’acqua che immancabilmente annuncia l’emersione della balena. Avemmo molte occasioni di vederle e anche di vedere diverse specie e scendemmo a terra entusiasti delle ore trascorse.

Prima di rientrare a San Francisco facemmo un giro per questo gioiellino di città con edifici storici coloniali e per mangiare il pesce in uno dei deliziosi ristoranti del porto.

Rientrati a San Francisco ci dedicammo alla metropoli e alle sue tante particolarità e bellezze.

San Francisco ha origini antiche. Si ritiene che fossero presenti nativi americani già 9000 anni fa, ma tracce numerose della presenza umana si rilevano e a partire dal 3000 a.C. Gli spagnoli vi trovarono una popolazione indigena Yelamu facente parte degli Ohlone, noti anche come il “popolo dell’ovest”, ma di qui sono passati numerosissimi colonizzatori: inglesi (brevissimamente), francesi, messicani, oltre agli spagnoli già citati ed infine gli americani.

La sua crescita ed espansione è dovuta alla corsa all’oro (del 1849) prima e all’argento poi, che attrasse una infinita teoria di avventurieri ma anche impose la costruzione di strade e di abitati che portarono mano d’opera cinese in abbondanza. Ancora oggi la Chinatown della città è una delle più grandi degli Stati Uniti.

Ma non si può parlare di San Francisco senza far cenno al fatto che questa è una zona fortemente sismica e senza ricordare ancora il più devastante terremoto che la colpì nel 1906, derivato dalla rottura di oltre 270 miglia della faglia di Sant’Andrea, che attraversa da nord a sud la California (noi andammo a vederla, dove è possibile vederla, ovvero poco distante dalla città, nel parco Point Reyes National Seashore).

Ma parlando della città in sé, offre veramente una miriade di opportunità paesaggistiche e architettoniche.

Di fronte alla baia innanzitutto si vede l’isola di Alcatraz, famosa colonia penale, celebrata anche da vari film. Mi sono pentita di non esserci andata, ma all’epoca optai per altre mete nel tempo limitato, che avevo a disposizione.

Invece mi dedicai al Golden Gate, il famosissimo ponte sullo stretto omonimo, che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco. Lo attraversammo più di una volta, per fotografarlo e per ammirarlo.

Si tratta di un altro simbolo di San Francisco e passammo del tempo anche nel parco (più grande di Central Park a New York) che lo circonda e offre meravigliosi scorci sia sul ponte che sulla città. Nel Parco nazionale del Presidio (san Francisco è una delle rarissime città americane ad avere al suo interno un parco nazionale) venne costruito un forte militare dagli spagnoli prima che il luogo divenisse città. Oggi si trova ai piedi del Golden Gate e permette di avere scorci panoramici di grande bellezza oltre a contenere siti storici e spiagge.

Non contenti del tempo passato di giorno, ci tornammo anche di sera per vedere il ponte e il parco illuminato al tramonto e poi di notte con mille luci.

Attraversammo anche il Bay Bridge l’altro ponte emblema della città. Il Bay Bridge è il ponte sospeso, che collega la città di San Francisco con la città di Oakland.

Le mie preferenze sono tutte per il Golden Gate anche se non posso negare che sia molto rappresentativo e con viste sempre luminose sulla baia. Ma spesso quando guardi un luogo ti fai condurre dal tuo immaginario e da suggestioni, che magari non hanno a che fare con il luogo in sè. Sia come sia il mio cuore è legato al Golden Gate e alle sue campate rosse.

Il mio “Virgilio” fu mio marito che conosce bene la città e mi condusse in altri punti imperdibili come Lombard Street, che su Russian Hill è una delle viste panoramiche più famose.

La strada, che percorremmo in macchina ma fotografammo anche a piedi, in questo tratto è composta da otto tornanti ripidi, che le hanno valso il titolo di “strada più tortuosa del mondo”. E’ possibile percorrere in auto questi 400 metri in mattoni rossi solo in discesa e a una velocità massima di 8 Km/H.

Non potevamo perderci nemmeno le sette sorelle o “Painted Ladies” che sono le case più famose della città. Si tratta di residenze di squisita eleganza, in puro stile vittoriano dipinte con tre o più colori, poste una accanto all’altra nel quartiere di Alamo Square. Dalla collina verde di fronte si gode di una ottima vista delle sorelle con alle spalle lo skyline della città moderna, che crea un contrasto ulteriormente pittoresco.

Avevamo ammirato dalla finestra della nostra camera la Coit Tower, ma andammo a dargli una occhiata più da vicino.

Situata su Telegraph Hill, circondata da un parco, la torre è alta 64 metri e fu inaugurata nel 1934.

In stile art-decò è in cemento armato non dipinto all’esterno, mentre all’interno ospita una serie di “murales” e affreschi di vari autori tra cui uno di Diego Rivera, di cui sono una detrattrice (forse anche influenzata dall’antipatia per l’uomo) tanto quanto sono una ammiratrice dell’artista e personaggio Frida Khalo (sua compagna di vita).

La torre è un monumento ai vigili del fuoco di San Francisco ed offre una vista mozzafiato della città, della baia, del Golden Gate e di Alcatraz.

Ci passammo parecchio tempo anche a guardare il cielo dalla sua cima aperta come una vetrina sulla volta celeste. Una volta sempre molto movimentata, perchè San Francisco è perennemente ventosa e le nuvole si inseguono e corrono nei suoi cieli.

A proposito del clima che anche in piena estate è molto fresco e ingannevole, va ricordata la famosissima frase di Mark Twain “L’inverno più freddo che abbia mai trascorso fu un estate a San Francisco”, che rende l’idea, ed io stessa ne sperimentai l’attendibilità.

Il giorno dopo invece mi mossi da sola (mio marito aveva un paio di appuntamenti di lavoro) e passai una parte del mio tempo all’Asian Art Museum, che contiene una delle più complete raccolte d’arte asiatica del mondo con pezzi che risalgono anche a 6000 anni fa. Essendo una appassionata di arte asiatica e avendo a disposizione il tempo per un solo museo, optai per questo e non rimpiansi la scelta.

Come sempre la qualità dei musei americani è eccelsa e questo non era da meno.

Tornando poi girovagai un po’ tra Union Square e la Transamerica Pyramid, poi rientrando in albergo presi il cable car e qualcuno (gli americani sono curiosissimi e maestri dello small talk) mi chiese di dove fossi. Risposi ”italiana” e la risposta fu “me lo immaginavo”. Chiesi se era il mio accento ad avermi tradito e la risposta fu “il tuo modo di vestire”. Stavo facendo la turista con macchina fotografica al seguito quindi ero vestita piuttosto sportiva e comoda, ma ciò nonostante per gli standard americani ero un esempio di moda.

Infatti, gli americani, uomini e donne, sono piuttosto sciatti di solito e spesso sembra che si siano messi addosso le prime cose che sono loro capitate a tiro senza preoccuparsi di coordinare i colori o guardarsi a uno specchio. In effetti ho sempre pensato che ci sia una gran penuria di specchi in questo paese e nessuno si preoccupi di guardarcisi, cosa per noi europei, ma specie italiani, abbastanza sorprendente.

Tutto sommato per loro una fortuna perchè non gliene importa niente se quello che indossano è adatto alla loro corporatura, non hanno i dilemmi delle donne in Italia (“mi fa sembrare più grassa” o “mi segna troppo i fianchi”). In compenso le donne americane hanno una vera mania per le unghie sempre lunghe e curatissime. Mi domando come facciano a usare le mani senza mai fare un graffio allo smalto o spezzare un’unghia.

Sia come sia la conversazione si era allargata a quel punto e mi chiesero il solito “ti piace San Francisco?“ e di fronte al mio entusiasmo per la città ne furono molto soddisfatti e prodighi di suggerimenti e di racconti sulla città. Ci salutammo come vecchi amici quando scesi arrivata all’albergo.

A proposito di trasporti c’è da aggiungere che la rete tramviaria di san Francisco è composta da tram che la municipalità ha acquistato, usati, in giro per il mondo. Così ti trovi davanti a tram della repubblica Ceca oppure in uso a Milano in precedenza.

Fa specie vedere un tram milanese dall’altra parte del globo.

L’ultimo giorno prima di ripartire, lo riservammo alla parte festaiola e confusionaria di San Francisco, mio marito mi condusse al famoso Fisherman’s Wharf (molo del pescatore) e al Pier 39.

E’ un luogo pieno di ristoranti, negozi e locali vari e poi a questo molo attraccano ancora le barche da pesca, ma una delle sue attrazioni sono i leoni marini. Sì su questo molo staziona sempre una vasta colonia di leoni marini, sdraiati a pigroneggiare sui pontili, che furono appositamente costruiti per loro.

Infatti c’e’ una storia anche in questo caso.

Dopo il terremoto del 1989 ( come detto i terremoti sono di casa in questa parte degli Stati Uniti), si notarono alcuni di questi animali stazionare al Pier 39. Da quel momento il loro numero crebbe e praticamente colonizzarono il K-Dock del Pier 39.

Sono animali chiassosi e sentendosi a casa decisamente invadenti. All’inizio la reazione degli abitanti della Marina fu di protesta e si mostrarono ostili. A un certo punto si rivolsero al Marine Mammal center, che si occupa della protezione e salvataggio dei mammiferi marini. Il centro suggerì e convinse loro a lasciarli in questo habitat ideale per loro, perchè protetto dai predatori e con abbondanza di cibo. Sono alla fine diventati parte del paesaggio e un’attrazione per tutti i turisti (e forse anche i giovanissimi abitanti della città).

Noi non ci sottraemmo ad una sosta per ammirarli, ma poi trascorremmo una piacevole serata in uno dei ristoranti dove potemmo avere il chowder di pesce e molluschi, una minestra cremosa, specialità del luogo (a me piace tantissimo) e poi il Surf and Turf, un piatto classico negli States che consiste in un filetto con crostacei (aragosta oppure gamberi oppure capesante, che loro chiamano escalopes). Una sorta di mari e monti si potrebbe tradurre in italiano. Il tutto affacciati sul porto illuminato dalle luci notturne e in un contesto animatissimo.

Non si poteva lasciare la città senza uno sguardo alla porta di Chinatown.

Le Chinatown si assomigliano in giro per il mondo e rappresentano sempre una spruzzata di oriente assolutamente incompatibile con le città occidentali, ma per questo tanto caratteristiche e esotiche, anche se sempre caotiche. Ma a San Francisco c’era un’altra ragione per farci una scappata, infatti qui fu ambientato il famoso film di Roman Polanski “Chinatown”.

Da quella visita sto sempre sperando di poterci tornare, anche se fino ad ora non c’e’ più stata l’occasione.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice