L’antica Stabiae: lusso, otium e meraviglia

Più piccoli e sicuramente meno conosciuti rispetto ai “fratelli maggiori” di Pompei ed Ercolano, gli scavi archeologici di Stabia hanno il merito di aver riportato alla luce i resti dell’antica Stabiae, un fiorente centro urbano che sorgeva sulla collina di Varano nell’area dell’odierna Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli.

Le prime fonti certe, legate alla scoperta di una necropoli con circa 300 tombe risalenti ad un periodo compreso tra il VII e il III sec. a.C., dimostrano l’importante ruolo strategico e commerciale svolto da questa città già in epoca antica.

Tra la distruzione della città da parte di Silla nell’89 a.C. e l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., poi, a Stabiae si assistette ad un forte sviluppo abitativo: in questo periodo, infatti, l’area fu scelta come luogo di villeggiatura dall’elite romana e vennero edificate numerose ville di lusso, concepite principalmente a fini residenziali, con strutture termali, portici e ninfei riccamente decorati.

Le prime esplorazioni in questa zona iniziarono il 7 giugno 1749 per volere di Carlo III di Borbone: fu riportato alla luce un impianto urbano con botteghe, strade e sei ville residenziali procedendo attraverso lo scavo di cunicoli da reinterrare nel caso in cui i rinvenimenti non fossero stati ritenuti meritevoli di essere esposti al Museo Borbonico di Portici.

Nel 1950, invece, le ricerche guidate dall’archeologo Libero D’Orsi riportarono alla luce due ville d’otium degne di nota, Villa San Marco e Villa Arianna, oggi aperte al pubblico e visitabili: un vero e proprio tesoro nascosto che vale la pena scoprire e conoscere.

Villa San Marco, che prende il nome da una cappella presente in zona nel ‘700 e dedicata all’omonimo santo, è una splendida villa residenziale di circa 11.000 mq; considerata la più grande dell’antica Campania, si suppone che sia appartenuta a un certo Narcissus, un liberto, sulla base di alcuni bolli ritrovati su delle tegole, oppure alla famiglia dei Virtii, che aveva dei sepolcri nei dintorni dell’abitazione.

L’ingresso della villa, caratterizzato da un piccolo portico con due panche in pietra utilizzate dagli ospiti in attesa di essere ricevuti dal proprietario, ammette nell’atrio, al centro del quale è collocato un impluvium per la raccolta dell’acqua piovana; nell’atrium, in bella vista, sono stati anche rinvenuti dei basamenti per una cassaforte, andata purtroppo perduta, che serviva alla famiglia per ostentare la propria ricchezza.

Tutto intorno si aprono varie camere da letto, una delle quali con una scala che conduceva al piano superiore, mentre sulla parete frontale è posto il larario, un tempietto per la venerazione delle divinità della casa adornato con degli affreschi che riproducono lo stile dei marmi preziosi.

La grande cucina, posta alle spalle dell’atrio, ospita un grosso bancone in muratura, un piano cottura in laterizio e una grande vasca; l’ambiente, umile e privo di ornamenti, è caratterizzato da pareti rivestite di intonaco grezzo sulle quali sono stati rinvenuti diversi graffiti lasciati dagli schiavi: si riconoscono una barca a remi, dei conti della spesa o delle scorte di magazzino, gladiatori che combattono, i nomi di alcuni schiavi e, addirittura, un poema di dodici righe.

In una villa così sontuosa non potevano mancare, poi, le terme private, raggiungibili mediante un ampio corridoio decorato con raffigurazioni di rami pendenti e arricchito con sei larghe finestre, che lasciano filtrare la luce del sole e si affacciano su un piccolo giardino triangolare, il viridarium.

La zona si compone di uno spogliatoio, un tepidarium, un frigidarium, una palestra e un calidarium, un’immensa vasca che poggiava su una grande fornace in mattoni: alimentata da uno schiavo che la raggiungeva attraverso un corridoio sotterraneo, era in grado di riscaldare l’acqua e di produrre vapori caldi che, passando nelle intercapedini delle pareti tramite un sistema di tubi in terracotta, si diffondevano in tutta la stanza.

Dalle terme, infine, si accede alla parte più spettacolare della villa: si tratta dell’ampio peristilio, circondato per tre lati da un portico colonnato con pareti arricchite da piccoli riquadri di ville marittime e scene di giardini; al centro del peristilio è posta una grande piscina ombreggiata da quattro file di platani che ospita, nella parte terminale, un ricco ninfeo decorato con nicchie, colonne, affreschi e stucchi raffiguranti divinità, eroi e atleti.

Ma già al momento dell’eruzione nel giardino erano presenti dei platani: la certezza arriva da studi di archeologi che, durante gli scavi, hanno analizzato i vari strati di sedimenti vulcanici e hanno rinvenuto le impronte delle radici degli alberi; proprio come avvenuto per i calchi degli umani, all’interno delle cavità è stato versato del cemento liquido per ottenerne le sagome: si è stimato che, al momento dell’eruzione, l’età di queste piante superava di gran lunga il secolo di vita.

L’altra meraviglia è Villa Arianna, la villa d’otium più antica di Stabiae (risale al II secolo a.C.), così chiamata per la presenza di un affresco che raffigura Arianna abbandonata da Teseo.

L’edificio, che segue la particolare morfologia del territorio, si suddivide in quattro sezioni principali, tutte risalenti ad epoche ed età diverse: un atrio, un triclinio, una zona termale e una grande palestra.

Sull’atrio, che ospita un impluvium al centro del pavimento in mosaico bianco e nero, si affacciano numerose camere riccamente affrescate con le pitture più famose e importanti dell’antica città, oggi conservate al Museo Archeologico di Napoli: Medea, Leda col cigno, Diana, la Venditrice di Amorini e la Flora (o Primavera di Stabiae), l’opera più conosciuta e, forse, la più emblematica di Villa Arianna.

Annessi all’atrio ci sono, poi, gli ambienti termali, costituiti da un calidarium, un tepidarium e un frigidarium, ed ambienti di servizio come la cucina, una peschiera, una scala in muratura che conduceva al primo piano e una stalla, dove sono stati rinvenuti due carri agricoli e lo scheletro di un cavallo, Repentinus, il cui nome è riportato inciso su una parete della stalla.

Si accede, così, alla stanza dell’ampio triclinio, noto anche come “Salone di Arianna”, che gode di una vista impareggiabile sul Golfo di Napoli e spicca per le sue decorazioni accomunate dal tema dell’amore infelice: sulla parete di fondo è rappresentata la scena dell’abbandono di Arianna da parte di Teseo, mentre sulle altre compaiono le figure di Ippolito, morto per non aver ceduto all’amore della matrigna Fedra, e della ninfa Ambrosia, uccisa da Licurgo e trasformata in pianta di vite da Dioniso.

All’esterno della villa, infine, è presente un grande peristilio: ornato con oltre 100 colonne rivestite di stucco bianco, in origine apparteneva a un altro edificio inglobato successivamente alla struttura di Villa Arianna in seguito a un ampliamento; scavato solo in parte, vanta un’area di circa 8.500 mq ed è facilmente riconducibile alla palestra privata dell’abitazione.

Sebastiano Liguori