Tre misteri nel cuore di Napoli tra devozione, esoterismo e illusioni

C’è chi descrive Napoli come la “città velata”, un enigma millenario che porta con sé miti, leggende e credenze che si perdono nella notte dei tempi: per quanto ci si possa applicare, quel velo sarà praticamente impossibile da rimuovere e i segreti di questa città resteranno sempre senza una spiegazione. È questo il sesto senso di Napoli: ogni pietra, ogni angolo, ogni anfratto e ogni facciata parlano di fatti ignoti e inspiegabili, di storie oscure e gialli intricati.

Per scoprirli bisognerà scrostare gli strati del tempo, quelli di una città in cui i secoli trascorsi hanno lasciato tracce indelebili tra le vie del centro storico e le stradine di periferia: solo così sarà possibile sperimentare il lato nascosto della città all’ombra del Vesuvio.

San Gennaro non esisterebbe senza Napoli e Napoli non esisterebbe senza il suo San Gennaro: il loro legame indissolubile affonda le radici in una storia fatta di devozione e fede, ma anche di mistero e incredulità. Per molti il santo è l’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi, l’amico fidato con cui parlare, una persona di famiglia a cui rivolgersi in modo confidenziale: è per questo che viene comunemente chiamato “faccia ‘ngialluta”, appellativo che deriva dal colore dorato della statua che viene portata in processione per le vie della città.

A lui è legato uno degli eventi più antichi, inspiegabili e sentiti della cultura partenopea: il prodigio della liquefazione del sangue. Contenuto in un’ampolla, il sangue di San Gennaro in tre momenti dell’anno passa dallo stato solido a quello liquido: al grido di “Squaglialo, faccia gialla!” le “parenti” (un gruppo di donne fedeli al Santo) invocano lo scioglimento del sangue con preghiere e lamenti e fremono nella speranza che il tanto atteso fenomeno si compia.

La venerazione del culto di San Gennaro, inoltre, assume anche connotati folkloristici e arcaici. Secondo la credenza popolare, infatti, dalla liquefazione del sangue dipendono le sorti della città: quando il “miracolo” avviene i fedeli si aspettano un periodo di benessere e pace; al contrario, se il prodigio non dovesse verificarsi, si prospetterebbe per la città una fase buia caratterizzata da eventi nefasti.

Che si tratti di fede, tradizione, scienza o superstizione poco importa: il mistero della liquefazione del sangue di San Gennaro rimane oggi uno dei gialli più indecifrabili che la città di Napoli continuerà a custodire gelosamente.

Nel cuore pulsante del centro storico si erge la Chiesa del Gesù Nuovo, un capolavoro dell’arte barocca che da secoli incanta per la sua bellezza. Costruita sull’antico Palazzo Sanseverino per volere del principe Roberto Sanseverino, è caratterizzata da interni policromi riccamente decorati e da una facciata monocromatica in bugnato di piperno.

È proprio dietro l’apparente austerità della facciata che si nasconde un mistero che da anni continua a intrigare generazioni di studiosi: sulle “punte di diamante” della facciata, infatti, sono stati rinvenuti degli strani simboli apparentemente incomprensibili.

Secondo alcuni si tratterebbe di un sistema di comunicazione utilizzato dai “tagliapietra” napoletani durante la costruzione della chiesa, i quali usavano quei segni per distinguere le diverse cave di piperno dalle quali provenivano le pietre nere vulcaniche. Esiste, però, un’altra spiegazione che affonderebbe le radici nel mondo dell’esoterismo e della magia.

Nel Rinascimento esistevano a Napoli alcuni maestri della pietra che si riteneva fossero in grado di caricarla di energia positiva: per questo motivo il principe Sanseverino avrebbe fatto incidere sulla facciata segni alchemici che avrebbero dovuto convogliare le forze benevole dall’esterno del palazzo verso l’interno. Ma l’imperizia dei costruttori avrebbe impedito che le pietre fossero poste nell’ordine corretto scatenando su quel luogo sciagure e disgrazie di ogni genere.

Nel 2010, tuttavia, si fa strada un’altra ipotesi più affascinante e misteriosa: la facciata del Gesù Nuovo sarebbe un vero e proprio pentagramma a cielo aperto. Lo storico dell’arte De Pasquale e i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz hanno identificato nelle lettere aramaiche incise sulle bugne le note di uno spartito musicale, costituito dalla facciata della chiesa e da leggersi da destra a sinistra e dal basso verso l’alto: si tratterebbe, quindi, di un concerto per strumenti a plettro della durata di quasi tre quarti d’ora, a cui gli studiosi che l’hanno decifrato hanno dato il titolo di “Enigma”.

Al centro di Piazza del Gesù Nuovo, poi, di fronte alla facciata dell’omonima chiesa, sorge un altro monumento avvolto da un alone di mistero: si tratta dell’obelisco dell’Immacolata, un capolavoro settecentesco del barocco napoletano ispirato alle macchine da festa tipiche di quel periodo. Non tutti sanno che su questo tripudio di statue e marmi, su cui si leva una statua della Madonna, aleggia un’inquietante leggenda. Se si guarda di fronte la Vergine, infatti, apparirà proprio l’Immacolata che sconfigge il demonio.

Ma se in alcune ore del giorno si compie un giro attorno alla guglia e si fissa attentamente la scultura di spalle, ci si accorge che con un particolare gioco di luci e prospettive l’immagine della Madonna sembra prendere le sembianze di un volto stilizzato con lo sguardo fisso verso il basso: si tratterebbe della Morte, con tanto di gobba e falce sulle spalle.

Questa illusione ha dato vita, nel corso del tempo, a interpretazioni molto fantasiose: c’è chi dice che i Gesuiti abbiano voluto affidare alla statua un monito sulla caducità della vita e chi, invece, intravede nell’obelisco imprecisati contenuti massonici. Quale sia la verità non è dato saperlo, ma ancora una volta Napoli dimostra di saper incantare e affascinare offrendo la possibilità di sbirciare tra i suoi angoli più oscuri e segreti.

Sebastiano Liguori