Le mani sul giallo

Toccare con mano “il giallo di Napoli” è più facile di quello che sembra: basta perdersi tra le strade e i vicoli della città per riuscire a percepire la forza di questo colore. Sentire la città, accarezzarla e sfiorarla con le dita permette di creare un filo diretto con l’anima vera dell’antica Parthenope.

Tra le infinite contraddizioni che scorrono nelle vene della città di Napoli ce n’è una che non smette mai di stupire e affascinare: è il costante rapporto tra buio e luce, tra il dentro e il fuori, tra “il pieno” della superficie e il vuoto del sottosuolo.

Questo legame indissolubile evidenzia che il vuoto sotterraneo e ciò che si vede in superficie rappresentano due facce di una stessa medaglia: edifici, strutture e monumenti, pertanto, possono essere identificati come “conseguenza diretta” di ciò che è stato “il sotto”. Anello di congiunzione tra “le due Napoli” è senza dubbio la pietra di tufo giallo napoletano.

Inizialmente estratta in seguito alle perforazioni del suolo che avevano lo scopo di creare delle vie di comunicazione tra le abitazioni e i canali di scolo degli acquedotti, venne ben presto scelta come elemento base per la costruzione degli edifici posti al di sopra degli scavi stessi: una pietra economica e facilmente reperibile, quindi, ma allo stesso tempo solida e leggera.

Ancora oggi è molto facile imbattersi in costruzioni che offrono il loro lato migliore caratterizzato dalla presenza massiccia del tufo. Basti pensare al Maschio Angioino, la cui prima struttura è stata costruita proprio con la pietra gialla, al Castel dell’Ovo, che sorge sull’isolotto tufaceo di Megaride, e alla splendida Basilica di Santa Chiara, edificata sfruttando quasi esclusivamente la pietra partenopea. Anche nelle cave del sottosuolo, tuttavia, è letteralmente possibile accarezzare il tufo giallo di Napoli rivivendo i secoli di storia della città e gli innumerevoli eventi che l’hanno segnata.

La Napoli Sotterranea e la Galleria Borbonica, ad esempio, raccontano di come cunicoli e cisterne per la raccolta dell’acqua siano stati utilizzati come rifugi antiaerei durante la II Guerra Mondiale, mentre il Cimitero delle Fontanelle riconferma ancora una volta il vincolo stretto tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Tornando in superficie, per sperimentare il giallo di Napoli e rimanerne incantati si possono anche percorrere i viali del Chiostro maiolicato, noto anche come Chiostro delle Clarisse, ritenuto forse il più celebre per architettura ed espressione artistica tra i quattro chiostri del Monastero di Santa Chiara di Napoli.

Di origine trecentesca, tra il 1739 e il 1742 fu completamente rinnovato ad opera di Domenico Antonio Vaccaro. L’artista mantenne soltanto l’originaria struttura gotica composta da archi a sesto acuto sorretti da piccoli pilastri in piperno e ridisegnò interamente il giardino rustico, rendendo gli spazi più armoniosi e fondendo insieme architettura e natura.

L’ambiente fu poi arricchito con 64 pilastri policromi a pianta ottagonale rivestiti da maioliche con festoni di fiori e frutti, collegati tra loro da sedute anch’esse interamente maiolicate in stile rococò sui cui schienali sono raffigurate scene popolari, agresti, marinare e mitologiche. Le decorazioni delle maioliche, i cui toni predominanti sono quelli brillanti del giallo di Napoli, si devono ai maestri “riggiolari” Donato e Giuseppe Massa, che hanno saputo armonizzare i colori del Chiostro con il resto degli elementi architettonici e naturali circostanti.

Ma “toccare il giallo” può anche essere un gesto scaramantico: ne sa qualcosa il busto di Pulcinella collocato in vico Fico al Purgatorio, all’angolo con via dei Tribunali, nel cuore pulsante della città di Napoli. Donata dall’artista Lello Esposito alla città nel 2012, la statua è un’opera in bronzo di un 1.20 m posta su un basamento in pietra: il manufatto è talmente inglobato in modo naturale nel vicolo in cui si trova da sembrare lì praticamente da sempre.

Fin dalla sua installazione Pulcinella si è imposto come una delle figure del centro storico più fotografate e maggiormente “toccate” da napoletani e turisti: si dice, infatti, che strofinare la mano sul naso a becco della maschera sia un gesto propiziatorio capace di attrarre prosperità e buona sorte. Ma è proprio il costante e quotidiano sfregamento che sta consumando il materiale di cui la scultura è fatta: il naso di Pulcinella diviene così sempre più chiaro e dorato, lasciando intravedere “l’anima gialla” che contraddistingue l’opera.

Giallo, infine, è anche il colore predominante che caratterizza uno dei tanti luoghi nascosti che Napoli custodisce gelosamente: si tratta della Galleria Principe di Napoli, un luogo tranquillo e silenzioso “protetto” dalle sue strutture ottocentesche.

Più piccola e raccolta della Galleria Umberto I, la Galleria Principe di Napoli occupa lo spazio che a partire dal 1601 ospitava le “fosse del grano”, dei veri e propri depositi adibiti alla conservazione dei cereali. Tra il 1870 e il 1883, poi, nell’ambito di un profondo rinnovamento urbanistico della zona compresa tra Piazza Bellini e il Museo Nazionale è stata realizzata la struttura “moderna” che sarebbe servita come un centro di aggregazione sociale all’interno della città.

L’opera è stata ideata dagli architetti Nicola Breglia e Giovanni De Novellis, che hanno seguito lo stile architettonico tipico dei passages parigini prevedendo una struttura in muratura e una copertura in ferro e vetro. Oggi la Galleria ospita uffici pubblici e privati, ma calpestando i suoi marmi pregiati e accarezzando le sue pareti decorate e ricche è ancora possibile rivivere le atmosfere tipiche della Napoli di una volta.

Sebastiano Liguori