Il viaggio in Namibia è stato per noi molto emozionante. Mio marito ed io avevamo letto molto al riguardo, ma ci ha letteralmente sorpresi. La nostra avventura nella “terra dei contrasti” ha avuto inizio in una soleggiata domenica di metà agosto, quando ci siamo imbarcati su un volo diretto a Windhoek, la capitale della Namibia.
Dopo una tappa all’Etosha National Park, dove abbiamo affrontato due giorni di safari entusiasmanti, ci siamo diretti verso il Damaraland. Abbiamo organizzato, sulla strada per il Damaraland, accompagnati da una guida locale, una visita ad un villaggio Himba, una delle tribù che vivono in queste terre. In Namibia, la maggior parte degli Himba vive nel territorio di Kaokoland, un’area della Namibia settentrionale, nella regione del Kunene, una delle zone più incontaminate dell’Africa meridionale. Dei suoi 16.000 abitanti, 5.000 sono di etnia Himba. Il resto della popolazione Himba vive nell’Angola sud occidentale.

I rari rapporti con gli europei hanno fatto si che gli Himba abbiano mantenuto in vita le proprie ancestrali tradizioni. Il fuoristrada sobbalza sullo sterrato sotto a un cielo terso. La strada è immersa in una distesa di terra rossa con bassi alberi di mopane e arbusti, che si perde nell’orizzonte e continua forse per decine o centinaia di chilometri. Sembra un oceano impenetrabile: è l’unica analogia che mi viene in mente se cerco di descrivere la percezione di una dimensione che stento a comprendere. Ogni tanto a lato della strada compare qualche baracca, o un villaggio.
E poi, molti chilometri dopo, abbiamo preso una strada sconnessa che si infila nella boscaglia. Alla fine della strada troviamo una staccionata: è il limite del villaggio Himba al quale eravamo diretti. Dentro al recinto ci sono delle capanne di forma conica, realizzate con frasche legate insieme con foglie di palma e cementate con fango e sterco, costituite da un singolo ambiente di pochi metri quadrati.

Essendo pastori nomadi, si spostano due o tre volte in un anno. Coloro invece che si sono stanziati in villaggi meno isolati e in prossimità di strade alla portata dei turisti, hanno aperto piccoli mercatini con una decina di bancarelle dove vendono manufatti Himba: collane, bracciali, ciondoli, bamboline e altri souvenir. Essi non solo danno una fonte di sostentamento alle famiglie, ma regalano sorrisi e aprono le porte del villaggio.
La nostra guida è andata a parlare col capo villaggio. E mentre aspettiamo di poter entrare veniamo accolti da un gruppo di bambini che ci guardano incuriositi. Poi entriamo con questo sciame di ragazzini che ci segue ovunque. Una specie di viaggio nel tempo, se non fosse per alcuni particolari: il vecchio telefonino che il capo del villaggio porta in cintura e le magliette e camicie colorate che portano gli uomini sopra a un pareo legato in vita. L’acconciatura e gli ornamenti che portano sono invece quelli della tradizione.
Le donne e ragazze invece sono probabilmente indistinguibili rispetto alle loro antenate. La pelle del corpo è coperta da una caratteristica mistura rossa a base di burro, ocra e erbe che ha un colore rossastro e lucido, che serve per proteggersi dal sole dei tropici. Oltre alla protezione, la copertura rossa sul corpo è per esaltare la bellezza statuaria di queste donne.
Anche i capelli sono ricoperti di argilla rossa, raccolti in grosse trecce che si aprono solo in fondo in piccole nuvole di capelli crespi e nerissimi. E addosso hanno innumerevoli collane, bracciali, anelli e un gonnellino in cuoio. Hanno chili di ornamenti. Le loro acconciature cambiano con le diverse fasi di vita: le bambine raccolgono i capelli in due grosse trecce che cadono in avanti ai lati del viso; le giovani donne hanno invece numerose treccine molto strette; le donne Himba sposate intrecciano la capigliatura in una crocchia di pelle di capra che viene usata come di ornamento sulla sommità del capo.



Le donne Himba sono caratterizzate anche per il seno scoperto: se per noi occidentali il seno scoperto è ammesso solo in spiaggia, in tutta la Namibia, anche nel centro della capitale di Windhoek, le donne Himba possono girare dappertutto a seno scoperto. Una tradizione che fortunatamente è stata accettata e garantita dallo Stato namibiano. E fanno lavori pesanti. Come nella maggior parte dell’Africa, tutte le donne lavorano, nessuna sta con le mani in mano e sembrano avere le mansioni più faticose: si occupano della famiglia, accudiscono i bambini più piccoli, preparano il cibo, lavorano i loro indumenti, trasportano l’acqua dal pozzo fino al villaggio, costruiscono le case e mungono le mucche. Sono fotogeniche, ma non posso non notare un’espressione malinconica. Forse non è malinconia, è solo il velo della fatica.





Le mucche, sono il centro dell’economia del villaggio, ci spiega la nostra guida. I villaggi con più mucche sono i più ricchi. Gli uomini, atletici e loquaci, si occupano degli animali. Molti sono fuori, con le capre. I giovani che sono rimasti al villaggio invece si dedicano ai bovini. Curiosità: tra gli Himba è ancora usata la poligamia, così come i matrimoni organizzati.
L’atmosfera ci sembra un po’ finta: ovviamente sono abituati alla presenza di turisti, ma il villaggio è certamente autentico. E nessuno ci chiede nulla. La nostra guida ci fa da traduttore: abbiamo posto molte domande, ma una buona parte è rimasta senza risposta. Un allegro gruppo di donne Himba ci accompagna alle capanne e ci mostra anche l’interno di questi rifugi spartani.



L’acqua arriva dal pozzo sotterraneo ed è ovviamente preziosa. Sempre in compagnia della nostra guida, ci addentriamo nel piccolissimo villaggio adiacente le bancarelle, e tra mille risate, alcune donne vogliono mostrarci come si lavano. Per non bagnare la pelle e i capelli, ricoperti di una pasta rossa, che protegge dal sole, la toilette viene fatta con il rito del fumo: accendono un piccolo fuoco all’interno della capanna con erbe secche aromatiche e dalle proprietà antisettiche e “si lavano” in questo modo. Un bagno “asciutto”. Una donna ci invita ad entrare e a vedere come si compie il rituale del bagno: discretamente, uno alla volta ci affacciamo e le diamo la mano, riconoscenti di partecipare al “bagno collettivo”.
Nonostante la Namibia sia quasi totalmente cristianizzata dai tedeschi, in molti villaggi si pratica l’animismo. Spetta alla donna più anziana del villaggio curare il fuoco sacro posto al centro del villaggio: il fuoco deve ardere costantemente, è il simbolo del Bene e protegge gli abitanti. È un normale giorno nel villaggio, identico probabilmente a mille altri se non fosse per la presenza di noi stranieri. Il vero problema è che non riesco a giudicare quello che vedo. Mi chiedo solo se questo villaggio ha bisogno di qualcosa: acqua potabile, generi alimentari, medicine e un medico che possa intervenire quando sono necessarie delle cure.

Per questa volta me ne vado con troppi interrogativi e senza risposte. Mi lascio alle spalle un altro giorno che passa e che segue una routine sempre uguale a sé stessa, in cui il tempo, un tempo passato, sembra, per ora, restare immutato.
Francesca Gorni


