La nostra avventura ugandese nei primi giorni del 1991 proseguiva dirigendoci verso il centro e il sud del paese e in particolare avevamo in programma di arrivare a Fort Portal sulle montagne del Ruwenzori.
Il massiccio è composto da sei gruppi montuosi dai nomi evocativi: Gessi, Emin, Speke, Stanley, Baker e Luigi di Savoia.
La sua cima più alta è la Cima Margherita (5109 m), che si trova nel gruppo montuoso Stanley ed è la terza più alta in Africa dopo il monte Kilimanjaro e il monte Kenya. Fu chiamata così quale omaggio alla regina Margherita di Savoia da parte di chi la raggiunse per primo nel 1906, ovvero il Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta.
Siamo appena sopra all’equatore e anche attraversare questa linea immaginaria è un’esperienza significativa, perché l’equatore è il classico esempio di quanto una irrealtà fisica diventi una realtà del pensiero, che non riusciamo a ignorare.

C’era una sorta di monumento (un cerchio in cemento) sul lato della strada, che indicava questo punto geografico e credo che chiunque ci passi non possa esimersi dal sentirsi un po’ emozionato.
Di Fort Portal la prima cosa he mi viene in mente è una immagine dal nostro albergo: una palma in giardino si stagliava sullo sfondo delle montagne della Luna (il nome con cui è anche conosciuto il Ruwenzori) in lontananza di colore azzurrino e con le cime coperte dalle nubi, come quasi sempre. In aggiunta, nascosto tra le foglie della palma, si intravedeva un nibbio bruno.




È uno di quei flash che restano impressi nella memoria, come un fermo immagine che attraversa il tempo e mi riporta in quel giardino, in quel luogo mitico, che tanto avevo sognato, leggendone.
L’albergo era sempre fatiscente e privo di acqua corrente ed elettricità, ma con in più un odore penetrante di banane al suo interno, incluse le camere. La spiegazione era semplice, prima di essere riportato alla sua funzione originale di albergo, per anni era stato usato come deposito di banane.
Ma sinceramente era davvero un piccolissimo prezzo da pagare per trovarsi nel cuore di queste montagne, di cui riuscimmo a vedere la cima Margherita per qualche attimo sgombra di nubi. Ci dissero che è molto difficile perché a quella altezza c’è sempre foschia e le nuvole avvolgono perennemente la cima della montagna. Pensai che, visto che ero italiana, la cima, con il suo nome italiano, decise di rivelarsi sia pure per poco, come un saluto.


A parte gli scherzi, la nostra avventura prevedeva di addentrarci un po’ nella foresta e di andare fino a delle sorgenti calde e ribollenti, in una palude ricca di minerali, per poi proseguire ad incontrare una tribù di pigmei Batwa nella foresta pluviale tropicale di Semuliki, che due anni dopo sarebbe diventata un parco nazionale per preservare l’unicità e la ricchezza della sua flora e fauna.







Allora non si parlava di parco nazionale e non esisteva una gestione del Uganda Wildlife Authority, che oggi se ne prende cura.
Capita in alcuni paesi di incontrare etnie primitive, in via di estinzione, soffocate da un habitat che scompare e da tradizioni difficili da difendere di fronte all’avanzare del mondo moderno.
Il fatto è che le visite dei turisti, che finiscono per farne, in un certo senso, personaggi da zoo umano, li snatura prima di estinguerli, riducendoli a una vita in cui, un po’ come successe ai nativi americani chiusi nelle riserve, perdono parte della loro identità.
Sicuramente lo stile di vita di questi cacciatori raccoglitori era sulla via irreversibile del tramonto, sicuramente le loro magrissime risorse erano probabilmente in qualche modo integrate dalla visita di qualche straniero, allora raro, probabilmente oggi molto più numerosi.
Io sono sempre comunque a disagio in questi casi, mi sento un‘intrusa.
Mi era successo con i villaggi Masai aperti al turismo in Kenya, mi successe con il villaggio Zulu in Sud Africa qualche anno dopo, forse un po’ meno in Namibia con gli Himba.
Anche in questa occasione arrivare al loro villaggio in mezzo a una foresta, quasi impenetrabile, trovarmi a osservare le loro povere capanne, la loro quotidianità, vederli costretti, in qualche modo, a permettere che ci intromettessimo nella loro vita, quasi rubando la loro privacy, mi mise sulle spine.

Non c’era modo di comunicare per via della lingua, ma anche per via di un rapporto da mordi e fuggi, che non lasciava spazio a nessun contatto. Eppure questo popolo minuto dove la gioventù era un lampo e la vita era di breve durata, sia per la vita faticosissima sia per le condizioni climatiche, toccava una corda del mio cuore. Specie alcuni membri del gruppo, come ad esempio una ragazza bellissima, dallo sguardo fiero e diritto, ed un uomo con la sua pipa e un sorriso dolcissimo e sereno.
Ci invitarono a scattare le foto e io ne scattai qualcuna, ma sempre con quella sensazione di essere fuori posto. Sorrisi e cercai di ringraziare e, visto che la nostra auto, vicino alla quale si aveva l’esatta sensazione di quanto fossero minuti, li attirava ed era oggetto di sguardi curiosi, li invitammo a vederla da vicino, ad accostarsi e toccarla prima che partissimo, in qualche modo cercando di ricambiare l’ospitalità, forse forzata, che ci avevano dato intorno a quel fuoco nella foresta, dove si erano adunate tre generazione: donne, bimbi, uomini, anziani ed anziane.
La macchina rossa, lo sguardo all’interno, il toccarla suscitò il loro divertimento e così li lasciammo con ampi sorrisi dipinti sui volti.
Era giunto il momento di proseguire verso un’altra meta oggetto dei desideri: il Kazinga Channel ed il parco Queen Elisabeth, che allora si chiamava Mweya (per le regole non ancora smantellate, imposte da Amin, di dare nomi locali, cancellando le tracce del passato coloniale).











Il Kazinga Channel è un canale d’acqua naturale che collega il lago Edoardo al lago Giorgio. Il nome deriva da un villaggio di pescatori che lo costeggia. È un luogo particolare perché in quei 32 km, che lo compongono, si concentrano gli animali per l’abbeverata ed è facilissimo osservarli senza spaventarli, stando su una piccola barca e risalendo il canale.
Come sempre da soli, su una barca spartana, ma utile al nostro scopo, potemmo trascorrere il tempo osservando miriadi di ippopotami, anzi direi quasi circondati, elefanti, bufali e centinai di cormorani, aironi giganti (Goliath Heron), cicogne di tutte le varietà e colorazioni, pellicani, oche egiziane e tanti altri. Il paradiso del fotografo e ne approfittammo, anzi io scattai la mia più bella foto di ippopotamo di sempre, quando uno emerse dall’acqua improvvisamente, a pochissima distanza dalla barca, con la bocca spalancata.
Dalla foresta convergevano gli animali e sostavano sui banchi di sabbia, dove centinaia di uccelli stazionavano. Gli ippopotami, come detto, la facevano da padrone. Ce n’erano una infinità accalcati in acqua, ma anche sulla sabbia, in continuo movimento. Uno emergeva dal fondale, l’altro si faceva spazio tra compagni, che poco gradivano, un piccolo si strofinava contro la madre, qualcuno attaccava lite, qualcun altro se ne stava a pigroneggiare nell’acqua bassa, il tutto accompagnato da continui splash nell’acqua (gli ippopotami non sono decisamente aggraziati e i loro movimenti creano sempre una specie di maremoto), con brontolii o più decisi muggiti (che niente hanno a che fare con il muggito della mucca), così caratteristici e inconfondibili. Mi piace sempre ascoltarli anche quando risuonano nella notte.






Ci avvicinammo anche al villaggio, che dà nome al canale, e osservammo i pescatori riparare le reti o svolgere altri lavori sulle barche, in secca a quell’ora, oppure semplicemente riposarsi e scambiare due chiacchiere tra loro. Immancabile qualche bambino, anche piccolo, che trasportava le altrettanto immancabili taniche gialle per l’acqua e ci guardava incuriosito.
Fu una giornata intensa e nello stesso tempo di grande pace e relax.
Il giorno dopo le cose furono più complicate. Avevamo in programma di uscire nel parco in safari, su un veicolo del parco che avevamo prenotato, ma la sera ci informarono che non avevano alcuna auto per uscire (la nostra auto non aveva il permesso di girare nelle piste del parco).
Si scatenò una guerra di resistenza tra due mentalità opposte. Quella fatalista africana, che pacificamente sosteneva che la macchina non c’era, chissà magari domani, e noi, che eravamo arrivati lì per visitare il parco e non avevamo il tempo di aspettare giorni. Noi rappresentavamo l’organizzazione e opponevamo la nostra resilienza e volontà occidentale a realizzare il nostro programma.
Qualcuno ha detto “Dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli Africani”. Ecco questa era la situazione.
Alla fine dopo una serata di tira e molla e di sceneggiate, che se non fossi stata furiosa, mi avrebbero anche divertito, raggiungemmo un compromesso. Un pick-up non abilitato a portare turisti, senza sedili sul retro, con solo un posto da passeggero nella cabina di guida, ci avrebbe condotto dove volevamo.
Recuperato un ranger decidemmo di accettare l’unica possibilità che avevamo.
Subito decisi di non stringermi all’interno dell’abitacolo con poche possibilità di scattare foto e mi sistemai nel retro aperto del pick-up sopra una gigantesca ruota di scorta.
Posizione scomodissima e anche da gestire con prudenza, perché bisognava coordinarsi con i sobbalzi del mezzo che facevano spostare la ruota di scorta. In aggiunta non c’era modo d ripararsi dal sole “africano”, ma io non sentii ragione, decisa a godermi la savana e il parco all’aperto, con il vento e il sole sulla faccia, con lo sguardo che si perdeva negli infiniti spazi. In piedi sul pick-up, aggrappata alla parte esterna dell’abitacolo, ero la regina delle distese di praterie, di ampi spazi di savana e di un’abbondanza di euforbie (gli alberi a candelabro come li chiamo io).
Percorremmo in lungo e in largo la penisola di Mweya al centro del parco e, pur essendo, all’epoca, spopolato dei grandi predatori e anche di molta della sua fauna abituale, incontrammo elefanti (due stavano litigando sullo sfondo di una distesa di euforbie), bufali, ma anche l’Ugandan kob, un’antilope d’acqua simbolo dell’Uganda (compare nel suo stemma) e poi le bellissime gru coronate (Crested Crane), che compaiono nella bandiera ugandese ed infine l’oribi, una piccolissima antilope dal lungo collo, che decisamente suscitava tenerezza.

Dopo parecchie ore di percorso arrivammo a una zona di bacini lacustri e saline frequentate da fenicotteri rosa.
A quel punto però avevo una mezza insolazione (per fortuna mi abbronzo senza scottarmi) e scendendo da quel posto, su cui ero stata sbatacchiata e colpita dalla enorme ruota, che scivolava verso di me, quando non riuscivo ad evitarla in tempo, la testa mi girava parecchio. Avevo anche il problema di non far trasparire la mia “defiance” a mio marito, che si sarebbe preoccupato e mi avrebbe costretta a stare in cabina. Decisi che non sarei arrivata fino alla salina, ma l’avrei osservata dal punto in cui eravamo e avrei aspettato in auto mio marito. Lo convinsi con non mi ricordo più quale scusa ed ebbi così il tempo di riprendermi, bevendo acqua e riposando all’ombra del tettuccio della macchina.
Vidi dunque le saline brillare in lontananza e anche qualche fenicottero avvicinarsi incurante della mia silenziosa presenza.
Ero in quello stato in cui mette a volte il caldo e il sole a picco, una sorta di sonnolenza vigile e un po’ sognante, in cui mi crogiolavo felice della meraviglia del luogo, del fenicottero a due passi, della grandiosità della natura, che ti faceva sentire insignificante e piccola ma nello stesso tempo così fortunata e importante perché eri lì a vivere quella bellezza, che si dipanava davanti ai tuoi occhi.
Mi ero rapidamente ripresa e, ignorando di nuovo ogni consiglio, risalii sul pick-up all’aperto per continuare a godermi quel senso di inebriante libertà, quella luce che lentamente si avvicinava al tramonto, quel senso di aspettativa, che invade sempre chi attraversa gli spazi incontaminati africani, perché la sorpresa è a un passo, l’incontro con un animale un attimo.
Alla fine ritornammo al nostro lodge, molto più accettabile dei precedenti, e ci concedemmo un’ultima (almeno per questa volta) serata sotto la volta stellare, prima di fare rientro, il giorno dopo, a Kampala e lasciare l’”Africa”, già sperimentando la nostalgia e la voglia di tornare.
Come diceva Ernest Hemingway: “Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.”
Fabrizia Cataneo


