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Viaggio in Uganda – Parte I – verso il nord

Alla fine degli anni ’80 l’Uganda non era una meta turistica. Prima devastata dalla follia di Idi Amin, che aveva seminato odio e terrore su tutto il territorio, poi dalla guerra civile tra le varie etnie sostenute di volta in volta da uno o l’altro dei paesi confinanti, Il paese era alla ricerca di pace e rinascita. Un cammino che sarebbe durato altri dieci anni, mentre la popolazione fortemente provata da violenza e miseria cercava di sopravvivere in una delle regioni più belle del continente africano.

Visitando oggi la “perla d’Africa”, come è soprannominata l’Uganda, con le sue strutture turistiche avanzate, con i suoi parchi naturali ripopolati e ben gestiti, con le meraviglie naturali valorizzate da una politica turistica, che tra l’altro costituisce una fonte di entrate rilevante per il paese, non si immagina che cosa significasse attraversare il paese nel 1990.

Ebbene noi affrontammo quella sfida e tornammo entusiasti e innamorati delle sue tante bellezze e della sua lunga storia di esplorazioni e scoperte. Fu uno dei viaggi più disagiati mai fatti, ma ci permise di vivere l’Africa  centro orientale, come doveva essere ai tempi di Burton e Speke e della mitica ricerca delle sorgenti del Nilo.

Andiamo con ordine e partiamo da come ci venne l’idea e a come realizzammo questo progetto un po’ azzardato.

Il mio primo contatto con questo paese risale ai tempi del liceo, quando mi trovai a frequentare un piccolo gruppo di sostegno a due medici appena sposati e in partenza per la regione di Gulu, dove avrebbero svolto la loro professione in un luogo, in cui ce ne era veramente tanto bisogno (il famoso Lacor Hospital fondato da Piero Corti e Lucille Teasdale).

La dottoressa e suo marito ci parlarono di questo paese, delle sue sfide, degli enormi problemi che affrontavano, ma anche della sua gente e della sua bellezza. Persi poi i contatti, ma le immagini che avevo visto e i racconti che avevo ascoltato mi erano rimasti nel cuore.

Molti anni dopo sposata e innamorata dell’Africa facemmo amicizia con una coppia, che aveva fatto dei viaggi in Africa la sua professione. Oltre ad essere il tour operator che ci organizzava i viaggi erano anche carissimi amici e spesso capitava che nelle nostre conversazioni, a cena al ristorante, a casa loro, da noi o nel loro ufficio, si parlasse d’Africa e di questo paese, che il mio amico conosceva benissimo per averci passato del tempo e per aver visto da vicino la tragedia della salita al potere di Idi Amin.

Fu lui a prestarmi un libro, che non si trovava più in Italia, che riguardava la ricerca e la scoperta delle sorgenti del Nilo, che aveva appassionato e sfidato gli esploratori e geografi dell’800. “il Nilo Bianco”, questo era il titolo, aggiunse approfondimenti alle letture che avevo fatto. Mi ricordo di aver talmente amato quel volume da avere, per un momento, contemplato l’idea di non restituirlo, ma, appassionata di libri come sono, non mi sarei mai perdonata una scorrettezza simile e quindi lo resi. Mio marito mi procurò la versione originale inglese, che ancora era disponibile, ma quella italiana non riuscii mai più a trovarla.

Era il 1990 quando l’amico ammise che l’Uganda era abbastanza sicura da affrontare un viaggio, pur mettendoci in guardia su quanto sarebbe stato “scomodo” e non facile.Più il nostro amico, prudentemente e professionalmente attento,  ci metteva sull’avviso delle difficoltà che avremmo incontrato, più cresceva il mio romantico entusiasmo per questo paese che era stato oggetto di esplorazioni, le cui montagne erano state scalate in imprese entrate nella storia e  la cui natura  e ambiente erano ancora come dovevano essere ai tempi di queste mitiche spedizioni, visto l’abbandono, l’isolamento e la chiusura al modo esterno, che lo avevano caratterizzato negli ultimi decenni

Insomma alla fine decidemmo di partire e iniziò la nostra avventura poco prima del capodanno 1991.

Arrivammo a Entebbe, l’aeroporto internazionale ugandese a 35 Km dalla capitale Kampala. Entebbe, che in lingua luganda significa sede, aveva ricoperto in passato, soprattutto in quello coloniale inglese, il ruolo di centro amministrativo. Nel 1893 fu proprio l’allora commissario coloniale inglese, Gerald Portal a fare di Entebbe un centro commerciale ed amministrativo.

Quando ci arrivammo noi, Entebbe era una defilata e povera cittadina sullo spettacolare lago Vittoria. Sulla strada per Kampala, davanti ai nostri occhi, sfilarono le capanne, i pochi e poveri banchi di vendita di carne e verdure, ma anche quell’incredibile e unico insieme di terra, vegetazione, odori e colori che ti fanno sentire in “Africa”

A Kampala allora esisteva una sola struttura alberghiera per stranieri, con standard internazionali: lo “Sheraton” e lì alloggiammo, così come vi alloggiavano tutti i poco numerosi stranieri, in qualunque tipo di missione fossero coinvolti (politica, umanitaria, commerciale).

Facemmo un breve giro per la città, che come quasi tutte le metropoli africane, con poche eccezioni, era brutta, confusionaria e decisamente fatiscente. In cima a molti palazzi poi, alzando lo sguardo, incrociavo quello dei marabu, che stazionavano numerosi. I marabu sono della famiglia delle cicogne ma hanno abitudini da avvoltoio e, come questi, oserei dire, respingenti, specie se, come in questo caso, osservavano con occhio famelico tutto quello che succedeva ai piani bassi, ovvero a livello strada, pronti a procurarsi un pasto, se se ne presentava l’occasione.

Lasciammo la capitale diretti a Masindi verso il nord del paese, o almeno fino a quel nord che ci era permesso raggiungere, perché oltre quel punto si annidavano ancora sacche di guerriglia e razzie, che sconsigliavano vivamente di addentrarsi in quella parte martoriata del paese, dove solo qualche ospedale e alcune rare missioni umanitarie si spingevano.

11 ore stretti su un fuoristrada due porte con l’autista e la guida, che ci era stata assegnata. Strade dissestate, qualche segno della guerra come un carro armato smembrato e arrugginito ai lati della strada, ma anche posti di blocco, messi in piedi più o meno abusivamente da soldati che cercavano un modo di raggranellare qualche soldo, taglieggiando chi transitava.

Qualcuno era innocuo, verificava i documenti, che sicuramente non capiva, con quell’amore per la burocrazia, che dell’Africa tutta è una costante da nord a sud e da est a ovest. Facevano valere l’importanza della divisa e quindi la superiorità sul resto dei propri concittadini, esercitando un potere vero o presunto, ma che non era il caso di contestare, anche se le divise erano malmesse, gli scarponi senza lacci e la pulizia un ricordo, perché un’arma c’era per ognuno e tanto bastava. Si sentivano onnipotenti e sapevi di essere alla loro mercé, visto che certo non potevi rivolgerti a superiori più credibili.

Segnalo qui che, per prudenza, mio marito (statunitense) aveva registrato la nostra presenza all’ambasciata americana fornendo il nostro itinerario, ma questo sarebbe servito “forse” solo se fossimo scomparsi nel nulla.

Per contrasto Il paesaggio era in certi punti bellissimo, là dove trionfava la natura africana con al sua vegetazione rigogliosa, in cui si aprivano la via piste di terra rossiccia, oppure dove pulsava la vita dei villaggi con i colori e le fogge degli abiti delle donne, oppure con i tanti bambini, per cui rappresentavamo una visione inusuale.
Molti di quei ragazzini non avevano mai visto un bianco e così ci apostrofavano urlando “mzungu” (parola in lingua bantu utilizzata per indicare i “bianchi”), sbracciandosi e ridendo con l’allegria tipica dei bambini africani, anche  se avevano veramente pochi motivi  di divertimento.

Sulla strada asfaltata invece era qualche mercatino di ortaggi sparsi a terra ad attirare l’attenzione con il rosso dei pomodori, il color terra dei tuberi, il bianco delle cipolle o il verde delle insalate oppure un obbligato rallentamento per lasciare passare qualche sparuta mandria di zebu (un bovino dalle lunghe corna comune in queste zone) seguita da un giovanissimo pastore, che cercava di indirizzarli e levarli dalla nostra traiettoria.

Questo procedere, come detto, veniva ogni tanto interrotto da posti di blocco, che mettevano sempre un po’ in ansia. Il peggiore incidente ci capitò quando fummo fermati da un manipolo di ex soldati mercenari tanzaniani allo sbando, ancora presenti nel paese, che per prima cosa ci puntarono addosso i kalashnikov e poi ci chiesero i documenti. Non avevano un’aria incoraggiante, notai anche un po’ di apprensione nell’autista e nella guida, che scambiavano con i soldati dialoghi assolutamente fuori dalla nostra comprensione.

Ma un pizzico di fortuna fu dalla nostra parte. Il passaporto americano di mio marito aveva un inserto di pagine a soffietto, che il consolato aveva dovuto aggiungere perché il numero di pagine standard era esaurito e non c’era spazio per altri timbri e visti.

Quando uno dei soldati prese in mano il passaporto questo si aprì lasciando fuoriuscire questa fisarmonica di fogli.  I truci soldati si trasformarono nei ragazzi, che erano, e guardarono incantati questa magia, ridendo e rigirandosi il passaporto fra le mani. Riuscimmo così a stabilire un contatto e a superare l’“impasse”. Ovviamente allungammo dei soldi (che poi erano degli spiccioli, dato il valore nullo della loro moneta), ma ci lasciarono proseguire sorridendo e salutandoci con la mano.

Noi impiegammo un po’ più di tempo a far ritornare il cuore ai suoi battiti normali. Ed ecco Masindi! In lontananza un lodge da paradiso terrestre, una lunga costruzione bassa nascosta tra alberi di acacie rosse in mezzo a una vegetazione lussureggiante.

Questa struttura doveva essere un lodge di lusso ai tempi della colonizzazione inglese, ma gli inglesi erano un lontano ricordo e certo il clima di questa parte del globo non preserva ma anzi distrugge e deteriora rapidamente tutto. Non c’era acqua corrente, ma un ragazzino era incaricato di portarci la sera un secchio di acqua calda.

Prevedendo qualche inconveniente eravamo comunque muniti di un sacco lenzuolo e di zanzariere e, visto che un tetto per la notte ce l’avevamo, in sostanza si trattava di rinunciare o ridurre al minimo la toilette personale e dimenticare il piacere di una doccia.

Eravamo i soli bianchi presenti nel lodge e quindi era la curiosità a dominare e ci sentivamo decisamente osservati. Così andammo a cena e ci ritirammo per una notte di sonno, di cui avevamo grande bisogno. All’equatore il sole cala di botto circa alle 6 di sera e sorge la mattina più o meno alle 6. Visto che il generatore, che dava un minimo di luce, si spegneva presto, visto che avevamo undici ore di strada sulle spalle non ci dispiacque andare a letto con le galline, come si dice in Italia.

La sveglia fu altrettanto presto e noi ci preparammo rapidamente per andare alla scoperta delle Cascate Murchison, che i locali allora chiamavano ancora Kabalega. Infatti Idi Amin aveva cancellato tutti i nomi che derivavano dal passato coloniale. Qualche anno dopo tornarono a chiamarsi Murchison.

Le cascate sono formate dal Nilo bianco e si trovano tra il lago Vittoria e il lago Alberto. Furono i romani nel 65 d.C. i primi europei a vederle durante una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Le sorgenti del Nilo sono stata una ossessione di geografi ed esploratori nei secoli e tantissime sono state le ricerche con relative spedizioni, specie durante tutto il 1800.

La più famosa è forse quella intrapresa da Burton e Speke nella seconda parte dell’800. La vicenda è appassionante ed intricata anche per le due personalità coinvolte, sicuramente due figure di grande spicco e avventuroso coraggio. In sostanza i due finirono per sostenere due tesi diverse. Burton sosteneva che Il Nilo nascesse dal lago Tanganika mentre Speke dal lago Vittoria.

Il tempo ha dato ragione a Speke, che individuò correttamente nel lago Vittoria la sorgente, risalendo all’immissario Kagera, poi individuato come il primo corso del Nilo Bianco, proveniente dalle sorgenti del monte Karisimbi tra i monti del Virunga. Con tutto questo in mente mi ritrovai davanti alle cascate.

Eravamo su una barca a motore, che in altri tempi avrebbe potuto ospitare anche 30 persone, ma eravamo soli e avevamo l’impressione di essere su un guscio di noce ai piedi di questa massa d’acqua che compie un salto di 43 metri, dopo che il fiume ha attraversato una gola larga sette metri.

Eravamo assolutamente soli su questa barca, che con perizia un capitano dall’aspetto di un saggio capo tribù e con lo stesso carisma, guidava facendoci avvicinare il più possibile, ma rispettando un minimo di sicurezza. Può sembrare che l’effetto che fa una cascata sia sempre uguale: un salto impressionante di un fiume, tanta acqua vaporizzata, che crea una sorta di nebbia, una scintillante interruzione nel paesaggio.

È così, ma non è così. Ogni cascata ha un suo fascino particolare. Quel salto nel vuoto suscita sempre emozioni diverse. Il luogo e il contesto, dove ci si trova, contribuiscono a renderla unica e questa poi aveva anche dalla sua le suggestioni del suo passato e il fatto che la nostra esperienza era simile a quella dei primi esploratori: lontani dalla “civiltà” in un ambiente selvaggio in mezzo alla foresta, nessun turista, nessun essere umano, nessun mezzo di comunicazioni (non c’erano ancora i cellulari in funzione allora) solo noi e la natura con la sua violenza, la sua bellezza, la sua maestà.

Curiosità: la “regina d’Africa” il film famosissimo con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn era stato girato proprio qui su queste cascate, riconoscibilissime nel film.

Ma le mie fantasie erano tutte per le grandi esplorazioni e per le emozioni provate da questi individui, che sentivo quasi vibrare dentro di me. Ero quasi commossa e non me ne sarei più allontanata.

Le Murchison sono all’interno di un parco nazionale istituito nel 1952 e all’epoca la bellezza era da giardino dell’eden, anche se la guerra e la violenza del periodo appena trascorso lo avevano spogliato di tanta parte della sua fauna, che, oggi, ringraziando Dio, è tornata a popolare questi luoghi magnifici.

Anche se a mio parere la migliore visuale era dal fiume, dove si percepiva l’imponenza e la scenografia stupefacente, sballottati sul natante, che ci faceva sentire ancora più microscopici di fronte a quella massa di acqua, che rumorosamente precipitava quasi ai nostri piedi, andammo comunque via terra nel punto dove potevamo vederle dall’alto, ovvero dal fiume prima del salto.

Gorgogliare d’acqua, arcobaleno quasi a portata di mano, solo il rumore del vento, tutto intorno la densa foresta, il sole che creava continui giochi di luce sulla spuma dell’acqua che si avvicinava al precipizio, non eravamo solo lontano dal mondo, ci sentivamo proprio in un altro mondo, senza tempo.

Tornammo alla civiltà, si fa per dire. In molta parte dell’Africa la sera si sta nel lodge e poi era l’ultimo dell’anno. Per quella sera mi ero procurata in aereo una bottiglietta da un ¼ di Champagne per il brindisi. La bottiglietta era calda ma poco importava. Le cose però andarono diversamente e non brindammo affatto.

Dopo la cena notammo che sia il ristorante che il bar si erano riempiti di uomini alticci che continuavano a bere. Dato che attiravamo l’attenzione, ci ritirammo in camera e, in attesa della mezzanotte, parecchie ore dopo, ci addormentammo. Fui svegliata dal fracasso e dagli schiamazzi di uomini completamente ubriachi davanti alla nostra porta.

Mio marito dormiva ed io ero seriamente preoccupata, ma, dopo quella che mi parve un’eternità, le voci, le grida eccitate e i rumori si allontanarono e il luogo tornò silenzioso. Mi era passata la voglia di brindare e, guardando mio marito profondamente addormentato, decisi di non svegliarlo e provare a riaddormentarmi anche io.   La mattina dopo lasciammo Masindi diretti a Fort Portal e ai monti della catena del Rwenzori.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice