Tanzania: cuccioli di Gnu durante la migrazione

La Tanzania è uno dei paesi con la più grande biodiversità della terra. Vi si contano oltre 1500 specie di uccelli oltre alla più imponente popolazione di grandi mammiferi d’Africa, e se non bastasse, ci sono anche 10.000 differenti specie botaniche. Come ogni anno, arriva la fine di febbraio, preparo con cura la valigia, passo a prendere Stefano e

partiamo. Con lui ho viaggiato molto perché ci uniscono le stesse passioni e soffriamo entrambi della stessa patologia, quel morbo incurabile che tutti chiamano: Mal d’Africa.

Destinazione Tanzania, un viaggio tra il sud del Serengeti e il nord della Ngorongoro Conservancy, due zone separate dal lago salato di Ndutu.

Essere in Tanzania tra febbraio e marzo è il momento perfetto. Si tratta del periodo in cui gli Gnu migrano e si spostano dai pascoli del Nord del Serengeti verso la zona di Ndutu, inseguono le piogge e sono in cerca di “erba buona”. Essere li, in quel momento, vuol dire assistere ad uno degli eventi più spettacolari di tutto il continente africano. Non solo, la meraviglia di vedere migliaia di animali radunati e pronti per una lunga e pericolosa attraversata, ma la possibilità di assistere a scene emozionanti come le innumerevoli nascite che in un tempo brevissimo di solo tre settimane fanno aumentare la popolazione della mandria di almeno 400.000 cuccioli.

Sono già 5 giorni che ci perdiamo nelle meraviglie che ci offre questa terra meravigliosa, ma i nostri spostamenti devono seguire la mandria e così decidiamo, durante la cena con Nassoro, la nostra guida, che la mattina successiva andremo in una zona remota della Ngorongoro Conservancy, in quanto sembra che le mandrie si stiano concentrando da quelle parti.

Partiamo alle 06:30, fa fresco, il cielo è nuvoloso, nei giorni precedenti ha piovuto molto. La strada da percorrere è parecchia. Nassoro ha una guida sportiva, è molto preparato ma le sue capacità sono messe a dura prova sulle “muddy tracks”. Usciamo più e più volte di strada, dobbiamo evitare il fango e le buche troppo profonde. Non è facile tenere nel letto del sentiero stradale un mostro come il Land Rover da 8 posti.

Durante il percorso incontriamo una leonessa intenta a divorare uno gnu, a breve distanza scorgiamo nel bush un imponente maschio, che arriva a pochi metri dalla macchina incurante di noi, mentre noi, siamo in silenziosa fibrillazione per la sua presenza.

Iene, sciacalli, antilopi, zebre, giraffe, non sappiamo più dove guardare. Gli occhi sono pieni di immagini che non potremo dimenticare mai e che ci terranno compagnia al nostro rientro in Italia, quando lontani da tutto questo, cercheremo di addormentare tutta l’adrenalina che stiamo accumulando.

Arriviamo finalmente alla piana degli Gnu, e qui inizia la ricerca spasmodica delle femmine. Vogliamo immortalare la scena del parto. Un’impresa non semplice. La mandria è composta da migliaia di esemplari e dobbiamo guardare con attenzione. Dobbiamo scorgere gli zoccoli o un pezzo di placenta o qualcosa che ci faccia capire che il momento della nascita è imminente. Dopo circa un’ora, ecco finalmente: una mamma è pronta. Si isola, ma non troppo dal gruppo. Si agita, bruca l’erba incurante e tentando di distrarsi; si sdraia, spinge, poi si alza ancora, bruca e si allontana. La seguiamo, non la molliamo, vogliamo assistere al parto è la ragione per cui siamo venuti fin qui.  

Finalmente si sdraia, le due zampe anteriori sono quasi completamente uscite dalle loro sedi e comprendiamo che il momento è vicino. L’animale sembra immobile, quasi distratto ma è chiaro che si stia concentrando allo scopo di trovare la forza per la spinta che la libererà. Di colpo si alza, e la magia ha inizio. Non so quanto volte abbiamo schiacciato il pulsante delle nostre macchine fotografiche, era il mio primo parto, ed è stato inevitabile emozionarsi.

Partiamo per la via del ritorno, felici di aver assistito ad un evento così normale ed allo stesso tempo incredibile ed emozionante per noi. Non ci aspettiamo più niente dalla giornata e invece, ci aspetta la prova più dura di tutto il viaggio. Percorrendo un’enorme pianura con l’erba perfettamente rasata dalle mandibole dagli Gnu, tutto sembra procedere in maniera leggera, siamo ancora inebriati dalla scena che abbiamo avuto il privilegio di vedere, ridiamo e siamo felici.

All’improvviso la jeep ha un sobbalzo e si appoggia lateralmente e si blocca. Siamo caduti in un buco nascosto nell’erba. Il nostro mezzo di trasporto non può ripartire, due ruote non appoggiano più sul terreno, non c’è aderenza, non c’è modo di venirne fuori.

Il buon Nassoro tenta in mille modi di venir fuori da quel buco che sembra sempre di più un cratere, ma ogni sforzo invece di portare beneficio fa affondare la macchina sempre di più nel terreno umido e fangoso. Ridiamo ancora, ma ben presto quelle risa iniziano a lasciare il posto all’agitazione e poi all’ansia.

La faccia della nostra guida si fa seria, inizia ad avere una strana tosse nervosa, proviamo a contattare altre guide con la radio ma ben presto ci accorgiamo che siamo decisamente lontani da ogni essere vivente e la radio non ha una copertura così ampia. Proviamo con i cellulari e purtroppo il segnale è inesistente.

Controllo cosa abbiamo in macchina, l’acqua c’è – meno male -, mangiare niente, iniziamo a renderci conto che la possibilità di passare la notte nella savana sia un’opzione molto probabile. Mi consulto con Stefano e pensiamo ad una soluzione che non sia stata ancora provata dalla guida, e arrivato il nostro turno per entrare in azione, fino ad allora eravamo stati semplici spettatori.

Iniziamo ad alzare la jeep con il crick. Lo posizioniamo nella parte posteriore destra in modo da sollevare la gomma. Nel frattempo a turno un po’ a mani nude, un po’ con l’unica pala di cui disponiamo, scaviamo una buca sotto la gomma larga 1 metro x 1 metro. Al termine di questo faticosissimo scavo, mettiamo la ruota di scorta nel buco nella speranza che permetta alla ruota sospesa nel vuoto di fare aderenza e tentare almeno un’uscita in retromarcia.

Smontiamo il crick, Nassoro entra in macchina e prima di accendere il motore ci lancia uno sguardo speranzoso. Io e Stefano deglutiamo ed ognuno prega quello che vuole, sperando che vada tutto bene. “Vai Nas, dai gas…”

La macchina esce dal buco e la paura abbandona anche noi.

Il resto del viaggio lo facciamo sorridendo, ma consapevoli che la possibilità di cadere in un’altra buca è tutt’altro che remota. Solo quando vediamo le luci del Lodge i nostri muscoli iniziano a rilassarsi. Una volta arrivati ci aspetta una doccia calda, una birra fredda e un’indimenticabile cena.

Al termine della cena ci portiamo in camera una bottiglia di Amarula. Ci sediamo in veranda, Stefano accende il suo amato sigaro e passiamo un’ora a ricordare una giornata che non potremo dimenticare. Poi, quando Morfeo richiama la nostra attenzione, ci mettiamo nel letto per riposare i nostri muscoli, mentre i nostri occhi e il nostro cuore non la smettono di emozionarsi.

Massimo Malavasi