Naxos dalla “zia” Litza

Al mio Caro Amico Giacomo, alle nostre risate senza fine.

Correva l’anno 2005. A marzo i biglietti aerei erano già in tasca e la Grecia all’orizzonte. Un obbligo assoluto dopo un lungo inverno di lavoro. Partiamo a metà agosto da una afosa Milano e atterriamo ad Atene, in un aeroporto nuovo di zecca, pieno di negozi luccicanti. Peccato avere la coincidenza così stretta, penso io. Sarebbe stato interessante curiosare qui e là.

Da lì a poco, della coincidenza non si avranno notizie. Non resta che una minuziosa perlustrazione merceologica. Le ore passano e passano anche i negozi, tutti, tante volte.

Sfiniti dalla lunghissima attesa, finalmente annunciano la coincidenza. Si vola verso Mykonos, prima tappa del tour. Atterriamo in un aeroporto che somiglia più ad un casolare nella steppa che ad un aeroporto. Non ci sono taxi, non passa un bus, nessuno ci raccatta in autostop. Cosa fare se non camminare? Meno male che le valigie hanno le ruote.

Sull’asfalto pietroso e sconnesso, i bagagli saltano come grilli e le nostre caviglie ogni tanto cedono al passo insicuro. Però ridiamo molto. Se le avessimo contate non so se sarebbero state più le risate o le storte. Poco importa, siamo in vacanza, siamo felici e il mare sempre più vicino.

Arriviamo sull’ultimo terrapieno che sovrasta il porto della bellissima Mykonos coi suoi mulini a vento noti in tutta la Terra e il Pellicano Piero che sembra uscito da un cartone animato. Ci arriviamo provati come se avessimo conquistato il primo campo base dell’Everest.

Facciamo merenda senza orario di merenda comodamente seduti a Venice, pieds dans l’eau e visto che il Meltemi bello arzillo spingeva le onde fino alla base del tavolo, capiamo subito che aria tira da queste parti.

Le prime foto scattate in quel frangente ci ritraggono comunque rilassati e ripagati della fatica. Meltemi, non ti temiamo. Ceniamo a un’ora improbabile sotto un cielo di bouganville, fra musica forte, candele e tanta gente. La mattina successiva ci incamminiamo ancora assonnati verso il porto. Il tragitto questa volta è breve ma sufficiente per avere un’idea chiara di una cartolina greca: mare blu, stesso vento forte e pecore che attraversano la strada con noi. In lontananza stride un aliscafo rosso che sembra una Ferrari ma che ci porterà a Naxos.

Avevamo prenotato due case diverse, divisi in coppia, noi ci dirigiamo verso la Chora di Naxos, il centro del paese. La nostra casa è ovviamente bianchissima e semplice. Varcando la soglia ad attenderci c’è una signora di età avanzata che somigliava in maniera impressionante a mia zia.
Lì per lì trascuro questo particolare e comincio l’ispezione del piccolo appartamento al piano terra. La gentile Signora Litza ci accoglie con due bibite fresche al sapore di arancia, qualche caramella alla frutta e un sorriso che da solo valeva il viaggio. Le lenzuola sono stiratissime e molto pulite, ricamate come quelle del corredo delle giovani fanciulle in cerca di marito. La camera semplice ma confortevole. Peccato che la sosia di mia zia parli solo greco.

Fra parole mai sentite, gesti e sorrisi, intuiamo però che le siamo simpatici e che vorrebbe sistemarci meglio. Decide infatti di farci un upgrade. Dopo un paio di giorni la nuova sistemazione si trova in cima alla ripida scaletta a chiocciola che segue il fianco della casa. Destinazione paradiso.
Dal piccolo terrazzo coperto si gode una vista stupenda sul porto che svela profili di barche a riposo e generosi tramonti infuocati, tutto perfetto.

Possiamo pranzare all’ombra oppure decidere per il sole, sul grande terrazzo a tetto dove è sistemata una pulitissima kitchenette. Presto sarà questo il mio regno per le pigre serate casalinghe. Si sale a casa con la spesa fatta nell’emporio sotto casa, pieno zeppo di olive, formaggio feta e ogni altro ben di Dio alimentare a km zero. Defilata il giusto dal centro del paese, la piccola casa bianca ci permette di scendere in pigiama a prendere due coni gelato last minute o in abito lungo per cenare in uno dei tanti ristorantini della Chora di Naxos.

Qualche volta, rientrando dal mare, ci è capitato di trovare appoggiato con discrezione sull’ultimo gradino, un piccolo melone maturo o addirittura una padellina con due uova per la cena. Un dono della padrona di casa.

Per le comunicazioni in greco ero stata designata io, che della lingua greca non so neppure l’alfabeto. Per fortuna, quando l’empatia c’è, dell’alfabeto se ne può fare a meno. Ascoltavo questa signora corpulenta dal sorriso dolcissimo senza sapere davvero cosa mi stesse raccontando ma il mio cuore capiva tutto. Riuscivo a capire che le uova che ci aveva lasciato erano freschissime e che lei aveva pensato a noi come avrebbe potuto fare davvero mia zia. Una signora materna e amorevole. La lingua diversa non è mai stato un ostacolo, dai suoi gesti arrivava un’accoglienza sincera e affettuosa. Dai miei occhi scintillanti ha ricevuto sempre una gratitudine spontanea che andava ben oltre il vocabolario. Volerle bene è stato un attimo.

Ogni mattina, dopo la colazione, scooter, costume e maglietta coi capelli al vento, a perlustrare in lungo e in largo l’arida Naxos che non brilla certo per bellezza paesaggistica ma che ha da offrire un mare indimenticabile.

Per raggiungere le tante belle spiagge, bisogna percorrere strade parzialmente sterrate, qualche tratto risulta un pochino lungo. Soprattutto bisognava essere nel mood di frullarsi un’oretta su un motorino che scoppiettava parecchio e mal portava una fraccata di anni.

Ferragosto era passato da poco, non c’era molta gente: le spiagge essendo ampie e lontane dal centro città, erano persino mezze deserte. Il mare, spettacolare. Venditori di cappelli di paglia, conchiglie e spugne passeggiavano instancabili sulla lunga sabbia chiara domandando con grande discrezione se la loro mercanzia potesse interessare.

Casualmente, una mattina, durante lo stesso percorso, abbiamo scoperto quello che sarebbe diventato il nostro ristorante preferito: sotto le tamerici, con tavoli disposti sulla sabbia, sedie impagliate dipinte di azzurro e il mare a pochi centimetri. Credo esista sempre, si chiama Taverna Paradiso, si trova ad Agia Ana, nel caso voleste rimanere incantanti anche voi.

Che bella la Grecia! Ricordo perfettamente il nostro umore spensierato nei giorni passati a Naxos, la bellezza del mare, la purezza dell’aria e la voglia di vivere la vacanza godendo di quella improvvisazione che fa sentire liberi. La libertà è la mia condizione essenziale per fare qualsiasi cosa.

Dopo una settimana abbondante, dopo tanti bagni di sole e di sale, lasciamo Naxos, a malincuore e non senza una lacrimuccia. Dopo aver abbracciato la zia Litza, ci trasferiamo a Paros. Sbarcati dal solito transatlantico rosso fuoco, facciamo nostro un altro motorino e si parte per Naoussa, la Saint Tropez greca.

Paros è un’isola bellissima, con spiagge meno ampie di Naxos ma paesaggisticamente rispecchia la Grecia che si immagina di trovare. Le mille chiesette immacolate, decorate da piante di rose e bouganville che si trovano in ogni angolo dell’isola, arredano una terra arida disseminata di alberi di fichi già un po’ appassiti dal sole. Io e Giacomo abbiamo fatto colazione più di una mattina attaccati all’albero sotto casa, entrambi appesi ai rami senza voler sentire ragioni.

Naoussa è un paese incantevole, molto curato e fiorito. La zona del porticciolo, un sogno. Si cena sotto fili che reggono i polpi stesi ad asciugare, fra lucine pseudo natalizie e musica lounge, perfetta colonna sonora per questo piccolo paese che accoglie i turisti sorvegliati a vista da una luna che vede tutto ma non parla con nessuno.

Anche i giorni a Paros passano presto fra risate e buon cibo. A casa di Giacomo e Majdouline una sera decidiamo di assaggiare il cibo del Marocco, la sua terra. Scopriamo così una grande cuoca dietro ai fornelli, rimanendo incantati da piatti meravigliosamente speziati e cucinati davvero con grande maestria. Grazie Majdou, Amica mia.

Sarà stato il vento fra i capelli, il sale sulle braccia o quel mare greco indimenticabile ma la vacanza è davvero volata lasciandoci bellissimi ricordi e la voglia di tornarci.

La Grecia è la vera estate.

E’ quell’estate che immaginiamo tutti durante l’inverno.
E’ il bianco accecante delle case che formano villaggi pittoreschi da spedire in cartolina.
E’ il blu che si pensava non esistesse.
E’ il vento che non conosce le nuvole, è un vivere il tempo senza tempo, aspettando la fine del giorno solo per scoprire quale sfumatura di rosso avrà oggi il tramonto godendo di uno spettacolo naturale che merita davvero un grande applauso e una lacrima.

Pochissimi anni dopo, seppur a formazione ridotta, siamo ritornati dalla zia Litza che ci ha accolto con lo stesso grande sorriso. Volevamo controllare che le case non avessero cambiato colore, che il vento soffiasse ancora forte e quel blu fosse ancora così blu.

Cristina Briano

Viaggiatrice