Le langhe cuneesi e l’eremo della Gasprina

È tradizione per noi da molti anni, in questa stagione, fare una visita eno-gastronomica nelle langhe, complice la presenza del tartufo. Di solito è una gita in giornata con pranzo in un ristorante nuovo, oppure già noto, quattro passi nella località scelta per godersi il borgo o la cittadina, tutte particolari e di fascino in questa terra, e poi rientro.

Da sempre questa routine si è svolta con amici e con un clima tra il piovoso e il coperto nebbioso.

Quest’anno in vista del lockdown annunciato, abbiamo pensato di fuggire, io e mio marito, per un paio di giorni dalla città assediata dall’ansia, dalla preoccupazione e dall’insicurezza, per rifugiarci in un luogo in mezzo alla natura e alla pace, mantenendo la tradizione di gita anche eno-gastronomica.

Ne abbiamo scelto uno, che ci pareva soddisfacesse tutte le nostre richieste. Un eremo in mezzo a luoghi come Barolo, La Morra, Grinzane Cavour e a pochi chilometri da Alba, dalla zona del Roero, da Bra. Prometteva bene.

Infatti si tratta di un casolare in mezzo alle vigne, con una terrazza panoramica, che si affaccia sulla valle e sulle colline, che nelle langhe si rincorrono, molte di esse con in cima un paese di origini medievali, quando non, in qualche caso, addirittura romane.

L’eremo ha sei camere, quattro affacciate sulla valle e due sui vigneti, che salgono fino in cima alla collina.

Le stanze ampie con soffitti alti e travi a vista, sono accoglienti e arredate con molto gusto. Ognuna ha un dehor da cui ammirare il paesaggio e, volendo, fare colazione (in questa stagione meglio in camera o nella sala da pranzo dato che fa piuttosto fresco).

Non ho comunque resistito a sedermi un attimo fuori per godermi l’inizio della giornata tra il giallo delle vigne, la nebbia in dissolvimento, il cinguettio di qualche uccello e nel totale silenzio anche il lievissimo fruscio di qualche foglia che cadeva.

Il weekend in cui siamo stati noi ha coinciso con la luna piena. Una luna piena particolare, in verità, perché è rarissimo che in uno stesso mese capiti due volte la luna piena. Tanto è vero  che in inglese questa luna, che è piena per la seconda volta in un mese è chiamata Blue Moon e, data la rarità del fenomeno, ha dato origine ad un detto “once in a Blue Moon” che corrisponde al nostro detto “una volta ogni morte di papa”.

Dunque in ottobre si è verificata questa congiunzione e dalla terrazza dell’eremo abbiamo potuto ammirare per due giorni di seguito la luna che saliva dall’orizzonte verso il cielo.  Proprio davanti a noi, appena sorta verso le 18, era grande e arancio, le nuvole la coprivano o velavano ogni tanto, ma abbiamo avuto agio di vederla chiaramente e fotografarla a lungo.

Nel cuore della notte poi mi sono svegliata e guardando fuori dalla finestra l’ho vista alta in cielo bianca e luminosa, ma all’occhio molto più piccola e lontana, tanto distante e fredda quanto sembrava vicina e amichevole al suo sorgere.

Tornando al nostro eremo, è conosciuto anche e soprattutto per il ristorante di ottima qualità. A conduzione familiare,  due ragazzi giovani e allegri, ma di consolidata esperienza, offrono una cucina delle langhe con qualche modifica e aggiunta, che senza essere esasperata, permette una esperienza molto gratificante per “epicurei” come noi.

La sera dunque ci rifugiavamo sulla veranda con vista e cenavamo sempre ad alto livello, non solo con gli immancabili tartufi di questa stagione, quest’anno tanti e ottimi, ma anche con qualche speciale opportunità consigliata da loro, come un risotto  al vino e ai funghi appena raccolti, un carrè di agnello al punto rosa, superbo, e i dolci, a cui non sapevo resistere, come il tortino di cioccolato con il gelato al peperoncino o il gelato e la torta di nocciole.

Ho scoperto poi un vino, che si produce solo in questa ristretta zona: il Pelaverga. L’ho provato e adottato per tutto il tempo che siamo restati lì,  anzi l’abbiamo portato anche a casa dalla cantina che lo produce a Verduno.

Ma approfittando del sole e dei colori autunnali, la mattina dopo colazione partivamo in esplorazione dei dintorni e anche a far visita a qualche altro ristorante della zona.

Prendere la macchina e avviarsi sulle strade delle langhe è un percorso denso di soste e di deviazioni.

Innanzitutto, ogni due per tre, avresti voglia di fermarti per cogliere un cielo striato da nuvole, un paese arroccato in collina, la nebbia, che un momento cancella tutto in un mare di ovatta grigia e un minuto dopo si dissolve lentamente, bucata dal sole, scoprendo i vigneti, i noccioli e il paesaggio in cui predomina il giallo, con ampie pennellate di rosso e qualche verde.

Ma poi non puoi non sostare al monastero dell’Annunziata o alla panchina gigante sulla strada verso La Morra.
Le panchine giganti sono diventate una caratteristica del cuneese. Sono nate quasi come un gioco e hanno un significato un po’ fiabesco. Si dice che “sedendosi su ognuna di quelle panchine fuori scala si ritorna bambini, per guardare il mondo che ci circonda da una prospettiva diversa.”

Poi è d’obbligo uno sguardo e qualche foto alla cappella di Barolo di Sol LeWitt e David Tremlett. La cappella appartiene alla famiglia Ceretto e si trova in mezzo al vigneto di Brunate. Si tratta di una cappella mai consacrata, che fungeva da ricovero durante i temporali per la gente che lavorava nelle vigne. Era in rovina  quando la famiglia Ceretto affidò a questi due artisti il restauro e la reinterpretazione.

È diventata così un coloratissimo punto di riferimento della zona e, a quella, David Tremlett ne ha fatte seguire altre tre nel territorio. Io mi sono limitata alla passeggiata in collina per raggiungere la prima in mezzo  al vigneto.

Fatta una puntata nel Roero per la visita ad un ristorante, che già conoscevamo e a cui torniamo sempre volentieri: La cantina dei Cacciatori, abbiamo il giorno dopo provato a scoprire un nuovo posto a Bra: La Pimpinella. Qui niente tartufo ma in un ambiente fatto tutto di salette appartate, ideale in questo periodo di Covid, abbiamo assaggiato diversi piatti della tradizione e una superba panna cotta, riconosciuta tale anche da me che non amo la panna cotta.

Un dopo pranzo spesa poi a fare un giro di Bra con la sua piazza medievale, il palazzo Traversa e la via Cavour. La città nel primo pomeriggio era assolutamente deserta, malgrado fosse domenica, e, in quasi solitudine, ho girato per le stradine con l’immancabile macchina fotografica.

Infine una puntata a La Morra di lunedì mattina prima di rientrare, con i suoi palazzi, le sue stradine in salita e la vista che spazia sui terreni sottostanti a perdita d’occhio.

Rapida fermata alla cantina del Pelaverga e rientro in città preparati all’isolamento, ma con negli occhi i gialli e i rossi della natura, il terracotta dei palazzi dei tanti borghi medioevali, i sapori di questa terra così ricca di antica tradizione e di antiche arti, che con qualche ritocco resistono al passare del tempo.

Fabrizia Cataneo