La Villa Adriana

Visitare antiche rovine a quattro passi da Roma

I resti di monumenti ormai irriconoscibili mi hanno sempre affascinato. Mutilati dal passare del tempo e inglobati dagli elementi naturali che ne hanno rimodellato il loro aspetto, definendo un nuovo habitat in cui pietre, laterizi e piante rampicanti convivono senza interruzione.  La capacità di evocare un passato remoto mi conquista spingendomi a immaginare. La forza dell’immaginazione ricostruisce magicamente le loro forme perdute.

Sono persuaso dall’idea che le rovine possano vivere autonomamente, rispetto alla loro forma originaria, come una sorta di land-Art in cui prevalga il concetto di inserimento nel paesaggio e adeguamento al contesto, piuttosto che quello della ricerca di una sua frattura.

Dal diroccato e abbandonato tempio Hindu, trasformato in “palazzo delle scimmie” nel cartoon “il Libro della Giungla”, al mitico Indiana Jones che insegue tesori nella foresta pluviale o nel deserto, le rovine evocano da sempre un senso di avventura e mistero.

Una delle più emozionanti è certamente quella del complesso che l’imperatore Adriano fece costruire tra il 118 e il 138 d.C. sulle colline di Tivoli, a pochi chilometri da Roma.

La Villa Imperiale di Tivoli o, più comunemente, Villa Adriana è sempre stata oggetto di ricerche da parte di schiere di artisti che, fin dalla metà del 1500 (epoca in cui sono iniziati i primi scavi), hanno visitato la villa in cerca di ispirazioni. Da Andrea Palladio a Raffaello, da Michelangelo a Leonardo, da Borromini a Piranesi, per avvicinarsi ai nostri giorni con architetti del calibro di Le Corbusier o Louis I. Kahn, fino ai viaggi dei più recenti Richard Mayer e Gian Carlo De Carlo, che qui hanno trovato e interpretato gli aspetti compositivi e monumentali che hanno caratterizzato buona parte dell’architettura occidentale.

Quando ho visitato per la prima volta la Villa Adriana rimasi letteralmente senza parole. Un luogo immenso (si distribuisce su un’area di 120 ettari dei quali, 40 sono visitabili), colmo di luce e immerso nel silenzio. Il percorso completo del complesso dura quasi tre ore, durante le quali ci si immerge in un racconto fantastico; si inizia la visita soffermandosi al Pecile, ricostruzione della Stoà (nell’agorà di Atene, centro politico e culturale della città, la prediletta da Adriano durante i suoi numerosi viaggi) dove, un’enorme piazza (un tempo racchiusa sui suoi lati da un portico), delimita una piscina centrale; si passa poi al Canopo, un edificio interpretato come una rappresentazione evocativa di un ambiente egizio in senso esotico; un giardino destinato ai banchetti, analogamente al canale sul delta del Nilo, famoso per le feste che vi si svolgevano.

Si arriva alla piazza d’Oro, e poi al Teatro Marittimo e da lì si prosegue, tra piscine, colonnati e statue, alla Sala dei Filosofi. Qui, è facile immaginare il simposio dei filosofi del tempo e, leggendo il libro di Marguerite Yourcenar, Le memorie di Adriano, possiamo facilmente cercare di avvicinarci a quell’epoca, tenendo conto che l’imperatore Adriano era un illuminato; ricordiamo che Il suo governo fu caratterizzato da tolleranza, efficienza e splendore delle arti e della filosofia.

Grazie alle ricchezze provenienti dalle conquiste, Adriano ordinò l’edificazione di molti edifici pubblici in Italia e nelle province, come terme, teatri, anfiteatri, strade e porti. Proprio qui, in questa villa che fece costruire a Tivoli riprodusse i monumenti greci che amava di più, trasformando così la sua casa in un museo.

Nel libro della Yourcenar leggiamo: “Qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada.”

In questa citazione ritroviamo anche la forza dell’architettura in cerca di monumentalità; difficile infatti raggiungere la felicità, come la Villa di Adriano insegna, inseguendo seducenti retoriche o piegandosi a facili compromessi. L’ottenimento dell’eccellenza non si misura nella ricerca dell’efficientismo a tutti i costi e nell’ideazione di edifici patinati e fotogenici; al contrario la si trova in una consapevole sostenibilità che porti ad un colloquio equilibrato con la natura e con il paesaggio, accettando un’estetica dell’imperfezione.

In un altro passo che segnò la valenza filosofica del testo, l’autrice scrive: “Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su sé stessi: la mia prima patria sono stati i libri.”

Ebbene, forse noi tutti cerchiamo noi stessi e forse è vero che lo facciamo attraverso le parole, i racconti, le suggestioni, le tesi filosofiche e scientifiche, le emozioni. Pensare di non avere una sola patria, non solo quella natia per lo meno, ma averne molteplici e diverse, significa poter viaggiare. Questo viaggio però, come del resto fece lo stesso Adriano, non è solo un viaggio da leggere, ma un viaggio da vivere.

Infine, mi piace ricordare un’ultima citazione di Marguerite Yourcenar: “Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che è la vita stessa delle città.”

La visita alla Villa Adriana ti regala dunque anche un racconto per l’anima, in cui l’architettura, la sua stratificazione e il dialogo con il paesaggio, formano un tutt’uno in cui è difficile non rimanere coinvolti. Le rovine, con il loro aspetto “non-finito”, in cui traspare anche una possibile idea legata al concetto di estetica dell’imperfezione, ti conquistano e ti fanno sognare proiettandoti in un viaggio nel tempo.

Nicola Rovere