A 25 km da Bolzano dopo aver percorso la val D’Ega, su una strada oggi ampliata e con gallerie che evitano le curve di quella specie di “mulattiera”, che una volta era la statale, si arriva in uno scenario di inimmaginabile bellezza. In mezzo a pini giganteschi, improvvisamente sulla strada ti si para davanti Il massiccio del Latemar, una delle montagne dolomitiche più famose del mondo ed assolutamente inconfondibile per le sue cime frastagliate.



Poco più avanti appena parcheggiata la macchina ritrovi il massiccio che si specchia in un piccolo lago alpino assolutamente straordinario: Il lago di Carezza. Questo lago è unico e di una bellezza indescrivibile. Nelle sue acque cristalline si riflettono non solo il Latemar, ma anche pini secolari, nuvole e cielo, così da creare mille sfumature di colore che lasciano ammaliati. Non per niente è stato soprannominato “lago dell’arcobaleno” (in lingua ladina “Lec de Ergobando”).
La leggenda dice che il lago fosse dimora di una Ninfa (Ondina), di cui lo stregone del Latemar era innamorato pazzamente. Avendo senza successo tentato di rapirla più volte, su consiglio della strega Masarè (la strega del Catinaccio), per attirare la ninfa, fece apparire un bellissimo arcobaleno sul lago. La Ninfa in effetti uscì dall’acqua, ma visto lo stregone si spaventò e fuggì. Il mago si infuriò e scagliò l’arcobaleno, che andò in mille pezzi, nell’acqua. Ecco perchè da allora nel lago si ritrovano tutti i colori dell’iride.
Il nome Lago di Carezza deriva invece, secondo la Guida del Touring Club Italiano, dalle “Caricaceae”, famiglia di piante dalle foglie larghe lobate (“carezza” sarebbe l’adattamento italiano del termine dialettale locale che indica queste piante).
CI sono arrivata qualche giorno fa in una giornata di luglio caldissima, ma a questa altezza (1534 metri) l’aria si libera dell’afa della conca di Bolzano e diventa subito piacevole. I quasi 30 gradi perdono la loro aggressività per avvolgerti in un sole, che scotta, ma si fonde con la brezza diventando un toccasana per la pelle, almeno per me, dopo tanto tempo di vita cittadina. Se la pelle rinasce sotto i raggi del sole e gli occhi si beano del verde maestoso degli abeti, che circondano il lago in basso, la mente si libera di ogni pensiero e affanno di fronte alla possente bellezza e incombente massa del Latemar con i suoi tanti aguzzi denti, che mi ricordano un immaginario gigante addormentato a bocca aperta.








Il massiccio proprio per l a sua conformazione di roccia friabilissima riduce molto il numero degli scalatori e questo suo aspetto un po’ solitario, cosa ormai rara tra le montagne alpine, me lo rende ancora più affascinante.
Ma tornando al lago, dopo averlo fotografato in lungo e in largo, perchè il suo colore cangiante a cui si aggiungevano nubi bianche in continuo mutamento me lo facevano sembrare sempre diverso, mi avviai sul sentiero che lo circumnaviga. Il sentiero alterna qualche spazio più aperto a un percorso tra il verde e quindi i giochi di luce sono continui. Il relativo affollamento sulla terrazza che si affaccia sullo specchio d’acqua limpida, si assottigliava man mano che proseguivo nel mio giro e così mi godevo il canto degli uccelli tra i rami , il verde intenso dei pini, il verde più chiaro del sottobosco, il lago che occhieggiava brillando a ogni piè sospinto e, progressivamente, si impadroniva di me un senso di mente libera e di benessere fisico, mentre respiravo a pieni polmoni l’aria ossigenata e lasciavo che fossero gli occhi a guidare il pensiero.
Non era proprio solitudine, come avrei voluto, ma una volta tanto gli incontri non erano un disturbo eccessivo.




A un certo punto superata una curva mi trovai davanti una scena tenerissima. Seduta su una panchina appartata, all’ombra, una giovane donna allattava il figlio mentre il compagno, in piedi, osservava la scena in silenzio.
Mi fermai un attimo e mi venne spontaneo dirle “quale posto migliore per allattare il piccolo con questo spettacolo davanti” La ragazza ha sorriso e mia zia che camminava con me ha aggiunto ”diventerà un alpinista” al che il ragazzo “ Speriamo proprio” . Con questa immagine negli occhi proseguii il giro, fermandomi ogni tanto a scattare foto di cui non ero mai soddisfatta, perchè mi sembrava di non riuscire a trasfondere nelle mie immagini tanta bellezza.
Purtroppo è impossibile non notare lo scempio che nella notte tra il 28 e il 29 ottobre del 2018 il vento ha provocato in questo luogo.
La tempesta, denominata “ Vaia” ha travolto e abbattuto migliaia di alberi secolari, lasciando al suo passaggio un paesaggio lunare di monconi e devastazione. Sono stati distrutti interi boschi lasciando una ferita permanente, perchè il danno è stato irrimediabile e le piante perdute insostituibili.
Così dall’idillio del lago di Carezza a pochi metri ci si imbatte in profonde cicatrici del terreno ed ad ampi spazi disboscati dalla furia di un clima impazzito (o forse fatto impazzire dalla nostra propria pazzia).
Malgrado non volessi andar via da quel paesaggio incantato, arrivò il momento di allontanarsi e dirigersi verso il passo di Costalunga.
Stiamo costeggiando il confine tra Trentino e Alto Adige. Il Latemar fa da confine infatti.
Il passo di Costalunga a qualche km è già in Trentino e ti mette davanti un’altra montagna : il gruppo del Catinaccio centrale.



Da un lato dunque il Latemar con le sue movimentate vette, dall’altro il granitico Catinaccio centrale con le sue pareti compatte e lisce.
La vista del Catinaccio mi accompagna fin da bambina. Infatti domina Bolzano e, se pur da lontano, è visibile in città con il suo colore rosso al tramonto, le sue cime innevate d’inverno e il suo profilo di roccia in estate.
Visto però dal passo di Costalunga l’effetto è differente.




Te lo trovi davanti in tutta la sua imponenza, non un colosso lontano, ma una presenza incombente.
Ci fermammo al passo e ci sistemammo, per pranzare e rilassarci, proprio di fronte all’ impianto di risalita di una delle piste da sci, che in questa stagione sono una distesa verde e tranquilla.
Il contrasto tra i due massicci opposti mi intrigava e non mi stancavo di paragonarli e guardarli e poi riguardarli. Stranamente malgrado si ergessero in tutta la loro altezza e possenza, mi davano un senso di leggerezza, così accarezzati da ciuffi di nuvole che si formavano e dissolvevano intorno alle loro cime.
A un certo punto sulle cime del Catinaccio comparvero anche alcune vele da parapendio, che fluttuavano tra rocce e nuvole. Che invidia! Che sensazione meravigliosa deve essere trovarsi a volare a quelle altezze e con quei panorami. Ecco un rimpianto a cui non potrò porre riemdio in questa vita.
Lasciando vagare lo sguardo davanti a me, sotto un albero, notai una specie di casetta dei sette nani in legno, con tanto di porticine di accesso. Sembrava andare in rovina e chiesi che cosa fosse. La risposta mi fece scoppiare a ridere: “era per i conigli, ma siccome le volpi la notte venivano a pranzare e per giunta gratis, abbiamo deciso di abbandonare l’idea di allevare conigli.”
Mentre mio marito si attardava a godersi il dopo pranzo seduto davanti ad una tazza di caffè, io mi allontanai ad esplorare l’esterno dell’edificio dell’albergo e ristorante, dove ci eravamo fermati, i prati circostanti e a cercare di capire come mai le rondini sfrecciassero frenetiche sopra la mia testa.
Condotta dalla direzione del loro volo trovai, sotto le grondaie, i nidi e, avvicinandomi, incominciai a percepire i pigolii dei piccoli affamati.



Cambiai obiettivo fotografico e mi posizionai con la macchina fotografica e lo zoom nel tentativo di cogliere qualche immagine, anche se erano nascosti, molto in alto e quasi al buio sotto il tetto.
Mi divertii un sacco ad osservare la frenesia dei genitori che cercavano di sfamare le nidiate incontentabili ed esigenti, che reclamavano senza sosta, per quanto intensi fossero gli sforzi degli adulti.
Era l’ora di tornare e mi presi ancora qualche minuto con la testa rivolta all’insù verso il cielo e queste montagne, che, malgrado mi ritenga un animale marino, non cessano mai di gettare il loro incantesimo su di me.
Fabrizia Cataneo


