Dopo tante visite, Firenze

Dopo tante visite Firenze continua a sorprendere. Andare a Firenze può essere la fuga di un giorno o il modo di trascorrerne più d’uno immersi nell’arte. Firenze è diventata una città difficile, o almeno lo era prima del Covid, a causa della marea di turisti, che la invadono in ogni stagione dell’anno, riempiendola fino al massimo della sua ricettività. Ciò nonostante riesce a regalarti sempre qualche emozione, anche se non proprio sempre in solitudine.

Arrivando in una città d’arte la prima volta, sei preso dal desiderio di vedere il più possibile nel tempo che hai a disposizione, ma poi quando incominci a tornarci negli anni, diventi più selettivo e le visite si focalizzano su certi aspetti e certi particolari della città, che te la fanno come personalizzare e quasi cucire addosso.

Fra le tante volte che ci ho passato del tempo, a incominciare dalla lontana epoca in cui ragazzina ci andai a vedere la mostra di  Henry Moore al forte di Belvedere, voglio oggi raccontare gli ultimi due weekend lunghi, che vi ho passato.

Il primo ebbe come occasione la imminente chiusura per restauri del corridoio vasariano (riapertura prevista nel 2022). Poco prima delle chiusura prenotammo la visita, con una coppia di amici.  Al corridoio si accede solo su prenotazione e visita guidata dalla Galleria degli Uffizi.

Così prendemmo il Frecciarossa (andare a Firenze in macchina è diventato meno comodo del treno) che ci portò puntualmente alla stazione di Santa Maria Novella.

Avevamo prenotato un albergo della catena di Ferragamo a letteralmente due passi da Ponte Vecchio: Il Gallery Art in Vicolo dell’Oro. Un vicolo appunto e per questo abbastanza tranquillo e defilato.

Il maggior pregio dell’albergo ai miei occhi, oltre all’ubicazione, era la sala della colazione/bar: un salotto con libreria, con sottofondo musicale. Entrare in albergo dopo una lunga camminata e sprofondare  nei divani, con di fianco la libreria in legno scuro e un caffè o una bibita fresca sul tavolino, era uno dei piaceri del nostro soggiorno, che mi trasmetteva un calore quasi casalingo.

Arrivammo in tarda mattinata, ma, siccome la visita al corridoio era prevista per il pomeriggio, decidemmo di attraversare il Ponte Vecchio e raggiungere, qualche centinaio di metri più avanti, un hotel della stessa catena chiamato “Lungarno”.

La ragione era che pranzare o anche solo bere qualcosa aveva uno speciale fascino, perchè la sala da pranzo del “Lungarno” si affaccia sull’Arno, come dice il nome, proprio a pochi metri dal Ponte Vecchio di cui si gode una vista incantevole. Dispone anche di una piccola terrazza dove ci si può sedere e pranzare all’esterno se il tempo lo consente. Quella prima volta era una giornata di sole autunnale con un fiume dai colori ambrati e il ponte dorato che si rifletteva sul fiume, così come le case delle due rive e le nuvole bianche in un cielo azzurro.

L’albergo ha un’ottima cucina e anche una cantina ben fornita, ma davvero quello che veramente lo rende particolare è questa vista  e questo suo essere appartato e tranquillo, quando a pochi passi il caos di turisti e passanti toglie molto spazio all’ammirazione del  Ponte Vecchio e dei suoi d’intorni.

Da lì invece ci si poteva si godeva di una vista privilegiata, si poteva guardare il fiume che lento scorreva sotto di noi, mai uguale a se stesso per via dei riflessi cangianti, mentre qualche gabbiano volava radente sull’acqua per poi risalire e sparire tra le rive o andarsi a riposare su una delle antiche pietre del ponte.

Tra una chiacchiera, molte fotografie e un bicchiere di vino si avvicinò l’ora della visita e ci mettemmo in cammino per il punto d’incontro.

Il corridoio vasariano, che unisce Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti passando sopra il ponte Vecchio, fu costruito nella seconda metà del ‘500 da Giorgio Vasari e tra l’altro contiene una vasta collezione di autoritratti (la più famosa collezione del mondo) dei più disparati pittori nei secoli.

Ci sono altre opere importanti tra cui la rovinatissima Adorazione dei Pastori di Gherardo delle Notti, a ricordo perenne della autobomba del 1993 in via dei Georgofili, che danneggiò la Galleria degli Uffizi oltre a lasciare sul terreno 5 morti e 48 feriti, ma quello che mi ha colpito, al di là dei contenuti pittorici e delle memorie storiche, è il corridoio in se, che  offre magnifiche viste dalle finestre e dagli oblò che lo disseminano. C’è poi una vista sulla Chiesa di Santa Felicita da dove i Medici assistevano alla messa, senza essere visti.

C’è poi un altro aspetto, che lo rende particolarmente intrigante. Innanzitutto il suo ingresso è dietro una porta anonima all’interno degli Uffizi, che non si nota e sicuramente la maggior parte dei turisti non si accorge di questa apertura su un antro delle meraviglie. Questo accedere ad una visita quasi privilegiata aumenta l’emozione di questo percorso, così come il poter affacciarsi non visti e guardare dall’alto la vita che scorre sia dal lato dell’Arno e del Ponte Vecchio sia verso il centro storico dall’altro lato. A un certo punto sei esattamente sopra il ponte Vecchio e ti ritrovi a curiosare nella vita che scorre sotto di te.

Usciti al giardino dei  Boboli, di fianco alla Grotta del Buontalenti, era il tramonto e la luce rendeva il paesaggio dorato e la bella giornata ci permise di  tornare verso l’Arno in tempo per lo spettacolo del fiume che si colorava di tutte le sfumature del giallo, arancio, rosato e rosso.

La seconda volta invece siamo arrivati a Firenze il giorno di Natale del 2019. La scusa stavolta era incontrare degli amici inglesi che trascorrevano a Firenze qualche giorno.

Ci demmo come meta questa volta di tornare a Santa Croce e alla cappella dei Pazzi.

C’è da dire che il Duomo, il campanile di Giotto e il battistero sono contenuti in uno spazio ristretto del centro storico di Firenze, con le vie antiche, che lì confluiscono e i palazzi cinquecenteschi che li circondano, così che dal livello strada sei esposto a un’orgia di bellezza e perfezione che quasi ti annienta e ti schiaccia.

Diverso è arrivare a Santa Croce, chiesa francescana neogotica situata nell’omonima piazza, di qualche gradino sopraelevata rispetto alla piazza. La piazza è ampia, rettangolare  e dominata dalla chiesa. Ci sono palazzi storici ai lati, ma, arrivandoci, si ha la sensazione di un vasto respiro. Si cammina verso la facciata con gli occhi puntati ad essa e il circondario fa da sfondo, non da comprimario. Tendi a guardare verso l’alto  e solo quando arrivi vicino ti distrai a guardare il monumento a Dante che, col sole favorevole, trasmette la propria ombra sul palazzo laterale.

Entrando  è impossibile non sentir risuonare le parole dei sepolcri di Ugo Foscolo: “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne dè forti, o Pindemonte; e bella /e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta. Io quando il monumento / vidi ove posa il corpo di quel grande / che, temprando lo scettro à regnatori……”

Le tombe sono lì con il loro carico di memorie e grandezze della storia umana, da Macchiavelli a Rossini, dall’Alfieri a Galileo e allo stesso Foscolo.

La basilica è imponente a tre navate e vi si trova la mano di Giotto, del Canova, Desiderio da Settignato, Vasari e Donatello. Ma io adoro rifugiarmi nel chiostro con la  cappella dei Pazzi, uno dei capolavori di Filippo Brunelleschi e con le terracotte di Luca della Robbia, che tanto mi piace. La costruzione della cappella fu lenta e con varie traversie, ma completata, eccetto per alcune migliorie all’interno, proprio quando la congiura dei Pazzi cancellò e distrusse questa famiglia.

La cappella è armonica accogliente e l’esterno, ammirabile dal chiostro, di grande pace e serenità. Ma quello che me la rende particolarmente cara è questo suo incarnare un monumento alle glorie fuggevoli della vita. La congiura dei Pazzi annientò una famiglia fra le più influenti della storia fiorentina dell’epoca e questo luogo rappresenta la sopravvivenza eterna alle alterne vicende terrene.

Con questi pensieri in mente mi fermai molto a passeggiare nel chiostro, dove, tra l’altro, si trova la tomba di Florence Nightingale, e a rimirare da ogni angolo la bellissima facciata in quasi solitudine. Lasciata Santa Croce e la cappella camminammo senza meta tra le stradine antiche che la circondano, percorrendo a ritroso la piazza con i suoi palazzi storici e finendo in una taverna per un rapido pranzo e qualche momento di riposo.

Quella sera cercando di allontanarci dalla “pazza folla”  e di ritorno  all’albergo, poco distante, passammo in borgo Santi Apostoli dove, nella piazzetta del Limbo, si trova una chiesa antichissima (si dice sia stata voluta da Carlo Magno) quindi una delle più antiche di Firenze, chiusa a quell’ora. Ne ammirammo l’esterno incassato tra i palazzi nella piazzetta chiamata del Limbo perché nell’antichità era il cimitero dei bambini morti prima di aver ricevuto il battesimo. La chiesa è uno degli esempi meglio conservati di stile romanico. Pare che la ragione dell’ottima conservazione sia dovuta a Michelangelo che convinse chi era preposto alla ristrutturazione a mantenerne l’impianto originale con solo qualche piccola modifica.

Ci tornammo la mattina dopo per poterci entrare.  Mi accolse un pavimento marmoreo che sembra un tappeto steso verso l’altare. Poi l’opera di terracotta di Andrea della Robbia attirò la mia attenzione cosi’ come il soffitto ligneo e l’altare con le pietre grezze lasciate a vista.

Un’ultima curiosità prima di lasciare questo luogo di pace e silenzio: sembra che i capitelli (diseguali) delle colonne scure di marmo della navata siano state prese dalle rovine delle vicine terme romane, quando fu costruita.

Lasciata la tranquillità del borgo decidemmo di voler ritornare nel cuore pulsante della città  e rivedere la sala dei cinquecento a Palazzo Vecchio, che sempre è  uno spettacolo scenografico di monumentale potenza. Tutta la grandezza della Firenze rinascimentale è espressa in questa sala lunga 54 metri larga 23 e alta 18. La sala avrebbe dovuto ospitare due affreschi giganteschi uno realizzato da Leonardo (la battaglia di Anghiari) l’altro da Michelangelo (la battaglia di Cascina). In realtà nessuno dei due affreschi venne portato a termine e ci sono rimasti solo dei disegni preparatori e delle copie.

Entrando nella sala si resta a bocca aperta sempre, non importa quante volte l’hai vista, perché il senso di maestosità e di grandezza è ogni volta un impatto quasi fisico, che ti sovrasta e ti fa quasi smarrire, ma  a me piace anche rimirarla dall’alto, affacciandosi dalla  galleria superiore, perché da lì la prospettiva si rovescia e sei tu come a dominare il paesaggio e a percepirne il grandioso respiro.

Una volta saliti al piano superiore è d’obbligo, specie per una appassionata viaggiatrice come me, una visita alla sala delle carte geografiche e uno sguardo alla maschera funebre di Dante.

Ripartimmo con un arrivederci alla prossima volta (speriamo presto), per ritrovare qualche altro angolo di questa città dove storia e arte sono così strettamente abbracciate, che ogni pietra racconta di affanni,  gioie, intrighi, potere e dolori terreni, sublimati in opere d’arte senza uguali.

Fabrizia Cataneo