Bombay o Mumbai

Il mio primo incontro con questa città fu brevissimo e avvenne più di vent’anni fa. Facemmo scalo sulla via del ritorno da un viaggio in India per prendere il volo intercontinentale per l’Europa.

Allora l’aeroporto nazionale e quello internazionale erano vicini ma non collegati, così dovemmo uscire dall’aeroporto nazionale, prendere un taxi e spostarci nell’aeroporto internazionale. All’uscita fummo letteralmente aggrediti da una folla di ragazzini, venditori e mendicanti molto aggressivi e ci rifugiammo nella macchina, chiudendo i finestrini malgrado fosse caldissimo anche nella tarda serata. Attraversammo brevemente un paesaggio di degrado, come in occidente non possiamo immaginare, e arrivammo ai voli internazionali. Solite procedure infinite e attese in posti, che rispetto all’esterno erano di lusso, ma rispetto agli standard aeroportuali europei minimi.

Ripartimmo e mi restò questa impressione negativa di Bombay (allora non ancora Mumbai).

Nel 2015 decidemmo di tornare in India per un percorso nei parchi naturali, alla ricerca delle tigri ed il nostro punto di ingresso nel paese fu Mumbai (anche se io tendo a chiamarla sempre ancora Bombay)

Negli anni tra le due visite mi ero appassionata di un libro: Shantaram, che si svolge per molta parte a Bombay.
Così pensai fosse una buona occasione per  farmi una opinione più precisa di  questa città rispetto a quella fuggevole impressione catturata in dieci minuti.

Arrivammo verso sera in un aeroporto avveniristico, che non ricordava nemmeno vagamente quello di 20 anni prima.  Sbrigammo le formalità doganali ed il recupero dei bagagli, in tempi abbastanza ragionevoli, e prendemmo un taxi per l’albergo Grand Hyatt.

L’aeroporto continua a trovarsi in una delle zone più miserabili e non potei fare a meno  di pensare ad una frase di Giorgio Manganelli forte ma probabilmente molto vera: “Entrare a Bombay provenendo dall’aeroporto dà la sensazione di conoscere un qualche grande corpo penetrandolo dallo sfintere.”

Si era fatto tardi, eravamo stanchi, avevamo tante ore di viaggio sulle spalle più il cambio di fuso orario, quindi decidemmo di cenare in albergo, anche perché avevo adocchiato il loro ristorante con cucina Punjabi.

Il posto era accogliente, la cucina eccellente e mentre ci rilassavamo, simultaneamente venne in mente a me e mio marito un amico, ex ambasciatore indiano, ritiratosi a vivere in Italia, a cui ci legava da più di vent’anni una calorosa amicizia. La ragione è che la persona in questione era originario del Punjab e così ci guardammo e decidemmo di chiamarlo al telefono. Gli raccontammo che eravamo appena atterrati, dove eravamo e certo non mi aspettavo una reazione così felice e quasi commossa per la telefonata. Ci diede qualche dritta , ci ringraziò a non finire e così iniziammo il nostro  viaggio in India con l’affettuosa “benedizione” indiana di questa carissima persona.

La mattina dopo riposati ed eccitati da quanto ci aspettava affrontammo la nostra full immersion nella città, incominciando come si conviene dalla Porta dell’India.

Questo arco, situato sul lungomare della città , che si affaccia sul mare Arabico, era il punto di ingresso dei colonizzatori inglesi che arrivavano in India. Il portale era stato ideato per commemorare la visita in India di Giorgio V e della regina Mary nel 1911.  Fu completato ed inaugurato nel 1924. Per la “Porta dell’India” passarono anche le ultime truppe britanniche, che lasciarono il paese dopo l’indipendenza. Era il 28 febbraio del 1948.

Di architettura completamente diversa ma non meno famoso, a pochi passi sull’altro lato del lungomare,  si erge il Taj Mahal Palace hotel. Uno dei punti di riferimento della città e una delle costruzioni più fotografate in India. Costruito nel 1903, la sua architettura è un misto di stile islamico e rinascimentale. Un hotel a 5 stelle che non si può non notare per la sua maestosità e per le sue cupole rosse che si ergono sulla pietra bianca e ocra, brillando nell’abbacinante luce solare davanti all’oceano.

Ma la storia di questo hotel non è tutta luminosa. Nel 2008 fu oggetto di un attacco terroristico che provocò decine di morti e le immagini della sua facciata in fiamme fecero il giro del mondo. L’hotel fu restaurato e riaprì il 15 agosto del 2010, nel giorno della festa dell’indipendenza.

Mi fermai a lungo ad ammirarlo e a fotografarlo, ma anche a cogliere quel contrasto così comune in India e quindi anche in questa città : la povertà più profonda fianco a fianco all’opulenza più sfacciata. Nell’acqua davanti a tanta ricchezza e lusso scivolavano barche di pescatori che si affannavano nel caldo torrido e poco distante un venditore scalzo aveva ammonticchiato per terra una catasta di noci di cocco, che cercava di vendere ai passanti. Lo spazio tra questi due estremi era popolato di turisti, per la maggior parte locali: scolaresche in gita, eleganti signore in sari, famiglie in vacanza, etc..

In un angolo invece attirò la mia attenzione una donna di grande dignità e bellezza, che nel suo semplice sari di cotone a pois spazzava con una scopa di saggina le foglie sul prato verde. Finii per prestare più attenzione a lei che non alle due statue che si ergevano su piedistalli a poca distanza, con subito dietro il Royal Bombay Yacht Club, un’altra costruzione anglosassone (disegnato dallo scozzese John Adams)

Molte sono le influenze coloniali a Mumbai ed è anche comprensibile, ma è invece una strana coincidenza della storia che poco distante dalla Porta dell’India e da questi palazzi di influenza coloniale si erga la casa dove Gandhi visse a lungo.

Nello spazio di qualche via l’inizio e la fine del colonialismo in India.

Mani Bhavan è stato tra il 1917 e il 1934 il fulcro delle attività politiche di Gandhi, l’artefice della battaglia non violenta per l’indipendenza dell’India.

Oggi è un piccolo museo con molto charme. Entrando in questo palazzo nascosto dagli alberi si respira subito un’aria di pace e serenità. Le stanze in penombra conservano l’impronta di Gandhi. Sono state lasciate come erano. A me ha colpito la stanza da letto, spartana con qualche telaio in legno e qualche foto e poi un terrazzino dove il sole filtrava tra le piante e si proiettava sul pavimento della stanza per il resto in penombra. Un luogo raccolto, che lasciava fuori la vita convulsa di questa città di oltre 12 milioni di abitanti, creando una specie di oasi silenziosa. Qui molto del destino dell’India è stato deciso e portato avanti da questo piccolo e magro essere umano, dalla statura morale di un gigante.

Tornati nelle strade di Mumbai ci recammo in un luogo conosciutissimo della città: il Dhobi Ghat. Si tratta della più grande lavanderia a cielo aperto, dove vivono e lavorano centinaia di persone.

Il colpo d’occhio è impressionante. Una distesa di panni colorati, appesi a centinaia di stenditoi, ad asciugare sotto il sole implacabile.

Ma abbassando lo sguardo  ed entrando nel luogo ti accorgi dei dettagli: i lavandai che usano vasche di pietra, risalenti alla fine dell’800, divise da canali di scolo dove ogni tipo di capi di abbigliamento, di lenzuola, coperte, etc. viene pulito, i corridoi e cunicoli bui e bollenti per il clima caldo umido, gli addetti ai lavori, che svolgono le loro mansioni in condizioni anni luce lontani dai nostri standard.

L’origine di questa attività risale al periodo coloniale britannico e nasce per far fronte ad unn bisogno delle classi ricche , sopratutto inglesi e parsi.

Il sistema è molto ben organizzato a dispetto dell’apparente confusione. Ogni lavandaio ha un suo compito, che va dalla consegna e ritiro della merce, alla lavatura a mano, alla stesura dei panni, alla stiratura. Forniscono il servizio alla città anche se questo residuo del passato è sempre di più costretto da grattacieli moderni, che incombono sullo sfondo di questo spazio e dall’avvento delle macchine lavatrici e asciugatrici. Il luogo è certamente coinvolgente sia per la vista, ma anche per il sistema di lavoro e di vita dei suoi abitanti. Mi ci fermai abbastanza a lungo per cercare di cogliere i dettagli e il senso di un sistema obsoleto eppure ancora così radicato nella città.

In tutta l’India ma in particolare in questa città la lotta del passato per sopravvivere e la spinta del moderno per cambiare e avanzare verso il XXI secolo è evidente e molto forte, ma spesso non ci si rende conto  abbastanza di cosa questo significhi per i singoli, per le categorie di persone che disperatamente cercano di trovare il loro posto e migliorare le loro condizioni di vita, a volte veramente terribili.

Per riprenderci dal caldo umido, dalla torrida giornata e dalle emozioni che questa visita ci aveva procurato ci spostammo in una zona, che più all’opposto non potrebbe essere: Malabar Hill.

Questo quartiere è il più lussuoso della città, una zona residenziale costosissima, che però include due interessanti posti da vedere per conoscere tutte le sfaccettature di Mumbai: Hanging Gardens e il tempio Jain.

Una passeggiata nei giardini ti porta lontano dalla folla, ti concede una vista sul mare e poi un tuffo nel verde, prezioso in un agglomerato urbano dove ogni centimetro quadrato è occupato da costruzioni e vita brulicante.  Mi concessi qualche tempo per seguire con lo sguardo e con la macchina fotografica una varietà di rapaci (in inglese kite, che significa aquilone), il cui volo ricorda appunto il modo di veleggiare degli aquiloni.
Ce n’era più d’uno che si alzava a planava sopra il parco. Naturalmente arrivai alla torre dell’orologio, mi sedetti su una panchina ad osservare le farfalle, che si posavano sui fiori intorno a me e guardai lontano all’orizzonte sul mare e allo skyline della città.

Ripreso fiato con questa parentesi rilassante ci avvicinammo al tempio Jain.

Della religione Jainista avevamo sentito già parlare e qualche anno prima avevamo visto una interessantissima mostra al Victoria and Albert Museum di Londra, che esponeva parecchie opere d’arte jainiste, come sempre ad alto livello. Avendo un particolare interesse per l’arte buddista, specie quella Tibetana e Indiana, ma anche per la religione buddista e le sue angolature diverse,  ero curiosa di vedere questo tempio, nella città che ospita la più grande popolazione di Jainisti.

I Jainisti sono un  “gruppo eterodosso rispetto alla religiosità brahmanica e vedica e mira ad ottenere la liberazione dal ciclo delle esistenze e l’eliminazione del karma attraverso una serie di pratiche di austerità.” (Wikipedia). Moltissimi studiosi sono d’accordo nel ritenere che “ll Jainismo rappresenta il massimo tentativo che sia stato messo in atto in ambito spirituale per ridurre o annullare la violenza.”

Il tempio non è tutto visitabile dai profani, ma comunque è una sosta interessante ed una breve incursione in un mondo religioso, che pur avendo i principi comuni a tutte le religioni, li esprime in un modo molto lontano dalla nostra mentalità.

Usciti da li, decidemmo di non arrivare in cima alla collina, fino all’ingresso delle torri del silenzio, il luogo di sepoltura dei seguaci della religione zoroastriana, che avevamo già visto una volta altrove. Pensavo allontanandomi da lì a questa ulteriore conferma delle mille contraddizioni di questo luogo, ossia che sulla collina più elegante e snob (se mi è concesso il termine)  risieda questo parco funebre, dove i cadaveri, che per gli adepti di questa religione non possono essere seppelliti per non contaminare i quattro elementi che simboleggiano la divinità: acqua, terra, fuoco e aria,  vengono esposti per essere distrutti dalle intemperie e dagli avvoltoi.

Lasciando Malabar Hill considerai che nello spazio ristretto di  questa collina erano rappresentate due religioni minori del variegato e ricco panorama religioso indiano. Come diceva Mark Twain:“L’India ha due milioni di dei e li venera tutti. In fatto di religione, tutte le altre nazioni sono povere; l’India è l’unica milionaria.”

Il tempo era agli sgoccioli, ma non volevo rinunciare a vedere il tramonto nel Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya. Si tratta di un museo della storia indiana dalla preistoria ai giorni nostri, ospitato in un palazzo con architettura indo saracena.

Il museo fu fondato per commemorare la visita di Giorgio V, allora principe di Galles. Ne vale la pena sia per le sale interne, un percorso nella storia indiana, che dovetti fare un po’ velocemente, ma anche per il palazzo in sé, situato in un grande giardino con palme, qualche statua ed un curatissimo prato all’inglese. Gli scorci dall’alto e le sue cupole nella luce del sole calante mi affascinarono molto e fu davvero un bel modo di chiudere la nostra scoperta della città tra storia, architettura, arte e un po’ del lussureggiante verde di queste latitudini. Una cena indiana piena di chiacchiere su quello che avevamo visto, che alla fine mi aveva riconciliato con la città e poi chiusura dei bagagli per la partenza la mattina dopo alla volta del Gujarat.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice