Orchha, la città nascosta

Nel nostro viaggio alla scoperta dei parchi naturali dell’India e alla ricerca della Tigre del Bengala, avremmo attraversato lo stato del Madya Pradesh e avevamo deciso di fare una deviazione per raggiungere Orchha, la città nascosta, come dice il nome (Orchha= luogo nascosto in lingua locale), nella foresta. Avevo letto di questa città risalente al 1500, ben conservata e lontana dagli itinerari turistici più comuni e quindi più affollati.

L’india occupa quasi per intero il subcontinente indiano (la parte meridionale dell’Asia) e offre talmente tante attrattive, diversità culturali, bellezze naturali, antichità e modernità, genti di infinite etnie e di stili di vita differenti, che diventa difficile conoscerla in toto. Le scelte quindi facilmente cadono sui luoghi più noti e famosi, anche a ragione, perché non si può non essere attratti dai Templi di Khajuraho, da Varanasi, da Agra o dall’intero Rajastan incominciando da Jaipur, solo per citare alcuni delle sue tante meraviglie.

Non basta una vita per conoscere l’India e, dovunque ti dirigi, l’infinita varietà di questi luoghi ti fagocita e sai già in partenza che per una cosa vista, assaporata e conosciuta te ne stai perdendo mille altre. Le distanze poi sono infinite, sia oggettivamente in chilometri, sia perché le strade richiedono tempo, molto di più di quello che i chilometri suggeriscono ad un occidentale in visita. Le strade indiane, per altro incredibilmente migliorate rispetto alla nostra prima visita negli anni ’90, sono uno spaccato di vita locale, che se non lo vedi non puoi comprenderlo.

Sulle strade indiane non circolano solo automobili, ma camion enormi, pittoreschi e dalla guida “creativa”, motociclette, tuk-tuk (un veicolo motorizzato a 3 ruote usato come taxi di massa), biciclette, gente a piedi, bambini, mucche, carri trainati da bufali o cammelli, greggi di pecore. Le carreggiate poi nei pressi dei villaggi, che si attraversano di continuo, sono affiancate da mercatini volanti di verdura, frutta o qualsiasi cosa, sono attraversate da polli, maiali oppure processioni o ancora occupate da riunioni a carattere politico o per qualunque altra ragione, insomma da una vita pulsante, che si svolge per la maggior parte per strada.

Tutto questo significa che non puoi procedere a velocità ragionevole, perché di continuo devi rallentare, fare attenzione e gestire un mondo in divenire, che niente ha a che fare con una semplice strada di scorrimento. Ti ritrovi però travolto da un fascino incredibile, perché i colori sono una esplosione di mille tonalità costituite da un affastellarsi di gialli, rossi, indaco, verdi, azzurri, ocra e chi più ne ha più ne metta, perché in India tutto è colore dal sari delle donne al camion dipinto di mille sgargianti toni, dall’improvvisato spazio creato da un telo di cotone steso a terra con sopra pile di frutti o di peperoncini, alle insegne su catapecchie di latta, dai fiori davanti a uno stupa lungo la strada, alle cupole di una moschea, per finire a carretti e moto strapieni di gente, animali e tanniche che aggiungono colore a colore.

In contemporanea gli odori sono una sollecitazione continua per l’olfatto. Immaginate di essere nel giro di pochi metri investiti dal profumo di incenso, dall’intenso odore delle spezie più diverse, dall’odore della legna che brucia, dal puzzo di fertilizzanti naturali o di tubi di scappamento non esattamente a regime, dal profumo dei campi o alberi in fiore, ancora dall’odore del cibo cucinato per strada o delle fascine di erba fresca trasportate sulla testa o sulla schiena dai passanti.

Un capitolo a sè spetta poi al rumore: clacson a pioggia, vociare continuo, campanacci di mucche, motori di qualunque tipo, grida di scimmie che si accapigliano, musica indiana a volume a dir poco elevato, e poi a seconda dell’ora della giornata anche il richiamo del Muezzin e via così. Se non sei stato in India non ti puoi nemmeno immaginare l’impatto che odori, colori e suoni producono su di te. Da un lato i sensi si esaltano dall’altro sei frastornato in un’altalena costante di sensazioni. Con questa premessa veniamo alla deviazione che avevamo programmato di fare verso Orchha.

Arrivammo al tramonto all’albergo Amar Mahal, un luogo di charme, che meriterebbe un intero racconto a sé. Vista sui palazzi della città antica, cortili fioriti e illuminati, camere che si affacciavano sulle corti.

Letto a baldacchino e marmi dovunque. Un’atmosfera da corte di un raja, una natura superba e poca gente. Perfetto!

Uscimmo brevemente dopo cena a fare un giro in città, affollata di mille negozietti, di mille luci e di una confusione incredibile. Finalmente chiudemmo la  lunga giornata con un ultimo sguardo alle corti dell’albergo illuminate e ai giardini interni, rientrando nella immensa camera da letto. La mattina dopo eravamo pronti per avvicinare la città antica, che avevamo intravisto dall’albergo.

La città fu fondata sulle rive del fiume Betwa, nella prima metà del 1500 dal raj Rudra Pratap e divenne la capitale del regno di Bundela. Oggi di quel passato rimangono la fortezza, i mausolei (cenotafi) dei regnanti della dinastia e i templi ancora molto frequentati dai fedeli. La mattina il sole illuminava la zona archeologica da cui incominciammo la nostra visita.

Si tratta di un insieme di palazzi collegati fra loro, ciascuno dei quali caratterizzato da facciate di grande fascino e bellezza, molto curate anche nei dettagli e  con interni coperti di dipinti murali della scuola di pittura di Bundela, che raccontano visivamente di un passato perduto e della vita di un regno opulento. Era mattina presto e intorno alla fortezza le attività incominciavano a fervere, con il barbiere che svolgeva il suo lavoro nel suo “negozio” all’aperto, un altro che su un carro trasformato in pianale stirava,  chi si preparava a offrire frutta, verdura, chi iniziava una giornata di cucina all’aperto.

Avevamo avuto un assaggio delle cupole, che si elevano dagli antichi edifici in pietra, dal nostro albergo il giorno prima, ma non eravamo preparati alla forza delle immagini che ci trovammo davanti. Innanzitutto arrivammo a delle gradinate che portavano al fiume davanti agli edifici, che stavamo andando a conoscere. Mi si parò davanti una scena che mi obbligò a fermarmi per coglierla nella sua immobile bellezza.

Pochissima gente, nessun turista, ferma, all’inizio dei gradoni che scendevano verso il fiume, una mucca, la cui ombra si proiettava sul selciato, sullo sfondo le cupole di arenaria ocra, un albero e il fiume sul quale, sull’altra sponda, si estendeva la foresta fitta e rigogliosa, che si specchiava sull’acqua. La luce del primo mattina avvolgeva la scena, donandole colori sfumati e morbidi. Mi trattenni per lunghi minuti silenziosi, imprimendomi nella mente e poi sulla schedina della macchina fotografica questo quadro bucolico e nello stesso tempo esotico, statico, ma denso di richiami vitali. Un fermo immagine che prometteva animazione, ma non caotica, piuttosto sonnolenta e armoniosa.  

Proseguimmo per arrivare all’ingresso della fortezza e visitarne i palazzi. Uno più bello dell’altro. Noi eravamo i soli ospiti di mura e cortili silenziosi, in un’atmosfera rarefatta e  quasi senza tempo. Ad aggiungere fascino all’insieme c’erano anche le leggende fiorite intorno al luogo, che vanno da quella che riguarda il Raja Mahal fatto erigere da sovrano Madhukar Shah come palazzo per la sua regina, Rani Ganesh. Si racconta che la regina tornando da un viaggio ad Ayodhya, riportò  una statua di  Rama, una delle reincarnazioni del dio Vishnu. La statua, in attesa che venisse completato il tempio per ospitarla, fu appoggiata sull’altare domestico, ma miracolosamente non fu più possibile rimuoverla. Il palazzo venne quindi trasformato in un tempio dedicato a Rama e ancora oggi oggetto di venerazione.

Vi è poi il Jehangir Mahal Palace, che si dice abbia ispirato l’architetto inglese Edwin Lutyens nel  progetto dell’impianto urbanistico di New Delhi. Il palazzo fu costruito  per dare il  benvenuto per la visita a corte dell’imperatore Moghul, che si recò lì una sola volta. È più sontuoso e decorato rispetto al Raja Mahal e si presenta con un bellissimo ingresso al cortile principale, ornato di elefanti in pietra, che viene voglia di accarezzare.

Ma di entrambi i palazzi, oltre alla grandiosità della vista d’insieme, sono i dettagli che impressionano e danno vita ai reperti archeologici. Le pitture alle pareti e sui soffitti meriterebbero una lunga digressione perché i colori e le immagini dipinte sono di una grande raffinatezza e si armonizzano così perfettamente nell’architettura da farti dimenticare il mondo esterno e proiettarti con l’immaginazione tra cortigiani, danzatrici, concubine e cavalieri.

Infine un altro aspetto che non va dimenticato è il panorama che si gode sulla campagna infinita, la foresta e il fiume. Si arriva poi al Rai Praveen Mahal, il palazzo della concubina, diventata leggenda, di Raja Indramani, vassallo del non meno leggendario imperatore Moghul Aurangzeb. Si dice che Rai Praveen fu una danzatrice di rara bellezza, che abitò questo luogo fantasmagorico.

All’incanto ancora una volta contribuiva il panorama. Da qui infatti si potevano godere stupendi scorci sul Jehangir Mahal. Qualche passo sulle corti assolate ed ecco il Chaturbhuj Temple, quel tempio che doveva ospitare la statua di Rama, che non fu possibile rimuovere dal Raja Mahal.

Il tempio è dedicato a Vishnu ed è forse l’edificio che più si impone alla vista, infatti si erge verticale ed è identificabile da qualunque punto della città. Si eleva su una base enorme di pietra, che si raggiunge da una scalinata. È sicuramente un “unicum”, completamente diverso dal resto dell’architettura locale, tanto che venne studiato da parecchi architetti, perché resta inspiegabile come un tempio, ideato per ospitare una divinità indù, abbia una pianta cruciforme come una chiesa cristiana, nessun ornamento o fregio come una moschea mussulmana e contenga una cella sacra e una sala per la preghiera come nei templi indù. Una interpretazione possibile è che il tempio fosse stato inizialmente commissionato ad architetti mussulmani, che inserirono caratteristiche islamiche in un luogo destinato ad ospitare una divinità indù.

Infine il Lakhsminarayan Temple, che definitivamente mi conquistò per le sue fantastiche pitture, tra l’altro molto ben conservate. In questi dipinti si intersecano storie epiche, scene di battaglie, in cui compaiono anche soldati dell’impero britannico, storie mitiche di divinità , in un insieme curioso e affascinante di memorie storiche ed epopee mitologiche, concentrando opere artistiche, che ti fanno perdere la cognizione del tempo. La stessa struttura del tempio simile a una fortezza con corridoi, archi, portici e passaggi contribuisce all’incanto del luogo.

Avevamo dunque camminato attraverso i secoli, tra gli interni, i cortili, le facciate, le spianate, le torri e le terrazze, da cui ammirare l’immenso circondario, isolandoci dal mondo moderno, visto che eravamo quasi soli e il caldo in aumento creava anche una sorta di sognante stordimento. Uscimmo da questo luogo incantato per ritrovarci nel pieno della  vitalità e vivacità dell’India rurale, che lontana dall’urbanizzazione e dalla modernità, regalava uno spaccato di vita caotico, rumoroso e coloratissimo, che si espandeva intorno al tempio e nelle stradine di accesso.

Come detto eravamo fuori dai circuiti turistici più noti e la cittadina medievale, immersa in una foresta, offriva uno sguardo su mercatini locali con in vendita colori vegetali per tingere le stoffe,  fiori e ghirlande da offrire al tempio, così come anche una infinità di banchetti su cui si cucinavano offerte da portare in dono alla divinità o da mangiare ed altri che offrivano dolciumi di vario tipo.

Immancabile la variegata popolazione con donne in sari, mendicanti, sadhu, asceti vari, bambini, in un caleidoscopio di confusione in netto contrasto con la silenziosa mattinata trascorsa tra le antiche pietre. Ma adoro entrambi gli aspetti di questo paese, così non la smettevo mai di fermarmi a osservare, magari avvicinata da qualche scimmia birichina, che cercava l’opportunità di un facile bottino.

Fummo anche così fortunati da avvistare in alto tra le torri e le costruzioni alcuni avvoltoi, che purtroppo sono una specie in via di estinzione in India. Cogliemmo anche qualche storno e qualche parrocchetto verde indiano, che  sfrecciava nel cielo terso o si depositava a pochi metri su un ramo o più facilmente sulle pietre innondate dal sole.

Il tempo volava e i nostri ritmi invece erano lenti, continuamente distratti da immagini e scene che ci colpivano e ci ammaliavano. Ci avviammo alla fine verso il fiume per fotografare i cenotafi che si specchiano sull’acqua in una scenografia molto coinvolgente, creando giochi di luci e riflessi, che avevo visto nelle fotografie del luogo e che volevo assolutamente cogliere di persona.

Camminando gli occhi erano attratti da tante altre scene in cui era sempre protagonista il fiume: donne che lavavano e sbattevano sulle pietre il bucato, nonne che lavavano i nipotini, ragazzini che si schizzavano e si bagnavano, un sadhu che si immergeva riflettendo la sua immagine sull’acqua, il tutto mentre moto e mezzi di trasporto vario sfrecciavano facendoti il pelo, spesso carichi all’inverosimile di merci ma anche di persone, con buona pace delle regole di sicurezza.

Alla fine fummo davanti a quell’immagine che avevo vista riprodotta in tante foto del luogo, ma l’impatto non fu meno emozionante. La natura e l’arte umana avevano creato uno scenario che non ci si stancava mai di ammirare. “Un luogo perso nel tempo, di una bellezza nostalgica e struggente.” Avevo letto come definizione del luogo.

La città nascosta aveva mantenuto intatti tutti i suoi tesori: le pietre antiche in un buono stato di conservazione, la natura che faceva da sfondo e nello stesso tempo da comprimaria all’arte e al regno del passato ed infine la vita rurale di un’India ancora placida e rilassata, che si svolgeva con ritmi lontani dalla frenesia delle grandi città. Un’India povera, una popolazione con una vita dura ma un’India piena della ricchezza di ataviche tradizioni e di culture antiche, un’India di vita frugale ma dignitosa, di religione e superstizione genuina, non toccata da flussi di stranieri, che in qualche misura sempre lasciano il segno del loro passaggio.

Una città da percorrere in punta  dei piedi, attenti a non turbare quell’equilibrio che tanto mi colpiva. Trovammo modo di chiacchierare con un ragazzo che ci aveva fatto da guida per un tratto tra i palazzi e che mi volle leggere la mano e poi vicino all’albergo il portiere, un personaggio con turbante e vestito tradizionale, che scoprendo il nostro interesse per l’arte indiana, ci indicò un negozio antiquario un po’ nascosto di fianco all’albergo, dove il proprietario vendeva oggetti religiosi e non, provenienti da diverse tradizioni tra cui quella himalayana, ma anche qualche bellissima collana di pietre dure e di foggia tradizionale, che mi rimandarono a precedenti viaggi in Bhutan,Tibet e Sikkim.

Non so per quali strade  fossero arrivate fino lì, ma me ne innamorai. In nessun paese come in India il silenzio, la meditazione, la spiritualità, l’isolamento in se stessi convive con la caotica esplosione della vita in tutte le sue manifestazioni e quel giorno avevamo assaporato entrambi gli aspetti e ne eravamo usciti felici, appagati, più che mai catturati e soggiogati da questo subcontinente di contrasti, di infinita povertà e  nello stesso tempo infinita ricchezza e in ultima analisi di infinita bellezza.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice