Nessun altro posto ha così tanti volti come il subcontinente indiano. In questo fantastico caleidoscopio di di colori, di odori, di suoni, di antichi retaggi e di moderne avanguardie, di ricchezza opulenta e di povertà estrema, ognuno può trovare l’aspetto che lo coinvolge ed è per questo, credo, che l’India sia così amata e così inserita nell’immaginario occidentale.
Qualche anno fa per il nostro secondo viaggio in India, abbiamo deciso di scoprire i meravigliosi parchi indiani. Un viaggio a tema un po’ inusuale, perché di solito si viene attirati dalle meraviglie architettoniche, dalla spiritualità indiana, dal crogiolo di razze e religioni di questo immenso territorio, che ha visto nei secoli transitare eserciti e culture di tutti i tipi.


Il fatto è che il libro della giungla giaceva nascosto nel cuore della bambina che ero stata, mentre l’incontro con la tigre era un grande sogno di adulta, innamorata della vita selvaggia, e gli ultimi leoni indiani una rarità sull’orlo dell’estinzione.
L’itinerario attraversava trasversalmente l’India centrale e ovviamente ha finito per coinvolgerci in molti altri aspetti e facce dell’India, che ovunque si intersecano. Avere come destinazione i parchi naturali significa uscire dalle città maggiormente conosciute per trovarsi nella vita delle campagne, delle città minori, ma anche su strade dove sono fioriti nei secoli regni e città oggi in rovina ma piene di fascino.



Atterrati a Mumbai prendemmo un volo per il Gujarat e la foresta di Gir, unico santuario del leone indiano. Questa terra di leggende e leoni dove l’alcool è vietato e il cibo rigidamente vegetariano.
il Gujarat è l’estrema propaggine occidentale della penisola indiana, un territorio desertico dove sopravvivano etnie nomadi con i loro bovini e cammelli. All’interno del parco di Sasan Gir i nomadi transitano ed è facile incontrare loro, il loro bestiame e qualche cammello. Un mondo arcaico di vita pastorale e povertà, con costumi invariati da secoli.
Il parco è pieno di meraviglie, dalle onnipresenti scimmie langur dalla faccia nera, chiamate Hanuman, e il riferimento al dio Indù è immediato, a una vasta gamma di volatili tra cui l’immancabile pavone e varie antilopi fino al raro leone indiano, un pochino più piccolo di quello africano, ma ugualmente pigro e disteso all’ombra di acacie. Se si è fortunati, e mio marito ed io lo fummo, puoi trovare anche qualche cucciolo che gioca e tormenta la madre.




Tutta questa parte dell’India così come parte della penisola arabica e l’Iran erano abitate dal leone asiatico, ma oggi è praticamente scomparso se non per questo gruppo sopravissuto nella foresta di Sasan Gir (circa 500). Una volta dunque in Asia il leone e la tigre condividevano lo stesso territorio. Oggi non è pù così e se la sopravvivenza delle tigri del Bengala è a rischio, molto di più lo è la sopravvivenza del leone confinato in questa zona dell’India.
Lasciata questa regione ci siamo diretti verso il Rajasthan e il parco di Ranthambore.
Il Rajasthan è forse lo stato più povero dell’India ma anche il più affascinante. Ricco di storia, fu governato dalla dinastia Rajput (regno Mewar) per secoli e divenne poi un principato dell’impero anglo-indiano. Tracce del suo passato glorioso si trovano in ogni città del Rajastan, una più bella dell’altra, ma si trovano anche fuori dalle città ad esempio a Ranthambore.
Quello che oggi è il parco nazionale di Ranthambore era una riserva di caccia dei Raja e all’interno del parco ci sono le rovine dell’antico forte, dove in parecchi documentari avevamo visto qualche tigre aggirarsi tra le pietre.
Arrivammo dunque pieni di aspettative e la prima impressione fu fantastica per via della nostra sistemazione alberghiera. Khem Villas è un piccolo lussuoso campo tendato all’interno di 25 acri di verde con laghetti e sentieri boscosi.
La tenda era un’enorme camera con bagno, curatissima, con le pareti in stoffa invece che in muratura. Una delizia, perché stando dentro la tenda affondati in un comodissimo letto o seduti in una avvolgente poltroncina sentivi il canto degli uccelli e lo stormire delle foglie e, uscendo, ti trovavi davanti a un laghetto – più in basso – con martin pescatori e anatre e poi farfalle, scoiattoli e alberi, sotto i quali stare a godersi il silenzio, interrotto solo dal suono della natura.
Nella struttura c’era una ragazza, la naturalista, sorridente, competente e disponibile con la quale abbiamo fatto incursione nella tenuta incontrando un gatto della giungla con la sua preda appena cacciata, il coccodrillo, residente, steso al sole e vari volatili come detto prima. Ma non solo, vista la nostra passione per la natura, la giovane donna ci propose una uscita serale in jeep per vedere se avessimo incontrato qualche animale notturno. Infatti gli incontri non mancarono, da una iena che cenava al limite del villaggio, a un gufo pronto a prendere il volo dall’albero sul quale era appollaiato e poi gatti selvaggi, insomma una bella serata tra racconti e incontri.





Il parco di Ranthambore è uno dei più grandi parchi dell’India, che in passato ha ospitato grandiose battute di caccia alla tigre. Oggi l’unica caccia permessa è fotografica, per fortuna, ed il parco tra altipiani e valli ha panorami meravigliosi, senza considerare gli incontri con una varietà di animali quasi infinita.





Siccome nel parco si poteva entrare alle 6 del mattino, ogni mattina attraversavamo villaggi ancora addormentati e silenziosi nel buio, con nell’aria l’odore della legna che incominciava ad essere bruciata per riscaldare o preparare la colazione, mentre all’uscita dal parco, ore più tardi, quegli stessi villaggi erano pieni di una vita così intensa come solo l’India sa esibire. Odori, colori, rumori, vociare sommergevano i sensi e tra un carretto tirato da un cammello, una moto con a bordo 3 o 4 persone più quello che trasportavano, macchine, mucche e camion percorrevamo la strade di ritorno al lodge. Un’impresa che coinvolge la mente, i sensi, e anche il fisico.
Però non vedemmo nessuna tigre, ma solo qualche traccia del suo passaggio.
Lo stesso capitò al parco di Bandhavgarh mentre a Panna intravedemmo a una distanza siderale, nella macchia di arbusti un paio d’ombre, che poi erano i piccoli di una tigre che malgrado la nostra paziente attesa non si mosse dal suo nascondiglio. Arrivammo così a Khana (il parco che ispirò il libro della giungla), l’ultimo dopo otto giorni di safari nei parchi dove vedemmo tantissima fauna ma non le tigri.



Riuscimmo solo a sentire in lontananza il ruggito di una tigre e non trovo altro modo di descriverlo che con le parole del giornalista del National Geographic John Vailliant “Il suo ruggito è come un terremoto che sembra provenire da ogni direzione, un suono forgiato dall’evoluzione per stroncare il sistema nervoso delle vittime.”
Ripartendo da Kanha, l’ultimo dei parchi del nostro viaggio, eravamo sicuramente affascinati dal percorso fatto ma anche un pochino delusi di non aver visto la tigre. Salutandolo, raccontammo al naturalista responsabile delle visite nel parco per il nostro lodge (che non avevamo avuto come guida), il nostro percorso e accennammo che non avevamo visto le tigri in praticamente nessuna occasione.
Il naturalista, fotografo anch’esso, prese questa nostra considerazione come una sconfitta personale e si offrì di farci uscire la mattina prima della partenza di nuovo, noi rifiutammo perché la strada per l’aeroporto anche se solo a 80 km, significava, sulle strade indiane, tempi lunghi e pieni di sorprese e rallentamenti e senza un pò di margine avremmo rischiato di perdere l’aereo.
Prima che partissimo ci disse “vi prego tornate e per tutto il tempo che sarete qui verrò con voi e vi garantisco che riusciremo a vedere le tigri”. Ci scambiammo i whatsapp e l’email e ripartimmo.
Questa idea di trascorrere una intera settimana a Khana, che è un parco particolare con fitta giungla e ampie aperture, dove vive una varietà di antilope (il Barasinga) presente solo qui e dove avevamo vissuto dei bei giorni, ci incominciò a frullare nella testa e divenne come un tarlo.
Il nostro naturalista ci mandò qualche immagine dicendoci di raggiungerlo alla fine della stagione secca a fine aprile, quando la fauna diventa più visibile perché costretta a cercare le poche pozze d’acqua per abbeverarsi. Insomma per il ponte del 25 aprile eravamo di nuovo in volo per l’India e questa volta direttamente e solo a Khana.




Il naturalista ci aspettava e lo considerava un punto di onore professionale farci incontrare le tigri, che tanto amava e ben conosceva.
Capita durante i viaggi che si costituisca come una specie di sodalizio con la guida naturalistica e l’autista. Si trascorrono giornate intere, uniti dalla comune passione per la natura, dal desiderio di trovare e ammirare in questo caso la tigre ma qualunque altro animale, scambiando notizie che spesso finiscono anche per essere personali o flash di vita del luogo. Si instaura un particolare rapporto che fa si che si facciano battute oppure gare di avvistamento o si confrontino foto, complici l’entusiasmo, la bellezza del paesaggio, l’attimo di relax o il pranzo al sacco nella foresta. Questo successe a Khana (ancora oggi grazie a Facebook e a Instagram scambiamo con il giovane naturalista notizie su come stiamo, sulle tigri del luogo etc). In sostanza avevamo finito per trovare un terreno comune e gettare un ponte di complicità con queste persone, dovuto anche alla nostra conoscenza della cultura indiana e alla nostra esperienza di fotografi naturalisti, così la sera a cena spesso vedevamo il naturalista arrivare al nostro tavolo, fuori servizio ed in veste di compagno di viaggio, per raccontarci cosa era successo nel parco alle altre jeep, cosa si era visto e in che zona, oppure solo per salutarci e commentare qualche avventura della giornata.
Ma torniamo alle tigri. Ogni mattina la sveglia era alle 3 e anche se faceva freddo e ed era buio ci ritrovavamo puntualissimi alla jeep che ci avrebbe accompagnato nella giornata di avventura. L’ingesso al parco era all’alba (intorno alle 6), ma essere all’inizio della fila di jeep che entravano nel parco significava maggiori opportunità di trovare la tigre in caccia oppure vicino alla pista sterrata, non battuta di notte da nessun veicolo. Tutti e quattro prendevamo il nostro caffè, attraversavamo villaggi immersi nel sonno e ci posizionavamo al cancello del parco per essere i primi a timbrare l’ingresso ed entrare. Nello spazio antistante, dove il gabbiotto dei ranger gestiva il flusso e burocraticamente verificava l’osservanza di regole e regolette, si raccoglievano turisti stranieri e anche locali e si mettevano in fila. Seduti al freddo sulla jeep scoperta si assisteva ai saluti tra le guide, alla messa a punto della macchina fotografica, ma anche al risveglio della natura nella luce che piano piano schiariva il paesaggio. Poi si entrava finalmente e si percorrevano le piste, dove gli animali indisturbati durante la notte incominciavano la loro routine quotidiana, alcuni dopo aver cacciato, altri dopo essere sfuggiti al predatore di turno, altri semplicemente dopo ore di sonno notturno.
Analogamente il pomeriggio si poteva entrare nel parco intorno alle 16 e poi restarci fino al tramonto con la stessa trafila del mattino. Una volta riuscimmo anche a stare fuori tutto il giorno.
La prima uscita fu bella, interessante ma nessuna tigre in vista, la seconda, il pomeriggio quando oramai il sole stava calando sulla pista comparve una macchia in movimento. Attraversò veloce la strada di terra battuta e l’autista inchiodò e avanzò lentamente, nel frattempo la tigre si era infilata nell’erba di lato, ma si fermò e si girò un attimo a guardarci. Poi prosegui e scomparve. Era una femmina ed era giovane, così ci disse la guida.
La foto che scattai, è stata il mio portafortuna fino ad oggi. Infatti ogni mattina quando accendo il computer compare come sfondo e così inizio la giornata.

Ma non posso dimenticare l’emozione anche più intensa della mattina dopo. Con ancora pochissima luce, percorrevamo la strada nella giungla, silenziosa e immota, dove noi avanzavamo all’erta. Un movimento in lontananza, subito fermammo la macchina e in assoluto silenzio attendemmo con il fiato sospeso. Sarà davvero una tigre? O solo immaginazione dovuta al desiderio di vederla? Un grido in lontananza ci disse che la tigre era in giro (infatti nella foresta ci sono alcune specie di animali tra cui il pavone, il langur e i cervi maculati che fanno da sentinella e lanciano un richiamo quando la tigre è vicina ed in movimento). Ed ecco che proprio lungo la pista questo magnifico animale avanzava verso di noi lento e silenzioso. Passo dopo passo si avvicinò, sempre sulla pista senza addentrarsi nella foresta ai lati. Clic, clic, clic scattammo immagini con lo zoom che ci permetteva di vedere meglio l’animale in lontananza. Ma poi la tigre venne ancora più vicina, ci venne incontro, elegante, maestosa. A una manciata di metri dalla jeep si fermò e ci guardò. Noi non respiravamo nemmeno, la guardavamo ipnotizzati. Poi riprese il suo cammino, ci passò di fianco e proseguì di qualche metro infilandosi nella foresta. Scomparve senza lasciare alcuna traccia del suo passaggio. Se non avessimo avuto le foto e la nostra eccitazione avremmo potuto credere di aver sognato.



Il naturalista ci raccontò che era un giovane maschio, che le impronte digitali della tigre sono nei disegni tra gli occhi sulla fronte. Ogni disegno è unico. Ancora una volta la regola del fotografo naturalista: avere pazienza e non arrendersi mai, aveva funzionato.
In realtà la fortuna non ci abbandonò e il giorno dopo nel pieno della luce calante prima del tramonto avemmo l’incontro con la tigre maschio dominante e stella di prima grandezza del parco : Munna, questo il suo nome, oramai avanti con gli anni, con i segni di molte battaglie, avanzava nella luce del sole tra gli alberi, da vero re.


Questa tigre ha una particolarità ovvero i segni di riconoscimento tra gli occhi formano la parola “CAT” e per i locali, superstiziosi, è pura magia. Ma è anche una delle tigri più fotografate nei documentari anche perché è stata per molti anni il maschio alfa del parco e ancora lo è.
Facemmo anche un quarto avvistamento di un maschio giovane di cui notammo quando ci sfilò di fianco alla Jeep una profonda ferita sulla spalla. Riportammo ai ranger del parco il fatto e ci dissero che avevano rintracciato l’animale e il veterinario era riuscito a disinfettare e curare questo esemplare sofferente.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su quei giorni fantastici, ma credo che sia comunque difficile trasmettere esattamente cosa si prova durante un viaggio come questo e mi piace concludere con questo omaggio alla tigre di William Blake
“Tigre! Tigre! divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria? “
Fabrizia Cataneo


