Abbiamo affrontato il nostro primo viaggio in Giappone consci che una manciata di giornate in un paese tanto complesso non ci avrebbe dato che un assaggio e qualche spunto di riflessione, molto lontano da una reale conoscenza di questo universo.
Inoltre in questa nostra prima visita non volevamo trascurare l’aspetto naturalistico e, come fotografi di natura, non volevamo rinunciare a una visita all’isola più particolare da questo punto di vista: L’Hokkaido, dove tra paesaggi innevati, ghiacci, sorgenti termali, fauna presente solo su quel territorio, le opportunità sono tantissime. Va da sé che stendendo il nostro primo itinerario nel paese del “Sol levante” ci trovammo nella necessità di fare delle scelte difficili.
Ci ritagliammo un itinerario ibrido tra tradizione, natura e modernità. Decidemmo così di non poter rinunciare a farci un’idea di Tokyo e Kyoto, per poi puntare sulla prefettura di Nagano più a Nord e infine dedicare un po’ di giorni all’Hokkaido.
Tralascio la prima parte del viaggio, ovvero tradizione e modernità di due città emblematiche della cultura e del cosmo giapponese come Tokyo e Kyoto, che di per sé dovrebbero essere oggetto di un racconto a parte, e parto con il mio racconto da Nagano dove facemmo due incontri speciali: i famosi macachi giapponesi o scimmie delle nevi e poi un gioiellino di città: Obuse, dove il pittore del periodo Edo Hokusai trascorse molto tempo nella sua vecchiaia, lasciando opere memorabili in quel paese.
Arrivammo dunque a Nagano e al parco Jigokudani, dove macachi giapponesi, si raccolgono, durante i rigidi inverni del luogo, intorno a sorgenti termali, di cui la zona abbonda, e si immergono nelle acque calde per difendersi dal gelo, dal vento e dalla neve che sferza quella regione. L’inverno dunque è il miglior momento per osservarli anche se non il più confortevole.




La camminata all’interno del parco, per arrivare al luogo delle sorgenti calde, è di qualche chilometro, ma il sentiero è in parte scivoloso dove c’è ghiaccio e in parte fangoso, quindi non velocissimo da precorrere, ma molto scenografico. Il cammino scorre in alto sulla valle del fiume Yokoyu in un bosco, dove i gialli e i verdi delle foglie e degli alberi si amalgamano con il bianco della neve, in un silenzio ovattato interrotto solo ogni tanto da qualche escursionista che come noi percorreva quella stradina.
Ci andammo il pomeriggio appena arrivati e ci trovammo davanti un spettacolo, che per quanto preparati, ci lasciò senza fiato. Il tempo era coperto, ma non nevicava, la sorgente e il cielo erano di un colore plumbeo e il vapore si alzava creando ancora di più l’impressione di un luogo vagamente infernale. Sensazione accentuata dalle tante scimmie dalla faccia rossa, che come diavoletti si muovevano a loro agio immergendosi in acqua oppure correndo tra la neve. I piccoli giocavano ed erano spesso ripresi dalle madri attente, poi c’era qualche zuffa, qualche pacifica interazione, una breve bevuta e poi una calma immersione al caldo.
Ci divertimmo cosi tanto e scattammo così tante foto, che decidemmo di modificare il nostro programma, ritornando la mattina dopo per vedere in azione le scimmie al mattino quando, ci dissero, sarebbero state ancora più attive. La scelta fu opportuna, perché il giorno dopo il sole splendeva e l’atmosfera era un’altra. Illuminata dalla luce solare l’acqua termale aveva riflessi completamente diversi e il cielo plumbeo era stato sostituito dall’azzurro e da qualche nuvola bianca. Sulla neve le bionde scimmie dalle facce rosse, si davano da fare a saltare da un sasso all’altro sul fiume, si arrampicavano sui fianchi delle colline, ricorrendo molto meno all’immersione nelle acque calde, visto che il sole attenuava il gelo, ma invece pigroneggiando al sole e dedicandosi alla loro attività preferita il “grooming”. Riuscimmo così ad avere una visione dell’habitat dei macachi nuova e fu divertentissimo, oltre che un successo fotografico.
Lasciato il wildlife, per il momento, ci dirigemmo ad Obuse questa tranquilla cittadina giapponese, fuori dal tempo. Stradine fiancheggiate da alberi e case basse in legno con ampi giardini. La cittadina è famosa per la produzione di Sakè e per dei deliziosi dolcetti alla castagna, è poi la sede del museo di Hokusai e di un tempio che conserva all’interno suoi bellissimi dipinti.



Hokusai è stato per l’occidente una leggenda e ne influenzò la pittura. Fu alla base del giapponesismo, che imperò nella Francia di fine Ottocento e a cui tanto attinsero gli Impressionisti.
Hokusai visitò Obuse 4 volte nella sua vecchiaia, vi arrivò a 80 anni compiuti e fu ospite di un suo allievo e protettore Takai Kozan un mercante che lì viveva. Alcuni suoi dipinti, xilografie e ukiyo-e sono conservati nel museo, mentre il tempio Ganshoinappena ai margini del centro città conserva uno spettacolare soffitto con un suo murale di una fenice.
La visita al museo e al tempio è stata intervallata da un assaggio di Sakè, dalla vista del modo di produzione tradizionale di questo liquore, in grandissima parte oramai abbandonato a favore di metodi più industriali e meno costosi, e da un te con dolcetto alla castagna in un locale, tanto minimalista, quanto solo gli interni giapponesi sanno essere, ma di grande eleganza e gusto.
I l tempo era splendido e la passeggiata nel luogo solitario e di una serenità zen ci fece dimenticare il passare del tempo. Ad un certo punto alzando gli occhi al cielo, dove una nuvola stava oscurando il sole, mi parve di cogliere nel cielo una delle visioni dipinte da Hokusai. Ovviamente era solo suggestione, ma l’ho fotografata.
Alla fine mentre il sole tramontava prendemmo la via di ritorno a Nagano, che avremmo lasciato la mattina dopo diretti in Hokkaido.

Preso un volo che da Nagano ci riportò a Tokyo e poi direttamente ad Abashiri nel nordest dell’isola di Hokkaido, ci venne incontro un mondo di ghiaccio e di neve. Nell’isola l’inglese è pressoché sconosciuto, non lo parlano nemmeno negli alberghi e i trasporti sono difficoltosi, specie per le strade, trasformate in piste ghiacciate in quella stagione. Così ricorremmo ad un autista locale, che non parlava una parola di inglese, e ad un’insegnante universitaria di lingua giapponese, che invece parlava un fluente inglese, molto colta e con l’hobby del birdwaching e degli ambienti naturali, di cui l’isola abbonda.
Fu subito un sodalizio ben riuscito e con loro trascorremmo quattro giorni di avventura in un mondo gelido, ma pieno di sorprese. Il primo scoglio era stabilire un dialogo con queste persone di estrema ritrosia e riservatezza, che sotto una patina di cortesia ineccepibile e quasi imbarazzante per noi occidentali, restano impenetrabili. Ci provammo spesso durante quei giorni e ottenemmo qualche successo. Ma una cosa per volta.
La prima visita di quest’area, circondata di parchi naturali, fu un’uscita su una rompighiaccio nel mare gelato di Okhotsk. Nell’aria limpida del mattino soleggiato, la nave si inoltrò tra il ghiaccio galleggiante e scricchiolante alla deriva, abbagliante di tutte le sfumature di bianco e azzurrino. Lo spettacolo è di quelli da fiaba. Durante la navigazione incontrammo gabbiani, che veleggiavano su quel mare di diamante, anzi qualcuno planava sulla parte superiore della nostra nave e lì si riposava o forse curiosava tra questi umani infagottati in tute termiche e giacconi antivento, che puntavano loro addosso macchine fotografiche e cellulari.
Ma soprattutto riuscimmo ad ammirare alcune aquile di Steller, presenti solo in Hokkaido, bellissime, dall’aspetto regale, a volte immobili su un pezzo di ghiaccio in movimento, quasi scolpite nel paesaggio, con il marrone del loro corpo, e il giallo del loro becco imponente, sullo sfondo bianco. Intravvedemmo anche qualche foca stesa su un pezzo di ghiaccio a crogiolarsi nel sole.


Tornati decidemmo di rifare l’uscita la sera al tramonto e vedere il sole affondare nel mare e nel ghiaccio, e fu di nuovo una scelta fortunata, perché potemmo vedere il sole tramutare la distesa di bianco in una distesa di rosa e arancio, che diveniva un tutt’uno con il cielo per poi porre fine rapidamente alla magia, scomparendo nell’acqua.

La seconda meraviglia fu il lago Kussharo, nel parco di Akan. Il lago è la caldera di un vulcano che d’inverno gela, ma la presenza di sorgenti calde crea qualche spazio libero dal ghiaccio dove stormi di Cigni selvatici si raccolgono e svernano. Il paesaggio è di una bellezza un po’ arcana, con le montagne azzurrine in lontananza, il lago completamente bianco, e ai margini alcuni spazi d’acqua da cui si alza il vapore e dove scivolano silenziose decine e decine di cigni che si riflettono nell’acqua. È molto suggestivo specie quando il sole brilla, come nel caso della nostra visita.



Dopo nella zona visitammo un faro solitario nel bianco, mentre in mare qualche piccolo iceberg ospitava di nuovo le aquile di Steller e nei campi alle spalle qualche volpe si affannava in cerca di cibo, contendendoselo con qualche corvo aggressivamente affamato.

Parlando del Giappone non si può trascurare l’aspetto culinario, tanto vario e regionale quanto lo è la cucina italiana. In inverno in Hokkaido è tempo di granchio e chiedemmo un consiglio ai nostri accompagnatori, che ci indirizzarono in un locale ad Abashiri, spartano, semplice ma dove servivano una intera cena a base di granchio appena pescato. Sette portate con il granchio cucinato in sette diversi modi, accompagnate da birra giapponese e l’immancabile Sakè. Ho imparato, tra l’altro, che il sakè se è buono, va bevuto freddo e non caldo come viene servito qui.
Così rifocillati e stanchi dormimmo come ghiri per partire la mattina dopo alla volta di Kushiro. Il viaggio di qualche ora ci portò nella terra delle gru della Manciuria.
Se è vero che tutte le varietà di gru danzano nel periodo dell’accoppiamento, è altrettanto vero che nessuno lo fa come le gru giapponesi. Le loro danze non solo di corteggiamento ma anche più in generale di interazione sono spettacolari. Le lunghe e sottili zampe già danno l’impressione di un passo di danza quando si muovono, mentre la loro testa rossa e nera spicca sul bianco della neve e del ghiaccio. Accompagnati dal loro grido eravamo di continuo attratti dalle varie evoluzioni con salti, brevi voli, inchini e sfioramenti. Lo spettacolo, che va in scena, è estremamente vario e lo sfondo delle paludi gelate contribuisce alla coreografia.



Infine una ultima passeggiata nel bosco a trovare un gufo che aveva eretto a sua stabile dimora una cavità di un albero. Mentre ero intenta a fotografarlo appoggiata ad un albero a qualche metro di distanza, mi mancò l’appoggio. Spiazzata mi stavo domandando cosa stesse succedendo, quando la voce della guida mi disse “non preoccupatevi è solo una scossa di terremoto”, tanta è l’abitudine di questa gente a convivere con la terra che trema. Arrivò così l’ultima sera nel mondo selvaggio, la mattina dopo saremmo ripartiti.


Per ringraziare i nostri anfitrioni, che ci avevano guidato con grande disponibilità e instancabile entusiasmo, li invitammo a cena. Furono sorpresissimi ma mi sembrarono contenti, anche se è difficile leggere le emozioni nei giapponesi, così formali, così gentili ma così impassibili per educazione e mentalità. Andammo a cena e il miracolo avvenne. Al tavolo dove scegliemmo il pesce e la carne cruda che ci saremmo cucinati sulla griglia, incassata al centro del tavolo, la professoressa universitaria si trasformò in una cuoca, che con attenzione controllava la cottura dei cibi e l’autista, con cui potevamo comunicare solo tramite le traduzioni della nostra guida, sorrideva felice e ordinò una bibita, che ci disse non beveva da quando era ragazzo.


Insomma la serata fu un grande successo, parlammo tanto del nostro mondo e del loro specie delle differenti tradizioni culinarie. Dato l’addio a questi giorni così intensi volammo a Sapporo sulla via del ritorno in Europa.
Solo purtroppo una serata a Sapporo e concludemmo il soggiorno con una cena sulla terrazza all’ultimo piano dell’albergo, dal quale si poteva dominare la città di notte e la cena fu all’altezza di uno chef stellato.
Ecco questa è stata la nostra immersione nell’altro Giappone, quello meno noto di pescatori, città portuali nordiche, strette tra i ghiacci per molti mesi all’anno, ma dove la natura da un grande ed unico spettacolo di sé.
Fabrizia Cataneo


