Monza e il suo centro storico

La maggior parte dei milanesi di Monza ricorda la gita scolastica alla Corona Ferrea e, se appartengono alla generazione dei matrimoni con ricevimento in grande, qualche invito al Saint Giorges Premier nel parco. Io ci sono tornata qualche volta negli anni ma sempre o al Duomo o alla Villa e Parco Reale, senza approfondire la conoscenza della città, fino a che, la scorsa settimana, stufa di veder bocciato ogni piano di viaggio per una ragione o per l’altra, ho accompagnato mio marito, che aveva un incontro di lavoro lì.

Mi sono presa la giornata di vacanza, ho messo sulle spalle lo zaino fotografico ed eccomi in Piazza Garibaldi nel centro storico di Monza. Un caffè in una caffetteria-panetteria che aveva una profusione di tortelli e chiacchiere carnevalesche nelle vetrine e, lasciato mio marito, me ne sono andata a zonzo.

Monza è il cuore della Brianza e uno dei più ricchi centri produttivi d’Europa. Per popolazione in Lombardia è preceduta solo da Milano e Brescia, ma nel suo centro si respira quell’aria da tranquillo borgo, che costituisce uno degli aspetti più piacevoli delle città di provincia italiane.
Il Lambro l’attraversa e la mia prima sosta fu sui vari ponti a fotografare l’acqua e il lungo fiume in questa giornata invernale, che era incominciata grigia e uggiosa, ma a metà mattinata stava decisamente migliorando grazie al sole, che si faceva strada nel cielo grigio, dando un tocco di allegria al fiume e colorando le facciate degli edifici.

Trattandosi di una giorno infrasettimanale di gennaio, c’era poca gente: qualche tranquillo pensionato a passeggio, una carrozzina spinta da una donna, un’altra che si affrettava verso il ponte più centrale con la borsa della spesa, mentre sul fiume un gruppo di germani reali si bagnava e pescava, qualche gabbiano si lasciava scivolare sulla superficie dell’acqua nel sole tiepido e un airone volava alto nel cielo.

Dato il mio scarso (meglio nullo) senso dell’orientamento e la nessuna voglia di farmi guidare da Google sul cellulare, presi come riferimento i campanili delle tante chiese e, quasi fossero dei fari, li seguii per raggiungere le relative piazze e vedere cosa mi riservavano le vie di accesso.
Partendo dal ponte dei leoni (opera del Tantardini), ricostruito sull’antico ponte romano, mi incamminai sul lungo fiume pedonale su cui si affacciano a un certo punto le pittoresche case a ballatoio. La prima chiesa fu quella di San Gerardo al corpo o San Gerardo dei Tintori.

Si trova nella piazzetta omonima, dove un tempo (956) sorgeva un’antichissima chiesetta dedicata a Sant’Ambrogio. Fu intitolata a San Gerardo dei Tintori a cui è dedicata e poi rinominata San Gerardo al Corpo perché si dice che qui sia stato sepolto il santo.

Sempre camminando e guardandomi intorno mi sono imbattuta in parecchi palazzi Liberty e incuriosita mi sono fermata su una panchina e su Google (fortuna di avere a portata di mano la tecnologia) ho scoperto questa storia sulla regina Margherita. La presenza della regina Margherita nella Villa Reale di Monza (la villa fu voluta da Maria Teresa D’Austria per l’Arciduca Ferdinando, che fu spodestato dall’arrivo di Napoleone, per divenire in seguito villa di villeggiatura dei Savoia) fece proliferare nelle architetture monzesi ornamenti di margherite stilizzate, a cui si affiancarono mazzi di fiori, farfalle ed altre decorazioni vegetali, anticipando la stagione del Liberty in Italia.
Infatti la regina, icona di eleganza e raffinatezza, dette impulso al rinnovamento edilizio della città, di cui restano notevoli e pregevoli tracce. Ne andai in cerca senza fare troppa fatica perché tante sono le ville o i palazzi nel centro storico, che meritano una sosta.

Lo stile noto in Italia come Liberty, ma altrove conosciuto come Art Nouveau in Francia, Jugendstil (“stile giovane”) in Germania, Modernismo in Spagna, esercita un certo fascino su di me e ammetto che quello di Monza non mi ha deluso per niente, anzi mi ha molto intrigato, complice la luce invernale del sole che avvolgeva le facciate e giocava con le ombre.

Seguendo un altro campanile eccomi in una grande piazza deserta e tranquilla con su un lato la facciata di una chiesa e di lato un convento. Ero arrivata in piazza Carrobiolo davanti alla chiesa cinquecentesca con annesso convento barnabita. La piazza come dice il nome era adibita alla sosta dei carriaggi presso le antiche porte cittadine (carrobiolo piccolo carrobbio). Sull’altro lato ombrosi olivi con intorno delle panchine in acciaio proiettavano la loro ombra su un palazzo bianco. Certo doveva essere ben più animata quando carri e carrettieri si parcheggiavano qui, ma il silenzio e la tranquillità del mattino non le toglievano un grammo di fascino.

Altro campanile e mi ritrovai davanti alla chiesa trecentesca di San Pietro Martire. La chiesa è di origine cistercense, domenicana, annessa a un convento, che a un certo punto fu anche tribunale dell’Inquisizione. Ma sulla bellezza della chiesa ha avuto il sopravvento l’irritazione per le condizioni della piazza. Fin addosso alla porta dell’ingresso laterale i tavolini di una caffetteria, ammassati all’aperto, invadevano la visuale, mentre un signore passeggiava addosso al muro urlando e gesticolando al cellulare.

E fin qui pazienza, ma la facciata principale del complesso religioso era ingombra di un camion scoperto e di un altro coperto posteggiati a ridosso dell’entrata, perché nell’edificio adiacente si stavano facendo dei lavori e le scaffalature e la polvere gessosa completavano lo stato riprovevole del luogo. Stavo facendo considerazioni poco benevole su fino a che punto siamo indifferenti e irrispettosi di quanto ci circonda, quando il mio sguardo fu attratto dalla statua al centro della piazza.

È di Mosè Bianchi, pittore monzese, che conosco molto bene. Agli inizi della mia carriera lavorativa mi occupavo di pittura dell’800 italiano e mi capitarono in vendita dei suoi quadri di paesaggio e di genere, ma di uno in particolare mi ero innamorata: una contadina che raccoglieva le uova in un cortile di una cascina lombarda.

Mi piaceva tantissimo, molto di più dei suoi più noti “vedute della vecchia Milano” oppure dei suoi grandi quadri storici. Quella statua con la tavolozza in mano mi ha riportato ad anni lontani, a cui non pensavo più da molto tempo, e alla pittura della seconda metà del’800 quando in Lombardia si affermava la scuola scapigliata di Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, mentre i fratelli Induno erano oramai affermati e famosi pittori del periodo risorgimentale. Lasciai il piazzale non più arrabbiata ma con nella mente la stagione pittorica lombarda.

A quel punto arrivò la telefonata di mio marito che aveva terminato l’incontro e mi aspettava di nuovo in piazza Garibaldi. Secondo caffè insieme e visto che avevamo prenotato la visita alla cappella di Teodolinda nel primo pomeriggio cercammo un posto dove pranzare percorrendo la via principale (C.so Vittorio Emanuele) verso il palazzo dell’Arengario.

Abbiamo trovato un delizioso winebar dove mangiare il piatto monzese per eccellenza (il risotto giallo con la luganega) accompagnato da un calice di vino e poi facemmo una sosta nella Piazza Roma dove si trova l’Arengario.

Fu costruito nel XIII secolo nella piazza del mercato, ricalcando l’esempio del Palazzo della Ragione di Piazza Mercanti a Milano, di poco anteriore. La costruzione di questo edificio fu obbligata quando l’allora podestà fu scomunicato. Infatti era abitudine dei magistrati comunali e del podestà utilizzare abusivamente il sagrato del Duomo (o meglio un portico oggi scomparso) per tenere le riunioni delle assemblee municipali e il mercato. La scomunica aveva interdetto questo luogo per le riunioni civili.

Il palazzo mi piace molto con i suoi mattoni rossi, le arcate a sesto acuto poggianti su pilastri e le finestre ogivali neo romaniche. Nel complesso trasmette un’immagine di solidità ed eleganza.
La torre campanaria, che oggi si vede, fu aggiunta successivamente e la merlatura a coda di rondine ci ricorda che il comune era ghibellino.

Dal potere temporale, dunque ben distinto da quello religioso, al Duomo, a pochi passi. Eravamo davanti al monumento più significativo di Monza, un luogo che ha visto la storia dell’Italia del nord e dell’Europa e ha costituito il cuore della storia lombarda.

Sulla piazza troneggia solitaria la facciata del Duomo, infatti l’attuale assetto dell’area risale al XV secolo ed è frutto della demolizione delle case medievali, che arrivavano fino al sagrato. Il risultato è che l’area a pianta irregolare, occupata per un intero lato dalla chiesa, dà grande respiro al fabbricato, che domina con la sua magnificenza il centro geografico di Monza.

La facciata è a fasce bicolori di marmo di Candoglia e di marmo di Musso ed il restauro si è concluso ad Agosto 2020. Oggetto del restauro è stata anche la cappella di Teodolinda ed è durato sei anni, ma il risultato è stupefacente. Arrivammo in anticipo davanti all’entrata laterale della chiesa (punto di accesso per la visita alla cappella e al museo).

Alle 2 del pomeriggio la via Lambro era deserta e ci ha permesso di sostare e fotografare la torre di Teodolinda in fondo alla strada. Si tratta di una torre medievale, con alla base una volta a botte che attraversa la via. In realtà risale all XIII secolo quindi Teodolinda non c’entra niente. Faceva parte invece della struttura difensiva della città in un primo tempo e poi divenne la porta di accesso delle merci dal fiume alle varie piazze cittadine. La famiglia Pessina, che ne era proprietaria, riscuoteva qui i dazi.

Sulla via Lambro c’è molto da dire perché era la strada principale dell’antico borgo e fino agli anni ’30 del ‘900 aveva conservato la sua caratteristica di vecchia contrada piena di attività e densa di vita. Infatti qui convergevano i fedeli diretti al Duomo ma anche una pletora di mercanti, che in fila aspettavano il loro turno davanti alla “Gabella del sale e tabacchi”.

La costruzione risaliva al 1400 e originariamente era la casa dell’arciprete, poi trasformata nel centro dei monopoli e dei tabacchi. Oggi gli antichi edifici sono andati in rovina e sopravvivono solo alcune belle case medievali a sporto proprio di fronte all’ingresso laterale del Duomo e del suo museo. Un’idea di come doveva essere questo posto, che ai miei occhi si presentava assolutamente silenzioso e pieno di pace, si trova nelle parole di Dante Fossati: “Quello che sarebbe stato una semplice e normale compravendita era un complicato rapporto burocratico. I tabaccai avevano ciascuno il giorno fisso, dovevano compilare una minuziosa distinta e poi attendere la consegna. L’attesa veniva ingannata con quattro chiacchiere con i colleghi nella attigua Polaia, il tutto condito con un bianchino macchiato e magari con un saporito panino con salame. La Gabella era tetra e maltenuta. Nota pittoresca l’operazione carico e scarico del sale. Non pacchetti già imballati e pronti ma un gran mucchio per terra che veniva versato nei sacchi mediante badili ad opera di facchini che facevano il loro lavoro a piedi nudi.”

Ma era arrivato il momento di entrare nel Duomo e nel vivo della visita alla cappella (necessariamente guidata). La cappella di Teodolinda e la Corona Ferrea credo siano state raccontate e descritte fino alla nausea, quindi mi soffermerò solo sul restauro, a cui ho accennato prima, che è stato conservativo e di pulizia senza interventi invasivi e ha restituito all’ambiente tutta la sua luce e seduzione.

Ci sono poi alcuni dettagli del ciclo pittorico, che copre ogni centimetro delle pareti, opera degli Zavattari, che, più di quando le vidi ragazzina e poi giovane donna, attirano la mia attenzione oggi. Innnazitutto la figura di Teodolinda, che ascende al trono e si sceglie lo sposo in un mondo maschilista come quello dell’epoca. Poi alcuni particolari come lo smembramento e distruzione degli idoli dopo la conversione al cattolicesimo del popolo longobardo per opera di Teodolinda (come sempre domina l’iconoclastia e la necessità di distruggere le culture pregresse, usanza mai abbandonata fino ai giorni nostri), poi quei confetti sulla tavola nunziale, che ci portano al mondo visconteo. Del resto, si parla di Teodolinda, ma vestiti, costumi e usanze sono dell’epoca in cui sono stati dipinti e commissionati, ovvero il XV secolo.

Infine, la corona di fattura così moderna e vicina al nostro gusto odierno. Parlando con la competente e simpatica ragazza, che ci faceva da guida, mi diceva che i ragazzini delle scuole restano sempre delusi dalla corona, perché si aspettano una corona a tre punte come quelle tra l’altro raffigurate nelle pitture della cappella di epoca Viscontea. Invece a me colpiva proprio il contrario, la modernità, la linearità, l’eleganza di questa corona, con le sue rosette d’oro, le pietre preziose e gli smalti (bellissimi).

Non voglio però togliere niente al valore simbolico di questo pezzo di storia, che lega ed intreccia potere temporale e potere religioso. Ancora oggi, che ha perso tutto il suo valore temporale, resta per la Chiesa una sacra reliquia, anche se il supposto chiodo della croce di Cristo si è perso nei tempi insieme a due piastre (ragione per cui la corona è piccola per la testa di qualunque uomo).
Dai Longobardi in poi la corona ha rappresentato l’investitura di Dio ai sovrani e la cerimonia di porsi sul capo la corona la legittimazione divina del potere temporale. L’ultima incoronazione è quella di Napoleone che non se la mise sul capo ma l’alzò verso l’alto sopra la sua testa con la famosa frase “Dio me l’ha data guai a chi la tocca”, che non gli ha portato poi tantissima fortuna.
Valeva anche la pena di girare il Duomo una volta lasciati liberi dalla guida, che richiuso il portone in ferro battuto si era allontanata. Innanzitutto il rosone: una grande ruota di Matteo da Campione, che troneggia sulla facciata ma è molto suggestivo visto dall’interno con le vetrate , “pitture di luce” come sono state definite. In verità la vetrata originale del rosone si trova nel museo adiacente e non so se fa a tutti lo stesso effetto, ma io mi ci sono letteralmente persa e incantata.

Poi la grande pittura dell’Albero della Vita di Arcimboldo, il paliotto in argento e smalto, il leggio dell’ambone ( un libro aperto, sopra una cascata alla quale si abbevera un pavone, simbolo della vita eterna). Mio marito invece era tutto preso dall’organo in stile rinascimentale ma di recente manifattura.

Uscita dal Duomo dove avevo come al solito passato più tempo del previsto, malgrado non ci fosse niente che già non conoscessi, si era fatto tardi e così la passeggiata nel parco era da escludere, ma volli comunque fare una sosta davanti alla Villa Reale perché a quell’ora del giorno ero sicura che la facciata avrebbe dato il suo meglio.

Ed eccomi perciò davanti a questo capolavoro di armonia del Piermarini, luogo ideale per farsi abbagliare dalla luminosità, che impreziosiva la perfetta struttura neoclassica. Il sole invernale ha una luce meno sfacciata di quello estivo, più radente e avvolgente, irradia i suoi raggi sugli edifici e gli alberi, ammorbidendone i contorni e sfumando di tonalità calde le superfici, come se una bacchetta magica passasse rapida sul panorama accendendo di bagliori qui, mettendo in sordina la luce là, facendo emergere un’ombra, che si proietta sul terreno in un altro punto, improvvisamente spegnendo il quadro quasi come un rapido ritorno alla realtà da un sogno.

Avvicinandomi al cancello per cercare di cogliere quella bellezza e quei bagliori dorati, notai dietro la fontana una anziana coppia. La donna era piegata in due quasi a 45 gradi e arrancava appoggiandosi a un bastone, che ogni tanto alzava. Immediatamente l’immaginazione mi suggerì che si trattasse di una maga, che brandendo la sua bacchetta stesse dirigendo la danza del sole.
Eccola la magia, ecco la fata in grado di imbrigliare il sole in immagini, con la complicità degli zampilli d’acqua.

Furono brevi momenti e la signora si allontanò con il marito (suppongo) lasciandomi sola e padrona del palcoscenico con il compito improbo di provare a replicare la sua presunta abilità fiabesca con il mio obiettivo.

Era proprio ora di lasciare le fantasticherie e tornare a casa e così, accompagnati da una palla di fuoco incandescente nel tramonto, siamo rientrati a Milano.

Fabrizia Cataneo