Siena

Non immaginavamo nemmeno che cosa ci aspettasse nel 2020 e, beatamente ignari, eravamo per Natale in Toscana, esattamente un anno fa, a Firenze dove la folla era talmente compatta da rendere complessa ogni scelta di visita. Per Santo Stefano dunque pensammo di fuggire a Siena e non ce ne pentimmo.

Siena dista una settantina di chilometri da Firenze, poco più di un ora con la corriera che fa servizio tra le due città. Decidemmo di partire presto la mattina per avere tutta la giornata a disposizione. Sveglia alle 6 e taxi per il terminal degli autobus, per prendere quello delle 7,15 ed essere quindi a Siena intorno alle 8,30. La giornata prometteva bene e la luce del primo mattino d’inverno molto accattivante. Avevo perorato il viaggio in autobus, visto che eravamo arrivati a Firenze col Frecciarossa e non avevamo la nostra auto, perché, più del viaggio in treno questo mezzo mi consentiva di godere della campagna toscana, così bella. In effetti l’ora era quella in cui la nebbia si incominciava ad alzare e le colline e il paesaggio si delineava lentamente, come in dissolvenza.

Arrivati a Siena puntuali, dopo un caffè, a quel punto indispensabile, ci incamminammo a piedi verso il centro. Faceva freddo, ma non troppo, c’era una luce radente e cristallina tipica delle giornate serene d’inverno, che mi spingeva a fermarmi ogni attimo per respirare l’aria del mattino e per guardare i giochi di luce e ombre sui palazzi di questa antica e bella città.

C’era con noi una coppia di amici inglesi e quindi decidemmo di far loro vivere le principali attrattive della città come la piazza del Campo, il battistero e il Duomo, oltre a vagare un po’ per le stradine antiche e così suggestive. Nel programma avevamo inserito anche una sosta per pranzo, cosa che io di solito evito per non perdere tempo, ma che era doverosa visto che a Siena si mangia bene e ci sembrava ingiusto privare i nostri ospiti di un assaggio della cucina locale, oltre che di un momento di relax. I miei ritmi di solito sono un po’ più intensi, ma accettai un programma più lento.

La città in queste prime ore del mattino era tranquilla, quasi sonnacchiosa e il sole filtrava tra i palazzi illuminando qualche facciata, creando ombre lunghe sulle strade medievali e proiettando ombre su altri edifici.

Percorrendo la via Banchi di Sopra, diretti a Piazza del Campo, ti trovi sulla destra piazza Salimbeni con l’omonimo Palazzo, oggi sede centrale del Monte dei Paschi, banca risalente al XV secolo, che ospita anche una pinacoteca e l’archivio storico del Monte dei Paschi. Il palazzo è in stile gotico senese ed è stato più volte rimaneggiato, specie nell’800 e nel ‘900.

A fianco del palazzo altri due palazzi quattrocenteschi, che rendono la piazza omogenea e di grande fascino sia di giorno che con l’illuminazione serale.

Era quasi deserta e mi attardai qualche minuto a guardarla e ad ammirare Palazzo Salimbeni, una fortezza con l’eleganza di un castello, situato in una piazza che sembra la sala delle udienze di un antico regnante.

Proseguendo per la via principale con le luci natalizie che brillavano, ma erano messe spesso in secondo piano dal sole che rifletteva immagini sulle vetrate dei palazzi e giocava con le pietre creando contrasti di luce ed ombre, ci ritrovammo all’ingresso della luminosa Piazza del Campo.

Qui la luce del mattino metteva in risalto il colore ocra di una delle piazze più famose del mondo per la sua conservazione e bellezza.

Innanzitutto è originalissima per l’impianto architettonico (ha una forma a conchiglia unica nel suo genere), per il pavimento in cotto che ne raccoglie e riflette la luce avvolgendo la piazza nel suo colore caldo.  È dominata dal Palazzo Pubblico, con la torre del Mangia, che giganteggia sulla piazza già titanica di suo (333 metri di circonferenza).

Palazzo e torre risalgono al 1300 e sono stati costruiti in mattoni (non pietra) e marmo, armonizzandosi con il colore del pavimento per creare quella luce di cui parlavo prima. Va detto che la monocromaticità della scenografia era interrotta da un cielo di un azzurro intenso con qualche manciata di nuvole bianche, che si sfilacciavano nell’aria tersa del mattino.

Sulla piazza un po’ di turisti e di movimento, che però si perdeva nell’ampio spazio circostante e non attirava l’occhio, tutto concentrato sui palazzi, che incorniciano l’area, e sui tanti dettagli che calamitano, dopo il primo colpo d’occhio.

Avrei voluto salire sulla torre, ma i miei doveri di ospite, mi fecero desistere dal progetto e proseguire invece verso il Duomo. So di non aver fatto cenno al Palio, che questa piazza ospita due volte all’anno, ma quella mattina l’atmosfera della piazza era mille miglia lontana dal fervore battagliero e congestionato, che caratterizza il Palio, e, tutto sommato, era più consona al mio modo di vivere questa area di una bellezza assoluta, che risaltava negli ampi spazi e nel chiacchiericcio di sottofondo, senza grida convulse e parossistica eccitazione.

Ci dilungammo un po’ tra vicoli, antiche botteghe e alzando spesso gli occhi verso il cielo, che faceva da sfondo ai merli guelfi delle costruzioni cittadine (quelli ghibellini furono tutti cancellati dai Guelfi eccetto per uno, che però non sono andata a cercare) e ai tetti di palazzi, traforati come merletti.

Ed ecco apparire il Duomo ed il suo battistero.

Per il battistero di San Giovanni di Siena, ho una passione e forse (anche se non si dovrebbero fare simili affermazioni) è il battistero che più mi piace e mi affascina. Proposi dunque di dedicare il resto della mattinata, prima di pranzo, a questo luogo, riservando al pomeriggio il Duomo.

La facciata marmorea, realizzata nel XIV secolo in stile gotico senese, di qualche gradino sopraelevata rispetto alla piazza San Giovanni, da cui si accede, mi lascia sempre incantata, anche se è l’interno che mi toglie il fiato. L’ambiente è a tre navate divise ciascuna in due parti (campate) e coperte da volte a crociera. Come entri lo sguardo viene magneticamente attirato dal fonte battesimale quattrocentesco in marmo, bronzo e smalto.

In questa opera c’è la mano dei grandi artisti dell’epoca da Donatello a Jacopo della Quercia e si impone, sotto le volte interamente affrescate dal Vecchietta con cicli di storie sacre.

L’atmosfera che ne risulta è emozionante, dovunque guardi, anche senza seguire rigorosamente la sequenza dei cicli di affreschi, perché io sono un po’ indisciplinata e mi faccio guidare dal mio sguardo sui singoli affreschi, lasciando da parte il rigoroso impianto ciclico.

Il fonte invece me lo sono goduto formella per formella affascinata dal “battesimo di Cristo” del Ghiberti, dal “banchetto di Erode” di Donatello e ancora dai suoi putti, senza dimenticare il San Giovanni Battista in cima al fonte, opera di Jacopo della Quercia. Dopo aver girato lentamente un po’ per cogliere le diverse prospettive, mi sono fermata in un angolo per riappropriarmi della vista d’insieme e goderla con calma.

A malincuore mi decisi a lasciare questo luogo così incantevole e ad avviarmi con gli altri a pranzo.

Dalla strada qualche gradino in discesa portava alla trattoria, scelta da mio marito, che ha il compito sempre di scegliere i ristoranti, visto che lo svolge magnificamente e difficilmente sbaglia. Anche questa volta fece centro. Il ristoratore ci elencò i piatti tipicamente senesi, come la pappa al pomodoro, i pici, etc., scegliemmo e, accompagnati da un buon vino, pranzammo benissimo e chiacchierammo tanto. Intorno a un tavolo con amici di lunga data, con cui, prima del Covid, avevamo l’abitudine di incontrarci una volta all’anno a Londra, oppure a Roma e questa volta a Firenze e Siena, gli argomenti sono tanti e spaziammo, da quello che avevamo visto ad altri mille, che non ricordo. Due ore volarono anche per me, sempre impaziente e preoccupata di non aver tempo per vedere tutto quello, che mi ero prefissata. Devo ammettere che, rilassata in questo ambiente piacevole, con la parlata senese del ristoratore, tra un dolcino locale e un caffè, a fine pranzo, facemmo fatica a riprendere il cammino.

Ma il Duomo ci aspettava. Anche in questo caso se la facciata in marmo bianco divisa in due metà (superiore e inferiore) realizzate da due mani diverse (Giovanni Pisano e Tino di Camaino) è bella e di molto impatto, è l’interno che cattura le mie emozioni, a incominciare dal pavimento che è forse in assoluto il capolavoro più grande.

Non starò a descrivere l’interno nei suoi dettagli e quanto tempo passai con gli occhi fissi al pavimento, ma anche alle volte, all’altare, alle cappelle, alla cupola, all’acquasantiera, alle pitture, alla vetrata del rosone con l’ultima cena, al pulpito di Nicola Pisano, ma riporterò il commento del Vasari su questo capolavoro:“il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”.

Non posso però non citare la libreria Piccolomini con gli affreschi del Pinturicchio. Tra tante fantastiche opere, la libreria brilla di luce propria. Un ambiente relativamente piccolo con esposti volumi  di una bellezza da perdere la testa (i volumi della collezione di Enea Silvio Piccolomini ovvero Papa Pio II) e le pareti coperte di affreschi con storie della vita del Piccolomini e una volta altrettanto impressionante, con al centro lo stemma del cardinale Todeschini Piccolomini, che aveva commissionato la libreria per onorare la memoria delle zio. Il tutto illuminato dalle finestre della parete  di fronte all’ingresso e con al centro la statua di marmo delle tre Grazie. Non sono solo le singole pitture, o il singolo volume che colpiscono, ma l’eleganza, la perfezione dell’insieme. Se dovessi pensare al mio concetto del Rinascimento in toscana direi che questa libreria rappresenta perfettamente l’idea.

Dopo una sosta all’Altare Piccolomini, a cui lavorò nei primi anni del ‘500 Michelangelo, che realizzò quattro statue, per poi abbandonare il progetto, attratto da incarichi, giudicati più importanti, mi ritagliai una rapida visita al museo dell’opera Metropolitana, dove volevo rivedere assolutamente la grande vetrata di Duccio da Boninsegna.

I miei compagni di viaggio erano stanchi e così mentre prendevano un caffè seduti in un angolo della piazza, feci ancora un’ultima puntata davanti al muro del cosiddetto Duomo Nuovo, che “non è altro che tutto ciò che rimane dell’ambizione dei senesi di ampliare smisuratamente la loro cattedrale.”

Questo progetto faraonico abortì sul nascere per via di crolli strutturali, ma soprattutto per mancanza di fondi, dovuta in pare alle guerre con città avverse, ma principalmente alla peste nera del 1348.

Era ora di tornare e riprendere l’autobus per Firenze, così ripercorremmo a ritroso la strada fatta al mattina ma questa volta, ormai al tramonto e nella progressiva oscurità della giornata invernale, alla luce artificiale di lampioni e luci natalizie, che davano una magia tutta diversa ai palazzi e ai luoghi attraversati all mattino.

L’acquisto dell’immancabile pan pepato chiuse la nostra giornata e al buio ritornammo a Firenze con nella mente e negli occhi le mille immagini di una giornata particolare e perfetta.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice