Eravamo alle Svalbard nell’estate del 2020, in cerca di un luogo dove non eravamo già stati, in mezzo alla natura, con poca gente, liberi di muoversi, dopo i lunghi mesi di restrizioni dovute al Covid e i limiti agli spostamenti ancora pesanti.
Le crociere fra le isole erano impossibili per via della pandemia, quindi facemmo base a Longyearbyen al Radisson Hotel per otto giorni ed ogni giorno da lì partimmo in esplorazione alla scoperta dei ghiacciai, della fauna e in generale della natura di questa terra a 1000 KM dal polo nord, coperta di ghiaccio, poco abitata dall’uomo, a cui offre una vita dura e un ambiente ostile, ma di una bellezza di un genere che solo l’estremo nord (o estremo sud) può offrire.
La penultima uscita nell’Isfjorden, che è il secondo più lungo fiordo della Norvegia, oltreché uno dei più lunghi del mondo e sul quale si affaccia la maggior parte degli insediamenti delle isole Svalbard, a partire dalla città principale Longyarbyen, prevedeva di navigare fino alla cittadina mineraria abbandonato di Pyramiden.

Avevamo navigato, nei giorni precedenti con diversi natanti dalle MN (motonavi ) a quelle piccole, simili ai gommoni, ma in resina. Queste agili barche sono in grado di sfrecciare sul mare ed arrivare molto più vicine ai ghiacciai rispetto a quelle più grandi ed, inoltre, permettono di vedere la fauna marina non dall’alto ma a livello del mare. L’esperienza su questi motoscafi è stata per me entusiasmante malgrado qualche disagio, che comunque valeva la pena di patire.
Innanzitutto, essendo esposti per ore e ore al vento, alle sventagliate d’acqua marina e ai capricci del sole in un clima in cui i + 10° sono la massima fortuna, che ti possa capitare, anche in piena estate, per ripararsi dall’acqua delle onde, sopra il proprio abbigliamento invernale ci si doveva infilare una tuta impermeabile, anche se non termica. In quello scafandro sei chiusa dentro per le 5/6 ore in cui sei in mare. Così bardati i passeggeri sembrano tanti omini Michelin, con una capacità di muoversi alquanto limitata, ma tanto se riesci ad issarti a cavalcioni del tuo sedile poi non ti muovi più, quindi poco male.
Quando è in velocità questo tipo di barca invece di beccheggiare sbatte e per me era il massimo, perché niente mal di mare e con un po’ di accorgimenti nemmeno mal di schiena.
Quando si è in movimento fa molto freddo, ma non me ne sono nemmeno accorta perché ogni volta il sole, il vento, l’acqua, che rifletteva la luce, qualche piccolo iceberg e i ghiacciai che ti stavano davanti non ti davano il tempo di ricordarti o di pensare al freddo.

Fotografare da quei natanti è una sfida, infatti non c’è posto non dico per il cavalletto, ma nemmeno per il monopiede, quindi gli obbiettivi lunghi e pesanti non sono gestibili, comunque con una lente 70/200 si potevano ottenere delle buone immagini anche se non sempre perfette.
Nelle due uscite incontrammo una megattera, i trichechi, i beluga e una infinità di pulcinella di mare, di gabbiani e di procellarie. Scattai molto ma soprattutto mi godetti il mare e il panorama come non mai. La combinazione degli elementi atmosferici infatti in questi climi crea paesaggi e colori sempre diversi. Il sole non tramonta mai ma cambia posizione sull’orizzonte e la luce ha un effetto quasi magico sui ghiacciai, sulle terre non coperte dai ghiacci (almeno in questa stagione) sul cielo e sul mare, che dal grigio ferro, passa al verde, al blu, addirittura al rosato e a tutte le sfumature tra questi colori. Le nuvole corrono spinte da un vento che non manca mai e passano dal nero, al bianco latte, al grigio, per poi quasi scomparire lasciando il campo al blu e all’azzurro del cielo per poi fare la loro ricomparsa, magari per nascondere il sole oppure per abbassarsi fin quasi al mare, avvolgendo tutto in una nebbia che sfuma i contorni e crea visioni fantastiche e inaspettate, giocando a nascondino con un pallido sole, che improvvisamente esplode in tutta la sua luminosità.
Ma veniamo alla giornata in cui avevamo in programma la visita di Pyramiden.
Non sono una grande ammiratrice degli insediamenti minerari fantasma, mi mettono di umore tetro, perché di solito raccontano di vite difficili, di duro lavoro, di lotta per la sopravvivenza in miniere, dove spesso in passato le condizioni di vita erano nel migliore dei casi inumane e nel peggiore a rischio di morte sottoterra, tra cunicoli malsani e soffocanti. Avevo visto miniere abbandonate in Sud Africa, e in Inghilterra e non ero molto entusiasta, anche se dovetti convenire con mio marito che Pyramiden andava vista, perché era un capitolo della storia delle Svalbard, che non si poteva ignorare e poi il tragitto in mare ci avrebbe sicuramente fatto vivere qualche altra bella esperienza.
Dal momento che la gita sarebbe durata tra le 8 e le 10 ore, scegliemmo di cambiare il natante che in origine era la barca veloce, che ho sopra descritto, optando per la Polargirl, una motonave che in tempi di turismo normale poteva portare fino a 80 passeggeri, ma in questi tempi di Covid ne aveva all’imbarco meno di trenta.
La nave era rilassante, con una zona coperta, dove io non sono stata nemmeno un minuto e poi i ponti all’aperto e un’area scoperta sia a prora che a prua.






La giornata non avrebbe potuto essere più bella, un sole brillante, un mare scintillante e calmo, un vento non troppo invasivo, il solito freddo intenso. L’accompagnatore un ragazzo simpatico, il capitano un appassionato fotografo. Appena salita a bordo depositai la pesante borsa fotografica nell’area interna, preparai la macchina fotografica con un obbiettivo lungo, montai tutto sul monopiede e mi trasferii all’esterno.
Di fianco montagne brulle color ocra, di fronte i ghiacciai. Uscendo dal porto lasciammo sulla destra l’aeroporto e ci dirigemmo verso Pyramiden.

L’aria era gelida ma pura e limpida e respirare a pieni polmoni era una gioia, così come cercare di cogliere i fulmar (procellarie del ghiaccio) in volo nel momento in cui si abbassavano così tanto da sfiorare le onde, senza mai toccare l’acqua, per poi rialzarsi e di nuovo planare più in là. Ce ne erano molti sia in acqua sia in volo e una volta individuato il punto giusto del ponte della nave, che coincideva con la loro traiettoria, potevo ammirarli arrivare e volare alla mia altezza, potrei dire che ci guardavamo negli occhi, per poi allontanarsi.Tanto eleganti in volo, con quelle loro immense ali che si riflettevano sulla superficie marina, librandosi per assecondare le correnti, quanto goffi quando volevano prendere il volo dal mare dove si erano posati.





Totalmente diversi erano i pulcinella di mare, piccoli, colorati e dal volo velocissimo, con le ali che sbattevano veloci, facendoli sfrecciare in aria per poi ammarare sull’acqua. Prendere il volo non era facile nemmeno per loro e anche loro erano buffissimi nei tentativi di partenza tra schizzi d ‘acqua e “splash”, quando sbagliavano le misure.



Ci stavamo avvicinando alla meta, scivolando tra montagne brulle ma di un colore caldo sotto il sole, che metteva in risalto le stratificazioni della roccia.

Davanti ai nostri occhi si paravano scenari maestosi con molteplici picchi, che in linee sinuose e intersecanti degradavano verso il mare, mentre alle loro spalle altri picchi più lontani si intravedevano, qualcuno spruzzato di neve sulla cima, cosi che la roccia, qualche chiazza erbosa e una spruzzata di bianco si specchiavano, colorandola di mille sfumature, nell’acqua, che lambiva le strette spiagge di sassi.
La vista dei ghiacciai era una costante sulla destra della Motonave e lo scenario era totalmente diverso con la luce che batteva sul bianco e azzurrino dei ghiacciai che si allungavano in mare a volte in brusche e verticali pareti, mentre in altri punti scivolando dolcemente fino all’acqua.




Ed ecco comparire il famoso insediamento minerario abbandonato. Non avevo realizzato che il luogo si trovasse davanti a uno dei più bei ghiacciai delle Svalbard: il Nordenskjøldbree. Attraccando al piccolo molo di legno ero ammaliata dalla vista di questo ghiacciaio imponente, con nel mezzo della superficie gelata un paio di colline di roccia. Fin qui era valsa la pena, adesso mi disposi a trascorrere un po’ di tempo a terra senza molto entusiasmo, ma mi sbagliavo.



Come sempre alle Svalbard, ci disponemmo ad essere accompagnati da due presone armate, una in cima al gruppo e l’altra in fondo (le precauzioni contro gli orsi, non sono mai troppe). La ragazza russa che ci faceva da guida e capofila si presentò dicendoci che era una delle cinque persone residenti in quel luogo abbandonato. Infatti quel piccolissimo drappello di coraggiosi manuteneva per scopi turistici l’insediamento.
La ragazza era giovane e trascorreva il suo tempo facendo lavori di manutenzione, accompagnando i turisti in giro per la città fantasma e studiando. Il posto non potrebbe essere più isolato. Senza ricezione internet e senza cellulari perché non c’è campo, le comunicazioni sono affidate al telefono satellitare e alle barche che attraccano portando anche i rifornimenti.
Per il periodo invernale. anche queste cinque persone tornano a Longyarbyen, perché il fiordo ghiaccia completamente e non è possibile far arrivare i rifornimenti, se non via elicottero, con costi esorbitanti. Questa è una delle ragioni che fece prendere la decisione di abbandonare l’insediamento, quando l’importanza del carbone calò, il mantenimento del sito era troppo antieconomico e l’estrazione del carbone era diventata improduttiva.

Pyramiden fu fondata nel 1910 da minatori svedesi, ma poi venduta prima a una e poi a un’altra compagnia mineraria russa. In base a un trattato con il governo norvegese (trattato delle Svalbard), pur essendo territorio della Norvegia l’enclave venne gestita dai russi. Con la caduta dell’impero sovietico a partire dal 1991 questo sito iniziò il suo declino e, da una popolazione massima di 1000 abitanti nel suo periodo più glorioso, si ridusse a 300 quando nel 1998 fu definitivamente abbandonato.



Detto questo, è veramente interessante la struttura dell’insediamento. Mi colpì in primo luogo scoprire che per ragioni climatiche (il gelo) gli edifici principali della città hanno un bassissimo tasso di decadimento e si stima che potrebbero essere ancora integri dopo 500 anni anche senza l’uomo. Potrebbe dunque essere l’ultima città a scomparire sulla terra.
Ma tornando alla mia visita a questo sito, il primo colpo d’occhio fu sulle strutture che servivano all’estrazione del carbone, che si stagliavano sullo sfondo della montagna a piramide, da cui trae il nome il posto. Proseguendo a piedi per qualche centinaio di metri ci si trova nella parte centrale, una volta abitata.
Le costruzioni sono di tipo sovietico (parallelepipedi squadrati) ed ospitavano tre edifici principali: uno per le famiglie, uno per gli uomini e uno per le donne. A questi si aggiungeva un altro edificio per la scuola e la ricreazione dei bambini. Infatti per i ragazzini e i bambini era troppo pericoloso e insicuro giocare o restare all’aperto e quindi nell’edificio scuola c’era anche tutto quello che poteva loro servire per svagarsi. Insomma una specie di prigione nella prigionia del fiordo. In fondo a tutto e di fronte al ghiacciaio c’era il grande edificio, che ospitava la mensa comune (gli alloggi non avevano cucina), una piscina, un cinema, una biblioteca e una sala comune dominata da un mosaico.




Nel grande edificio oggi c’è un bar e un piccolo spazio di vendita di souvenir, oltre a un piccolo museo. Fu dentro al bar che trovammo un grammofono funzionante con dischi 33 giri, che diffondeva musica anni sessanta.




Il complesso era un salto nel primo novecento e la cornice naturale contribuiva a rendere particolare l’ambiente. Devo ammettere che la bellissima giornata rendeva tutto più accattivante, dal busto di Lenin in mezzo alla piazza, ai colori dei palazzi di legno rossiccio, di mattoni giallo bruno o di cemento biancastro sullo sfondo del ghiaccio e delle montagne, che andavano dal marrone bluastro all’ocra e sotto un cielo cangiante, che il vento dell’estremo nord modellava a suo piacere.
Sembrava di camminare nel tempo invece che nello spazio, mentre le grida dei fulmar e dei gabbiani, che avevano totalmente colonizzato un edificio, facendone la sede dei loro nidi, riempivano l’aria, costituendo gli unici suoni della città fantasma. L’atmosfera trascendeva le costruzioni, che prese singolarmente sono, tutto sommato, brutte, le ferite della montagna scavata e le strutture che avevano permesso il trasposto del carbone, certo non eleganti.
Un’altro particolare che saltava subito all’occhio era la mancanza quasi totale di vegetazione e di verde (ci venne raccomandato di non calpestare quel minimo di erba gialliccia, che richiedeva tanto lavoro umano e anni per crescere a quel livello minimo e per mantenersi). Tornammo dunque un po’ meditabondi alla nostra Polargirl per avvicinarci al ghiacciaio e poi tornare a Longyarbyen.
Ma le sorprese non erano finite. Il ghiacciaio era superbamente bello e davanti a quell’imponenza una miriade di briciole di ghiaccio galleggiavano sul mare e vi si riflettevano.

Insieme ai soliti Fulmar e ai gabbiani volavano le sterne artiche e mi sembrava di non avere abbastanza occhi per tutta quella meraviglia. Improvvisamente il capitano ci indicò un punto sulle rocce di fianco al ghiacciaio. Aveva visto un orso polare (una femmina) .





Tutta la nostra attenzione fu rivolta verso quel puntino e l’orsa fece il suo dovere facendosi ammirare e ritrarre. Anzi si mosse lentamente con la sua andatura ondeggiante tra le rocce, annusando, sbadigliando, anche spostandosi relativamente più vicino e fornendoci una visuale con sullo sfondo il ghiaccio e le montagne.
Potevamo ritenerci molto fortunati per la giornata che ci era stata regalata. Ma come sempre in natura le sorprese non finiscono mai. Stavamo allontanandoci dal ghiacciaio quando osservammo una concentrazione di uccelli marini in un punto davanti a noi e di solito questo significa: balene.
Ci avvicinammo e siiii!!!! Una megattera emerse per respirare e poi si immerse di nuovo non senza aver sollevato con la coda una quantità d’acqua a cascata. Il comandante rallentò e ci disponemmo ad aspettare per circa 7 minuti ( il tempo necessario perché tornasse in superficie a respirare) sperando che non si allontanasse troppo e riemergesse a portata della nostra vista.






Fu così, riemerse più volte, anzi riuscimmo a coglierne la pinna e la parte frontale fuori dall’acqua, oltre che una serie di splendide viste della coda verticale sulla superficie marina in fase di immersione.
Persi la nozione del tempo e non ricordo per quanto restammo nella zona cercando di seguire la nostra bellissima balena, che appariva e scompariva tra i flutti, circondata da fulmar galleggianti sull’acqua. Il capitano dovette a quel punto far rotta verso “casa”, perché si era fatto molto tardi, e io continuai a perlustrare con lo sguardo il mare, da un lato ubriaca di emozioni e immagini, ma dall’altra mai sazia dei panorami, della luce e del cielo che accompagnavano il nostro rientro.
Fabrizia Cataneo


