Isole Lofoten: Svolvær e dintorni

A fine luglio stavamo pensando a una destinazione fuori dall’Italia, troppo affollata in agosto, visto che i nostri piani di viaggio precedenti erano stati cancellati. Stavamo contemplando il ritorno in Norvegia, questa volta alle Lofoten ed un commento, che mi era stato fatto a proposito di queste isole era stato: “immagina una Val d’Aosta gettata nell’oceano”.
Questa definizione mi aveva colpito e incuriosito e alla fine contribuì a farci decidere per questo arcipelago subito sopra il circolo polare artico.

Avevo fatto qualche studio preliminare sulla destinazione e ricevuto anche vari suggerimenti per conoscere questo gruppo di isole, che insieme a quello delle Vesteralen, definirei magico.

Comunque ripartendo per l’Artico non avevo esattamente chiara la combinazione di elementi che avrei trovato.
Infatti con la parola Artico noi unifichiamo qualcosa, che invece offre paesaggi e territori molto diversi fra loro, sotto un cielo e una luce talmente variabile che anche lo stesso posto sembra ad ogni ora diverso. Dai ghiacciai, alle lunghe coste, spesso frastagliatissime, dalla tundra alla taiga, agli infiniti boschi di conifere tra cui primeggiano i pini, le betulle e imperano sottoboschi di ginepri, mi aspettavo verde, montagne e acqua e sapevo che sarebbe stata un’esperienza molto diversa dalle Svalbard, dall’Islanda e dalla Norvegia che avevo conosciuto a Capo Nord, ma non immaginavo quanto differente.

Ma partiamo dall’inizio, dall’atterraggio a Evenes, un piccolo aeroporto in una distesa di isolotti verdissimi e di mare cangiante con montagne sullo sfondo e rocce a picco. Il sole brillava, il cielo azzurro era screziato di ciuffi di nuvole bianche. Recuperata rapidamente la nostra macchina a noleggio, che ci sarebbe stata fedele compagna di avventura nei successivi dieci giorni, partimmo alla volta della nostra prima tappa: Svolvæer.

Si stava bene, anzi era molto più caldo di quanto mi aspettassi, e potevamo tenere i finestrini parzialmente aperti e respirare un’aria profumata di mare e di pini assolutamente pura, mentre un nastro di asfalto non largo, ma molto ben manutenuto, si snodava davanti a noi tra monti, isolotti, mare, che presumevo interno alle isole perché tranquillo, con la bassa marea, che evidenziava alghe e piccole rocce sotto una luce intensa e dilagante su quel mondo di natura, dove l’uomo era presente, ma con insolita discrezione. Infatti le abitazioni erano rare, di legno, coi tetti spioventi e colorate. Si specchiavano nell’acqua insieme alle montagne e alle nuvole costituendo una macchia di colore coreografica.
In questo continuo divenire, cambio di prospettive e di visuali, mentre la luce si ammorbidiva un po’ con il passare delle ore, senza accorgermene questo ambiente operò il miracolo: la mia mente si liberò di ogni pensiero diventando un tutt’uno con quanto mi scorreva davanti agli occhi.

La brezza che mi accarezzava la pelle ogni volta che scendevo dalla macchina in un punto panoramico, il calore tenue ma piacevole del sole e l’aria iperossigenata mi rendevano concentrata su un benessere fisico che si trasmetteva alla mente.

Giungemmo così a Svolvoær. Superato un ponte ci trovammo di fronte allo Svinøya Rorbuer. Il Rorbu è una casa norvegese tradizionale, abitata stagionalmente dai pescatori, tipica quindi dei villaggi di questa zona. Queste case sono costruite sulla terra ferma, ma da un lato poggiano su palafitte, con lo scopo di avere un accesso facilitato alle barche da pesca. Sono storiche costruzioni in legno oggi in molti casi trasformate in abitazioni per turisti.

Lo Svinøya è uno di questi complessi e le sue casette di legno rosse dai tetti spioventi si affacciano sul mare con lo sfondo di spettacolari montagne. Ci venne assegnato uno degli originali cottage, confortevoli all’interno e con una vista mozzafiato dalle finestre, i cui vetri si aprivano a persiana.

A questo punto le Lofoten mi erano penetrate nel cuore e nei tre giorni in cui siamo stati ospiti di questo alloggio ho passato ore deliziose. Sparita l’insonnia, lasciavo le finestre del salotto aperte, chiudendo invece quelle della camera, lasciavo aperta la porta di comunicazione e prima di andare a letto, ma anche durante la notte e all’alba passavo momenti magici affacciata a quella finestrella su un angolo di mare incantato. Mi addormentavo senza problemi cullata dallo sciabordio dell’acqua contro le palafitte e dall’aria fresca e rigenerante che entrava dalla finestra. Quando mi svegliavo durante la notte andavo ad affacciarmi alla finestra, e la calma e la serenità del luogo mi permettevano di riprendere il sonno dove lo avevo interrotto.

L’ultimo rumore della sera (che arriva tardi alle Lofoten in questa stagione) era lo stridio dei gabbiani, che prendevano dimora su una piccola isola davanti a noi. Così come l’arrivo del giorno era accompagnato dai gabbiani che pescavano e, come tante comari, litigavano per avere il loro spazio sull’isolotto, oppure si rubavano il pesce che qualcun’altro aveva pescato. Ogni tanto interveniva anche il gracchiare di qualche cornacchia in visita. Una mattina poi assistetti ad una scena fantastica. Un airone cinerino si era posato sull’isolotto e incedeva nell’acqua pescando con regale eleganza e distacco, indifferente e superiore al parapiglia dei gabbiani che lo circondava.

Ma era il paesaggio che dava il vero senso di pace e di gioia. I rorbu si riflettevano sull’acqua, la montagna cambiava colore e si ergeva titanica a picco sul mare, l’isola si rifletteva sullo specchio d’acqua così come le nuvole, che potevano essere tempestose ma anche innocue e bianche. La luce dell’alba, quella del tramonto e una luce blu notturna, che ho visto solo qui, davano poi il loro contributo mischiando i riflessi, tingendo il cielo e gettando schizzi di rosa, arancio, grigio, azzurro e tutte le sfumature intermedie a seconda del momento.

Ma se l’inizio e il fine giornata erano il nostro magico segreto, che condividevamo con il nostro prezioso rorbu, molto ci aspettava da fare e da scoprire durante il giorno. Uscendo dalla porta della nostra casetta avevamo di fronte le rastrelliere (in norvegese “fiskehjel”, soprannominate le “cattedrali delle Lofoten”) per appendere i merluzzi ad essiccare (Il nome “stoccafisso” è la versione italiana di “stock fish”, ovvero il pesce essiccato all’aria aperta senza che venga salato). In questa stagione non ce ne erano appesi ma l’odore dello stoccafisso era penetrante e sempre presente.
Devo ammettere che pur non essendo una fan dello stoccafisso l’odore non mi dava fastidio anzi era diventato quasi subito un’abitudine.

A circa un chilometro di distanza c’è il centro della cittadina di Svolvoær e la prima mattina, dopo l’abbondante colazione, eravamo diretti proprio lì, perché dal porticciolo partiva il catamarano che ci avrebbe portato nel TrollfJord in cerca delle aquile di mare e per vedere questo incantevole paesaggio.

Il catamarano è elettrico e silenziosissimo, scivola sull’acqua permettendoti di sentire tutti i suoni della natura, come un’ospite, che si introduce in un mondo estraneo in punta di piedi. La suggestione maggiore è quando arrivi alla fine del fiordo chiuso in un anfiteatro di rocciose montagne altissime che precipitano nel mare. Il silenzio è interrotto solo dai gabbiani con qualche aquila alta nel cielo, che si libra sullo sfondo di pini verdissimi e tra essi sparisce ad altezze vertiginose.

Il cielo come sempre uno spettacolo a sè come se un pittore stesse provando su una tela diversi colori e sfondi senza esserne mai soddisfatto. I cambiamenti repentini e infiniti si riflettono sul mare che già ospita il riflesso delle montagne (le montagne del fiordo sono antichissime: risalgono a quasi 2 miliardi di anni) e credo che solo il silenzio sia permesso davanti a tanta incredibile e possente bellezza. Avevo sempre nella mente la “Val d’Aosta gettata nell’oceano” e devo dire che non poteva esserci miglior descrizione di quanto mi circondava.

Come sempre io mi ero posizionata sul ponte più alto, aperto e meno frequentato, per poter godere di una vista a 360 gradi e poter fotografare indisturbata. Ma c’era un’altra attrazione che mi fece scendere al piano inferiore e sedermi davanti ad uno schermo per una ventina di minuti. Infatti arrivati alla fine del fiordo il capitano della Brim Explorer, faceva scendere un drone sul fondo marino e trasmetteva quanto accadeva proprio sotto di noi. Un fondale di vita con pesci, anfratti, alghe, ricci di mare, tutto in emozionante diretta.

Ho accennato alle aquile marine, una specie presente in gran numero in questo fiordo. I rapaci sono uccelli sempre affascinanti ed, essendo anche più rari da cogliere in azione, sono sempre anche eccitanti. Le Aquile Marine delle Lofoten sono sicuramente meno pittoresche delle Fish Eagle africane (adoro quella specie dalla testa bianca, eleganti e dall’inconfondibile grido, che risuona nella savana), meno grandi delle Steller Eagle dell’Hokkaido con il loro enorme becco arancio a rostro, ma sono molto impressionanti lo stesso. Sono marroni screziate, è impossibile distinguere il maschio dalla femmina se non sono vicini l’uno all’altro, perché l’unico evidente carattere distintivo è la dimensione (la femmina è molto più grande del maschio), si accoppiano per la vita e si distinguono dai giovani (non oserei chiamarli piccoli, perché sono grandi come gli adulti) per via delle penne della coda, che sono bianche negli adulti e invece marroni negli esemplari immaturi.

La tecnica di pesca è quella di lanciarsi sulla superficie dell’acqua agguantare il pesce al volo e riprendere quota. É un’impresa difficile anche per loro e con un ‘alta percentuale di fallimenti, perciò questa specie sfrutta ogni opportunità alternativa per procurarsi un pasto. Spesso approfittando della loro taglia rubando ai gabbiani il cibo, oppure si nutrono di animali morti, insomma la loro caratteristica è di essere pescatrici, ma non sono schizzinose e si adattano a “compromessi”.

La migliore esperienza, nell’ individuarle e vederle in azione, non l’ho fatta sul catamarano, anche se ne abbiamo avvistate, ma sul gommone due giorni dopo. Tanto è calmo, regale e in armonia con il paesaggio il catamarano tanto è sportivo, divertente, veloce, agile e movimentato il gommone.

Innanzitutto si può avvicinare alle isole, di cui è disseminato il fiordo, e anche alle pareti rocciose in un modo che la barca più grossa non può fare, poi riesce velocemente a cambiare direzione o a bloccarsi in caso di avvistamento. Infine è un’esperienza, che adoro, quella di sfrecciare sull’acqua (a 35 nodi che sono circa 70 km all’ora) a livello del mare con il vento in faccia e un senso di libertà senza pari.

Incapsulati nelle tute impermeabili, con gli occhiali per ripararsi dal vento si sta benissimo anche se piove e il giorno che sono uscita sul gommone il tempo era molto coperto e a tratti piovoso. Sembra però che questo clima sia ideale per avvistare le aquile che, non so perché, sono più attive. Ed infatti ne incontrammo tantissime. Appena usciti dal porto a pochissima distanza ce ne erano decine che pescavano, planavano, risalivano, raggiungevano qualche piccolo non ancora in grado di volare su qualche isolotto. Clic, clic, clic… un continuo scattare immagini di questa frenesia di attività che le portava molto vicino per poi farle allontanare ed alzare nel cielo, per poi gettarsi di nuovo in discesa.
Fu una esperienza totalmente diversa dall’attraversata precedente ma ritengo che entrambe siano valse la pena. Due modi di vivere questo posto entrambi difficili da dimenticare.

Nella giornata di mezzo tra queste due avventure marine avevamo fissato un giro fotografico in macchina. Mio marito aveva decretato che per un giorno voleva fare il passeggero e godersi e fotografare i paesaggi senza dover anche guidare. Inoltre siamo sempre consci che pochi giorni in un luogo non te ne danno una profonda conoscenza, qualunque siano le letture e approfondimenti che hai cercato di fare preventivamente, quindi spesso cerchiamo di dedicare un giorno o qualche ora alla scoperta dell’ambiente in cui ci troviamo in compagnia di un esperto del luogo (di volta in volta può essere un naturalista, un fotografo, uno storico, una guida turistica competente etc).

Il nostro “Virgilio” questa volta era Maurizio, un italiano che ha scelto anni fa di trasferirsi qui e aprire una agenzia di viaggi “Lofoten Lights”, corrispondente del nostro tour operator italiano. Fu una scelta geniale perché Maurizio, innamorato di queste isole e del suo lavoro, è un’enciclopedia ambulante di informazioni, di storie, di dettagli, di aneddotti, impossibili da scoprire e raccogliere in una breve permanenza e, per giunta, è anche simpatico e subito ci siamo trovati in sintonia. Ci fece fare un giro tra luoghi molto differenti tra loro e molto significativi dal punto di vista della storia, del folklore, della natura e del panorama. Il tempo era alleato: una giornata intera di un sole splendido che arricchiva il già meraviglioso percorso. Tutto questo condito da chiacchiere su tutto.

Non ho senso dell’orientamento quindi non sono in grado di ricostruire il percorso, ma mi affido alle cose che più mi hanno colpito in ordine sparso e ai racconti di Maurizio. Incomincio dalla chiesa di Gimsoy, una chiesa in legno che risale al 1876 sull’isola di Gimsoya. Un luogo appartato con alle spalle il mare e le immancabili montagne sullo sfondo, una bianca struttura munita di tiranti, per evitare che il vento la porti via, in mezzo ad un cimitero con croci sparse su un prato. Trascorremmo qualche minuto di pensieroso silenzio e di raccoglimento per percepirne la bellezza e l’isolamento, di per sé un inno al creato.

Un salto nel tempo ed ecco una struttura del tutto diversa: una scultura a cielo aperto dell’artista americano Dan Graham di cui ho letto una descrizione che mi pare molto calzante.” una costruzione di vetro trasparente e riflettente che, a seconda delle stagioni e delle ore del giorno, rispecchia e scompone nella parete concava immagini sempre diverse. Un’opera pittorica, scultorea, architettonica. Soprattutto, un’idea che cattura la natura.”

Sono d’accordo, dicevo, con questa descrizione perché mi ha colpito molto questa scomposizione dei piani e questa sottolineatura di paesaggi che sono decisamente delle visioni. Ma poi demmo un giusto spazio ai vichinghi e ai loro miti con la montagna sacra (sembra che lì si facessero i sacrifici di sangue) perfettamente rispecchiata nell’acqua.

Le avventure vichinghe mi hanno sempre interessato e intrigato: un popolo di cui si sa poco e quel poco è molto condito di mito. Di sicuro però si trattava di avventurosi viaggiatori, pirati, uomini che dalle coste e dai fiordi della Scandinavia si erano, tra l’VIII e XI secolo, spinti, colonizzandolo in gran parte, in tutto il nord Europa.

Furono anche i primi a raggiungere il nord America e poi si spinsero a sud fino al nord Africa e alla Grecia e a est fino a Costantinopoli. Commercianti e saccheggiatori sulle loro lunghe barche solcavano i mari e scoprivano e costituivano insediamenti e avamposti. Tanto isolati nelle loro terre di origine quanto all’avanguardia nello scoprirne di nuove.
Fu poi la volta di un tuffo nel folklore ma anche nella storia di queste isole tanto legate alla pesca.

I villaggi di pescatori sono oggi benissimo conservati e curati e sono una gioia da vedere. Si sono però sempre inseriti nel paesaggio, ma invece di sembrare lì per essere ammirati da stupiti visitatori come noi, hanno costituito la colonna portante della sopravvivenza di questo arcipelago o almeno della maggior parte di esso (una parte delle isole era infatti dedita alla pastorizia). Rimandano a periodi durissimi di vita e guardare questi porticcioli circondati da case in legno colorate, villaggi e cittadine, oggi animate, non deve far dimenticare la loro origine e lunga storia.

Questo è uno dei casi in cui Maurizio aggiunse a quanto andavamo vedendo notizie e curiosità, come ad esempio l’origine del rosso delle casette dei pescatori o Rorbu: La pesca è una attività stagionale e per la stagione convenivano anche pescatori da altre parti. Le case che li ospitavano a fine stagione venivano abbandonate fino alla seguente e, vuoi il materiale (legno), vuoi le intemperie, la salsedine del mare etc. facevano sì che al ritorno, la stagione dopo, le assi fossero marce e si dovessero sostituire, con tempo e costi annessi. Si scoprì che se le assi venivano impregnate di sangue di balena e poi di olio di merluzzo si preservavano. In origine quindi il colore rosso dipendeva dal sangue che avevano assorbito.

Un’altra notizia interessante è che la pesca del merluzzo avveniva principalmente nei mari interni ai fiordi, ma c’era anche una pesca sull’oceano aperto, in punti dove c’è molta abbondanza di pesci ma molto pericolo per via dei venti imprevedibili, che cambiano repentinamente esponendo a violente tempeste le barche e mietendo tantissime vittime.
Nel nostro giro abbiamo fatto una sosta proprio sulla costa di Eggum dove una placca ricorda le vittime tra il 1730 a il 1842. Tanti di questi erano giovanissimi.

Parlando della pesca del merluzzo e dello stoccafisso, proprio dalle Lofoten lo stoccafisso arrivò in Italia o meglio nella Repubblica di Venezia nel 1433 a seguito di una spedizione del nobiluomo commerciante Pietro Quirino che nel 1431 era partito da Candia con una nave veneziana con destinazione le Fiandre, ma fece naufragio e nella loro odissea lui e altri undici uomini trovarono riparo proprio sull’isoletta Røst delle Lofotenn, dove furono accolti e salvati. Qui conobbero la pesca e il conseguente commercio degli stoccafissi, che Quirino portò a Venezia. La storia e l’avventura di Quirino è contenuta in un libro (“Alla larga da Venezia”) che si basa sul suo diario e note. Avevo scelto questo volume come compagno di viaggio alle Lofoten e Maurizio aggiunse un’altra informazione, ovvero che ancora oggi l’80% dell’esportazione degli stoccafissi dalle Lofoten ha come destinazione l’Italia. Siamo dunque un partner commerciale importante e mi disse di far caso alle barche in secca a Svolvoær e notare che le prime tre liste di legno delle barche tradizionali avevano i colori della bandiera italiana, in memoria di questa lunga relazione con il nostro paese. Cosa che feci e prontamente fotografai.

Fu poi la volta di un paesino delizioso: Henningsvær, dove oltre ai panorami da capogiro del porticciolo, delle case, delle montagne e isole e alle stradine del paese, c’è una pasticceria conosciuta in tutte le Lofoten. Fanno delle grandi girelle alla cannella oppure alla crema e qui ci prendemmo il nostro momento di riposo, seduti fuori guardando il passeggio sulla strada principale e accompagnando con un cappuccino queste delizie dolciarie.

Questa famosa pasticceria ha annesso un negozio di candele e la stranezza ha una ragione. In origine era un negozio-laboratorio di candele. La gente veniva a comperarle e i proprietari tenevano sempre a disposizione un thermos di caffè per chi arrivava, magari non da vicinissimo, e poi c’era qualche biscotto. Alla fine pensarono che potevano abbinare le due cose e la pasticceria divenne un business come lo erano le candele.

Questo aneddoto la dice lunga sulle distanze e solitudine a cui si era condannati vivendo qui. Oggi pesanti investimenti del governo norvegese hanno dotato questi luoghi di una infinità di ponti e di strade asfaltate, che consentono anche in inverno di raggiungere i vari paesini e insediamenti isolati. Ma, una volta, raggiungere un posto anche a pochi chilometri era un’impresa faticosa e non priva di rischi, oltre a richiedere molte giornate di viaggio. Spesso alcuni abitanti di un’isola non erano mai stati nell’isola vicino.

Ai giorni nostri questo tipo di isolamento si è radicalmente attenuato, a parte qualche eccentrico, che si costruisce la casa in un’isola in mezzo al mare senza possibilità di accesso se non con una barca oppure (la fonte è sempre Maurizio quando passammo davanti all’isola) d’inverno quando il tratto di mare ghiaccia si possono calzare gli sci per tornare a casa.

La chicca finale fu una sosta a Kabelvåg, o meglio una brevissima salita tra mirtilli selvatici, prontamente raccolti e assaggiati, che introduceva a un punto elevato da cui si domina il paese ed è una vista paradisiaca.

In questo racconto quasi dimenticavo di citare che le Lofoten sono la terra del trekking e il paradiso degli scalatori. C’è anche una scuola di arrampicata e nei nostri giri passammo davanti alla parete verticale sulla quale si esercitavano gli iscritti a questi corsi e ne vedemmo qualcuno. A questo proposito devo dire che dietro il nostro cottage si ergeva un pinnacolo di roccia che incombeva con le sue due punte che sembravano i denti di un gigante. Uno dei due denti è più alto dell’altro e i due distano tra loro poco più di un metro. È chiamato “il salto della capra” perché molti temerari, tempo permettendo, dopo essersi arrampicati fino là si esibiscono nel salto dal più alto verso il più basso dei due spuntoni. Il salto è da paura perché, anche se sei legato, se sbagli e non fai presa vieni sbattuto contro la roccia. I locali glissano su questo non saprei come chiamarlo “sport estremo” forse, ma ammettono che ci sono stati parecchi incidenti.

Guardando quella lunga parete di roccia, un brivido mi correva lungo la schiena, anche se in tutte le latitudini c’è una fascia di età, che per autoaffermarsi o per provare il brivido del rischio trova modi stupidi per mettere in pericolo la propria vita.

Era proprio ora di lasciare Svolvoær e il nostro cottage n° 16. Avrei voluto stringere in un abbraccio e trattenere la casetta rossa, la finestra sul mare, il panorama che tanto mi aveva reso felice. Era ora di andare, il viaggio continuava verso altre avventure e quella appena vissuta ci aveva regalato tanto e seminato nella mente e nel cuore infiniti stupendi ricordi da conservare insieme al desiderio di ritornare.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice