Bergen: una porta verso nord

Bergen: la porta verso nord, come è sempre stata fin dalla sua nascita. Un luogo di transito dei commerci, i cui primi insediamenti risalgono al 1020 anche se la città vera e propria fu fondata cinquant’anni più tardi.  L’inizio del viaggio verso questa destinazione non è stato dei più promettenti, ma si è ampiamente riscattato dopo.

Il volo per Bergen prevedeva uno scalo ad Oslo, dove le autorità aeroportuali il 13 agosto sono andate in tilt e, tra verifica dei Green Pass e dogana con ritiro e reimbarco dei bagagli, hanno impiegato oltre tre ore, in un caos di indicazioni e controindicazioni e di bagagli che arrivavano alla rinfusa da tanti voli diversi in pieno marasma. Sia come sia la SAS ha applicato invece regole draconiane, senza tener conto delle coincidenze, chiudendoci il volo per Bergen in faccia.

Per fortuna qualche ora dopo, ovvero alle 20:20 c’era un ultimo volo, sul quale ci hanno imbarcato. Finalmente siamo arrivati a Bergen alle 21:30 con ritiro bagagli da farmi rimpiangere Malpensa, cosa che non avrei mai creduto possibile.

Meno male che eravamo in due e così, mentre io aspettavo i bagagli, mio marito è andato a recuperare i documenti della Hertz che chiudeva alle 22:30. Diluviava (la norma in questa città) e i bagagli ci sono stati consegnati un’ora dopo completamente fradici. Ormai al buio, abbiamo preso la nostra strada per la città.

Il navigatore indicava una strada secondaria completamente allagata, che ci ha fatto temere di restare in panne, ma poi tutto è filato liscio, abbiamo recuperato la strada principale e siamo arrivati all’albergo posizionato in pieno centro (Piazza Torgallmenningen). Ultimo ostacolo: era tardi e avevamo solo mezz’ora di tempo prima che chiudesse il ristorante.

Ma a questo punto la situazione è migliorata.  Fatto il check in siamo velocemente saliti in camera per lasciare tutto e poi mangiare qualcosa prima della chiusura. Quando la porta dell’ascensore si è aperta al sesto piano, mi sono trovata di fronte un corridoio tutto colorato. Moquette e pareti erano suddivisi in quadrilateri dai colori vivacissimi (giallo principalmente, ma poi verde smeraldo, blu Cina, rosso). Arrivando dal buio e dalla pioggia è stata una sorpresa, come se i colori così vivaci compensassero per il brutto tempo e l’oscurità.

Mi sono sentita meglio e ho percorso allegra il lungo corridoio fino alla camera per poi ritornare alla reception e al ristorante, dove abbiamo avuto la prima di una lunga serie di “fishsoup” che ci avrebbero accompagnato per tutto il viaggio. Con ricette lievemente diverse si possono definire il piatto nazionale, immancabile sulla tavola norvegese: minestra cremosa di pesce, con a pezzi i vari pescati del giorno.

Quella sera era quanto ci voleva, accompagnata da una birra dal sapore fruttato di cui mi sono subito incapricciata.

La mattina dopo, mio marito non stava molto bene, così, dopo la colazione, concordammo che sarebbe rimasto in albergo tranquillo, mentre io uscivo a fare due passi per la città. Come ho detto l’albergo era in pieno centro a letteralmente a  tre minuti dal porto e per giunta al momento era nuvoloso ma non pioveva. E’ il caso di dire “al momento” perché tempo di uscire e già piovigginava.

Sapevo che Bergen è chiamata la Seattle d’Europa (o la città della pioggia), a causa dei venti provenienti da occidente, che si scontrano con le montagne alle spalle della città (Bergen è anche soprannominata la città dalle sette montagne. Sono infatti quelle che la circondano) provocando spesso violenti scrosci, quindi ero preparata al tempo mutevole e tendente al brutto. Ero conscia anche che, di conseguenza, i progetti vanno di continuo adattati per adeguarli al meteo.

Arrivai  dunque al porto e scattai qualche foto di cumuli neri, carichi di pioggia, mentre qualche sprazzo di luce filtrava tre le nuvole più chiare dalla parte del mare.

Fu a questo punto che scattò il “feeling” per questa città: le facciate delle case di legno dal tetto spiovente, che costeggiano il porto sono coloratissime (arancio, rosso, bianco, etc) e sono la facciata dell’antico insediamento di Bryggen oggi dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Mentre le stavo fotografando sotto l’acqua, improvvisamente uno squarcio di sole illuminò la scena e quei colori presero vita lasciandomi senza parole. Guardavo quel lungomare dai colori dell’arcobaleno e il cielo screziato di bianco e grigio, che si rispecchiavano nel mare del porto, dove erano attraccate parecchie barche e navi. Il paesaggio era quasi da favola, osservavo e mi venivano in mente i racconti della mia infanzia: Hansel and Gretel, gli elfi, le fate e i loro magici incantesimi. Insomma la realtà, così pittoresca da sembrare favola, creava un paesaggio che non poteva non soggiogarmi. Durò poco perché rapidamente il sole sparì di nuovo smorzando l’immagine che tanto mi aveva colpita.

Mi venne l’idea di vedere dal fiordo quel panorama e notai che c’era ancorato nel porto un catamarano con la scritta” Sightseeing”. Chiamai mio marito al telefono e gli proposi un’uscita. Detto fatto fissammo due biglietti per le 14:00. La barca avrebbe percorso il Byfjorden e sarebbe rientrata in tre ore.

Visto che faceva molto più caldo del previsto e la giacca a vento imbottita era fuori questione, mi infilai in uno dei numerosi negozi di articoli norvegesi lungo la strada e acquistai quello che doveva rivelarsi un compagno ideale di viaggio: una mantella cerata rosso fuoco con cappuccio , lunga e con le maniche. Perfetto riparo dalla pioggia e dal vento, leggera abbastanza e adatta per nasconderci la macchina fotografica alla bisogna.

Fierissima del mio acquisto e del colore (il rosso è uno dei colori che più mi piacciono) tornai in albergo pensando che tanto più imbronciato è il clima tanto più i nordici lo contrastano scegliendo colori violenti e decisi per le case, per l’abbigliamento, per le barche.

Ci imbarcammo e scegliemmo il ponte più alto all’aperto per poter avere una vista ampia e un punto privilegiato per gli scatti fotografici e per ammirare il paesaggio con poca gente intorno. Sul ponte notai una panchina sotto una specie di tettoia e prudentemente lì depositammo lo zaino fotografico e ci sedemmo in attesa della partenza.

In realtà seduta ci stavo ben poco perché c’era tanto da guardare e da fotografare, specie quando il catamarano cominciò a scivolare fuori dal porto facendo scorrere sulla destra le case e i loro riflessi in mare e sulla sinistra le colorate navi da carico, mentre nuvole dense ma per ora illuminate dal sole si intervallavano nel cielo azzurro.

La scelta del posto fu geniale perché durante quelle tre ore abbiamo sperimentato il diluvio, il sole e tutto quello che ci corre in mezzo. Eravamo al riparo con le macchine fotografiche nel momento peggiore, quando l’acqua correva a fiumi sul ponte (scarpe impermeabili e cerata fecero egregiamente il loro lavoro), ma nello stesso tempo potevamo godere la vista e spostarci per scattare immagini con rapidità.

Il fiordo è bello, con un’acqua profonda e pulita in cui una infinità di anfratti, villaggi e piccoli fiordi laterali si specchiano insieme a pareti di roccia e a quel cielo così mutevole da essere un protagonista non trascurabile in questa regione.

Passammo sotto ponti che collegano  e facilitano la comunicazione tra i vari siti e le varie parti del fiordo ed uno era particolarmente interessante, perché in quel punto il mare è così profondo che per costruirlo non fu possibile ancorare i piloni sul fondo, ma le fondamenta furono costruite galleggianti. Infine di questo percorso va ricordata ua cascata su una parete verticale di roccia che arriva al mare e a cui il catamarano (proprio per la profondità dell’acqua) è in grado di avvicinarsi quasi a toccarla.

Il mattina dopo il tempo era terribile e dopo aver tranquillamente fatto colazione ci dirigemmo al KODE.

Il KODE è un complesso museale importante in Norvegia e una delle maggiori attrazioni artistiche di Bergen, che per altro  è una città dalla vivace vita culturale per due ulteriori ragioni. La prima è che è sede universitaria e quindi ha una ricca popolazione di giovani studenti, la seconda è che è la patria di Grieg quindi anche dal punto di vista musicale sono molto attivi (hanno una opera house molto bella e importante).

Il KODE ospita in quattro palazzi molto caratteristici lungo il lago Lille Lungegård, nel centro della città, una vasta e completa pinacoteca dedicata agli artisti Norvegesi. In realtà il mio interesse era rivolto solo alla vasta collezione di quadri di Munch, seconda solo a quella di Oslo (dove si trova il celeberrimo “urlo”)

Non vorrei sembrare un po’ snob ma dall’arte norvegese in genere non ero attirata, mentre ero ansiosa di vedere questa collezione di opere di Munch, che trae origine dalla raccolta di quadri  fatta dal mercante d’arte Rasmus Meyer, che poi, alla sua morte, il figlio donò al museo.

Vi si trovano opere di tutti i periodi di evoluzione dell’artista, che viaggiò tra Parigi e Berlino venendo in contatto con gli impressionisti e l’allora brillante vita artistica tedesca. Nelle sue opere si colgono influenze della pittura contemporanea (specie impressionista) ma ad un certo punto ecco che Munch sviluppa quel suo particolare modo di dipingere il cui apogeo è “l’urlo”.

Il pregio della raccolta è di condurre per mano il visitatore attraverso lo sviluppo artistico di questo genio fino al suo stile inconfondibile, che mi  ha sempre affascinato.

Alcune delle sue opere più belle sono qui conservate, come Malinconia, Summer night, Sera sulla via Karl Johann Street, Gelosia etc.

Doveva essere una visita breve, ma divenne un percorso lento e coinvolgente nel mondo di questo complesso e travagliato artista,  che mi esaurì senza lasciar spazio per nient’altro. Uscimmo dal KODE 3 e ci rifugiammo in una saletta bar di giovani, tutti in fuga dal maltempo.

Con un cappuccino davanti ripensammo al museo e chiacchierammo ovviamente di Munch, pur facendoci distrarre da quanto accadeva intorno a noi. Finalmente eravamo pronti a fare un giro per la città annaffiata da scrosci tempestosi, ma era doveroso sostare davanti al lago, arrivare alla statua di Grieg, all’antico teatro, alla cattedrale e poi in giro tra le stradine perdendosi un po’ a respirare lo spirito della città, che al momento era decisamente umido.

Alla fine rientrammo in albergo e trovammo un localino per cena che ci ispirava molto.

Si doveva salire la collina dietro l’albergo e la passeggiata risultò molto piacevole, perché finalmente aveva smesso di piovere e si era affacciato un timido sole che brillava sugli scorci che si aprivano tra le viuzze e le case verso il mare.

Il locale  (Spisekroken) era piccolissimo con due vetrine sulla stradina in salita e una signora che gestiva tutto: mai ferma un attimo, efficiente alla massima potenza e anche gentile.

Avevamo un tavolo in vetrina, così potevamo goderci la luce cangiante del sole calante e del crepuscolo. Mangiammo divinamente anche l’immancabile fishsoup con una ricetta un po’ diversa dal solito. Quello che è una caratteristica dei ristoranti norvegesi, di cui noi italiani ci sorprendiamo sempre, è che il menu è molto ridotto rispetto ai nostri: di solito tre antipasti, tre piatti principali uno o due dolci. Ma quello che preparano è di ottima qualità e cura. Ci piaceva anche l’ambiente tranquillo e raccolto e così trascorremmo una rilassante serata, coronata dalla passeggiata di ritorno in una luce che non mi stancavo di fotografare. Non sembrava nemmeno di essere nello stesso posto di qualche ora prima.

Era l’anticipo della splendida giornata, che ci si presentò il mattino dopo. Un sole caldo e brillante, un cielo terso con solo qualche nuvola bianca birichina, che screziava l’azzurro intenso. Già a colazione, al settimo piano dell’albergo con una finestra sulla montagna di fronte, con tutte le case colorate e sullo sfondo un bosco dal verde intenso, eravamo felici  e l’umore corrispondeva al meteo.

Clima ideale per prendere la funicolare che conduce in cima al Monte Floyen dal quale si domina la città con una vista senza uguali. L’ingresso della funicolare è in pieno centro e in mezz’ora eravamo in paradiso.

Una terrazza a 400 metri sul fiordo, da cui lo sguardo spaziava sulla città, il porto e lontano a perdita d’occhio su montagne, isolotti e colline. Sulla terrazza si erge un ristorante/caffè con all’esterno tavolini che si affacciano sullo scenografico panorama.

Il posto di per sè non vale niente, sia come qualità del cibo offerto  sia come attenzione al cliente, ma l’edificio (risale al 1925) e la posizione meritano una sosta.

Dopo aver pigroneggiato al sole tra i gabbiani che ci sfrecciavano intorno, decisi che volevo fare un giretto nel bosco.

Così mi avviai su una sentiero largo e comodo che conduceva tra alberi, sottobosco, funghi e fiori fino ad un laghetto circondato da pini alti e possenti e frequentato da qualche germano reale con famiglia.

Sentivo un gorgoglio di sottofondo e mi guardai intorno fino a scoprire il ruscello che tra felci ed erbe varie (sono una pessima botanica) si gettava nel lago. Tornai sui miei passi e con una discesa della funivia degna delle più emozionanti montagne russe tornammo in centro città e continuammo la nostra passeggiata nella vecchia Bryggen.

Dietro le case colorate, che tanto mi avevano impressionato al mio arrivo, ci sono le vecchie case della città anseatica, ben conservate e trasformate in un’area turistica, con negozietti di stampe, souvenir e l’immancabile caffè/ristorante. Qui si trova anche il museo Anseatico e il museo di Bryggen.

Ci trovavamo nel nucleo della città, che tra il 1070 e il 1360  divenne un importante centro del commercio, grazie all’apertura di un ufficio della Lega Anseatica. I traffici riguardavano soprattutto lo stoccafisso proveniente dal nord del paese e i cereali provenienti dall’Europa. Negli edifici di Bryggen abitavano gli impiegati, in maggioranza tedeschi ed avevano sede l’amministrazione e i magazzini.

Nel 1702 un incendio devastò l’area e oggi solo un quarto degli edifici sono quelli originali, mentre le altre sono state ricostruite in tempi più recenti.

Il quartiere con le sue circa 280 case di legno è stato classificato dall’UNESCO, come ho già accennato,  tra i patrimoni dell’umanità.

A questo punto con una cena in un ristorante al primo piano con vista sul porto e sul tramonto ci congedammo da questa deliziosa città nordica.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice