Eravamo a Bruxelles per un incontro di lavoro e, come di consueto, ci avevamo attaccato una giornata di vacanza per vedere qualcosa che non conoscevamo. Decidemmo di andare all’Aia, una delle poche città, che non avevo visitato tra Belgio e Olanda, ma soprattutto perché ero attratta da uno dei musei, che da sempre avrei voluto vedere, il Royal Picture Gallery Mauritshuis, dove si trova non solo ”la Ragazza con l’Orecchino di Perla” di Vermeer, ma anche la “Lezione di Anatomia” di Rembrandt e “Il Cardellino” di Fabritius per citare solo le mie favorite, ma in realtà il museo contiene circa 800 opere del ‘600 (il secolo d’oro olandese) e del ‘700.

Avremmo voluto arrivare anche a Delft, sempre sulle orme di Vermeer, e quindi facemmo una scelta iniziale sbagliata, quella di andare in macchina da Bruxelles all’Aia invece che in treno. Ci ritrovammo impelagati in un traffico pesante e impiegammo più del previsto, dovemmo dunque rivedere i nostri piani e rinunciare per questa volta a Delft. Lungo la strada il paesaggio era piatto e senza una nuvola in cielo, ma ravvivato dalle pale eoliche, “i mulini a vento del terzo millennio”, onnipresenti in Olanda.

Arrivati all’Aia parcheggiammo e ci dirigemmo verso il Binnehof, a fianco del quale si trova il Mauritshuis.
L’Aia contiene ampie vestigia del secolo d’oro olandese, così chiamato perché fu un periodo di grande ricchezza per l’allora repubblica olandese (Repubblica delle Sette province Unite), dovuta all’espansione e al successo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Tra navi, spezie, porcellane, tè, caffè e tessuti preziosi l’Olanda visse il suo miracolo in un clima di tolleranza religiosa e di pace e stabilità politica. Alla ricchezza economica si accompagnò una vasta fioritura di arte e di scienza ed i più grandi pittori, architetti, filosofi e scienziati olandesi dettero il meglio di loro.
La città nel suo complesso è molto accattivante ed elegante, anzi direi raffinata con i canali che l’attraversano, i parchi pieni di fiori e i viali alberati.







Tornando al nostro viaggio ci dirigemmo dunque verso il cuore antico della città, con il Binnehof (corte interna), che include un gruppo di costruzioni, le più remote delle quali risalgono al XIII secolo. Di questo complesso fa parte il Palazzo del Parlamento che si specchia in un stagno (Hofvijver) che è diventato uno dei punti più caratteristici della città. In effetti i riflessi dei palazzi su questo specchio d’acqua creano una vista molto pittoresca , che calamita lo sguardo. Intorno a questo nucleo è nata e si è sviluppata la città “nuova”, che oggi vanta molti edifici moderni e grattacieli che danno origine a un contrasto di stili e di elementi impossibili da ignorare.
Arrivando nella Plein Platz, in cui ci fermammo, all’orizzonte i grattacieli e i palazzi moderni delimitavano la vista, mentre nella piazza pedonale si affacciavano caffè e bistrot e l’animazione non mancava. Entrati invece nella corte interna ci si proiettava indietro nel tempo e la giornata di sole, qualche persona seduta sulle panchine a goderselo e qualche bicicletta di passaggio non disturbavano il corso dell’immaginazione, che percorreva attraverso gli edifici la storia di un passato oramai lontano.






Ma andando con ordine, parliamo “in primis” del museo, oggetto di un’ampia ristrutturazione e riaperto nella sua nuova versione nel 2014. I lavori sono stati imponenti, tra l’altro la superficie del museo è raddoppiata e si estende oggi per 6400 metri quadri con un risultato di grande impatto. Sono stati adottati criteri attuali non solo nella impostazione delle esposizioni nelle sale, ma anche nel percorso museale e nel concetto di come fruire di questi luoghi, rendendoli accoglienti e invitanti, al di là delle opere che contengono.







Per la maggior parte della mia vita sono sempre entrata nei musei, che ho frequentato fin da ragazzina, sentendomi un po’ defraudata del godimento delle opere esposte per l’atmosfera polverosa, oppure per l’infilata di sale strapiene di quadri, sculture o altro, che non ti dava il respiro sufficiente per viverle nella giusta maniera e dimensione (ricordo a Volterra un museo incredibile di opere etrusche, in cui i sarcofagi erano talmente vicini l’uno all’altro non solo da non poterli ammirare, ma da non riuscire a passarci di fianco).
Per fortuna negli ultimi anni è prevalso il concetto che il museo deve essere un luogo, esso stesso di bellezza, accompagnando il visitatore in un percorso logico, non soffocato da un numero impossibile di opere ammassate, a volte senza un filo conduttore. Oggi ad esempio entrare al Museo Egizio di Torino è un’esperienza esaltante e lo stesso si può dire del Mauritshuis.
Il palazzo originario, che ospita il museo, è stato completato nel 1641 e costituisce uno degli esempi più alti dell’architettura del ‘600. Venne realizzato su commissione del nobiluomo Johan Maurits van Nassau-Siegen, da cui prende il nome, per adibirlo a sua residenza privata. Se la facciata lascia nella sua perfezione in riverente ammirazione, oltrepassando la porta e camminando all’interno ci si trova in ambienti dai soffitti affrescati e alle pareti una meraviglia via l’altra.
In una sala dalla tappezzeria verde spento, a disegni tinta su tinta, eccoci davanti alla “Ragazza con l’Orecchino di Perla” un quadro da cui è difficile staccarsi, perché per quanto lo si guardi si scopre sempre qualcosa di nuovo. Come tutti i grandi capolavori ci si trova in un rapporto diretto con il dipinto e ciascuno lo vive secondo la propria sensibilità, il proprio gusto e il proprio immaginario, e forse è per questo che allontanarsi da quel quadro è un po’ una violenza, perché si stabilisce una silenziosa connessione, che poi è un dialogo con se stessi e con le proprie emozioni.

In aggiunta, le suggestioni create dal libro di Terry Chevalier rimandano a uno spaccato di vita dell’epoca di Vermeer, che se pur fantasioso, ma attentamente documentato, aggiunge quell’atmosfera di cose dette e non dette, possibili anche se improbabili. Ecco l’avvio di questo dipinto, che ha attraversato i secoli con intatta luminosità e bellezza, così come l’ha immaginato Terry Chevalier nel suo famosissimo libro: “I suoi occhi si agganciarono ai miei. Non riuscivo a pensare a nulla se non che il loro colore grigio era identico all’interno di una conchiglia di ostrica. Sembrava che stesse aspettando qualcosa. Il viso incominciò a contrarmisi dalla paura, forse non gli stavo dando quello che desiderava. “Griet” disse sottovoce. Questo era tutto quanto aveva da dire. Gli occhi mi si riempirono di lacrime che non lasciai scendere. Ora avevo capito. “Si. Non muoverti” Aveva incominciato a farmi il ritratto.”
Come non immaginarsi in quello studio dove una ragazzina, non istruita, di un ambiente umile, prova il batticuore e subisce il fascino, che la soggioga, del grande e nobile uomo, che inizia a ritrarla?
Ma tornando in un mondo più scientifico, con le tecniche moderne il quadro continua a rivelare particolari e la direttrice del museo Martine Gosselink ha dichiarato che “siamo più vicini che mai al dipinto”. Secondo il museo, i ricercatori hanno infatti scoperto che Vermeer, che ha realizzato l’opera tra il 1665 e il 1667, aveva originariamente dipinto dietro la ragazza una tenda verde, che è svanita nel tempo. Non solo: il team è stato anche in grado di rilevare le ciglia sottili della giovane modella, che non sono visibili ad occhio nudo, ma solo utilizzando uno scanner a raggi X. Inoltre, gli studiosi hanno scoperto che l’orecchino di perla è solo una “illusione”. Galleggia, semplicemente, perché non c’è un gancio che lo attacca all’orecchio della ragazza. Anche grazie agli esami condotti con tecniche d’avanguardia, la gamma di colori di Vermeer è stata descritta in dettaglio per la prima volta. “
Ancora la Chevalier: “Da grani grossolani e opachi di robbia, per esempio, emergeva una bella polvere rosso brillante che, mescolata con l’olio di lino, produceva un colore luminosissimo. Arrivare a creare questo e altri colori era come una magia.”
Nel museo non si possono fare fotografie anche se qualche scatto con il cellulare è tollerato. Pur sapendo che non ha molto senso la foto col cellulare in contesto, perché inevitabilmente sarà una brutta foto, allontanandomi dal dipinto volevo catturare qualcosa da portarmi via e così non resistetti allo scatto di un’immagine, che testimoniasse, almeno a me stessa, l’emozione che la sosta davanti al quadro aveva provocato.
Ma una volta lasciato questo tesoro altre, non meno importanti storie di arte, pittura e pittori vengono incontro dalle pareti del museo, a incominciare da Rembrandt, di cui avevo visitato la casa ad Amsterdam, con “l’autoritratto” e “La Lezione di Anatomia” a cui ho già accennato, ma poi decine e decine di quadri di pittori del calibro dei vari Brughel, di Holbe, la veduta di Delft ancora di Vermeer, di una bellezza quasi sovrumana. C’ è da dire che Vermeer è il mio pittore preferito e ho inseguito le sue opere sopravvissute (in tutto 37) per tutti i musei del mondo e, ogni volta, davanti ai suoi quadri sono in adorazione.

Un’ultimo cenno al piccolissimo e famosissimo “il Cardellino” di Carel Fabritius, un pittore a cui è toccato un terribile destino. Infatti allo scoppio del deposito di polvere da sparo di Delft nel 1654 il suo studio, che era nei pressi, andò distrutto, così come tutto il quartiere. Perse la vita lui e tutta la sua produzione pittorica andò perduta, eccetto 12 opere tra cui l’ incredibile capolavoro qui presente, a cui è affidato il ricordo della sua grandezza e la sua immortalità come pittore.
Terminata la visita, una sosta nello shop e nella brasserie del museo era d’obbligo. Il locale, non era la solita impersonale e spartana caffetteria dei musei, ma un ambiente molto carino con un menù piacevole, ideale per riprendere fiato dopo il percorso impegnativo, anche emotivamente, del museo.
Adesso era il momento di dare uno sguardo più in dettaglio al Binnehof, sede del parlamento olandese, con ampi cortili interni su cui si affacciano palazzi seicenteschi con portici, bifore e torrette. Al centro del complesso si erge la “Ridderzaal” ( la sala dei Cavalieri) risalente al 1280. È in stile gotico e sembra una chiesa. Questa sala ha dimensioni colossali, con un tetto alto ben 26 metri e muri di 120 centimetri di spessore. Di fronte si trova la fontana neo gotica, meritevole di una sosta, magari su una delle panchine da cui poter trascorrere qualche momento seguendo i gabbiani, che passeggiano a loro agio o si abbeverano alla fontana. Sul retro si trova la Rolzaal, l’antico tribunale, anteriore alla Ridderzaal, dove si individuano i caratteri dello stile romanico.
Sul lato sud si apre la seconda camera (Tweede Kamer) o camera bassa degli Stati generali dei Paesi Bassi, mentre sul lato nord si trova la Eerste Kamer (Senato). Si ritorna poi verso l’uscita del cortile interno per affacciarsi sul cortile esterno (Buitenhof) con il parlamento e il museo che si specchiano sullo stagno (Hofvijver). Il sole creava a quell’ora magie di luci e ombre, giocando coi riflessi dei palazzi e con la fontana al centro dello specchio d’acqua. Intorno oche canadesi e folaghe scivolavano nello stagno, tuffandosi di quando i quando in cerca di cibo.
Ancora qualche passo e si arriva al Lange Voorhout, una passeggiata in mezzo ad alberi secolari con sculture al centro che si susseguono e fioriere con composizioni lussureggianti e coloratissime, mentre al di là degli alberi sorgono alcuni dei più bei palazzi residenziali della città. Fui attratta da una scultura, un enorme gufo in bronzo. Come appassionata e collezionista di gufi di tutti i materiali mi fermai immediatamente a scattare una foto. Ormai si era fatto pomeriggio avanzato ed era l’ora di rimettersi in macchina e rientrare a Bruxelles, così con un ultimo sguardo a ritroso e un’ultima foto ci allontanammo da questa antica città e dai suoi tesori.
Fabrizia Cataneo


