India, amore a prima vista

Il mio primo viaggio in India è stato dieci anni fa. Lo dico solo perché pur lavorando nel settore del turismo da molti anni, ho girato il mondo, ma l’India è sempre stata fuori dalle mie rotte. 

La lettura di libri come “La città della gioia”, “Il ragazzo giusto” e “Shantaram” mi spingevano a conoscere quella realtà, ma i racconti di alcuni amici, mi avevano fatto pensare che un viaggio in India, fosse per me, emotivamente, troppo impegnativo. Mi dicevano, è un paese che ami o che odi, e ho sempre pensato che per me valesse la seconda opzione.

Poi, un giorno nel 2010, una cliente mi chiede di organizzare per il suo gruppetto di amici un viaggio nel nord dell’India e di accompagnarlo. Il primo istinto è stato quello di dire, mi spiace, non conosco il paese e ho già altri impegni, poi ho capito che era arrivato il momento, l’India mi chiamava e io dovevo rispondere.

Delhi, Agra e Jaipur, il cosiddetto Triangolo d’oro, è stata la scelta per il mio primo incontro con l’India.

Arrivati a Delhi, quello che mi ha colpito subito sono stati il caldo, la confusione, il rumore, la gente, tanta gente e la frenesia con cui tutti si muovono. Il traffico è veramente convulso e caotico: automobili, autobus, camion con carichi inverosimili, moto e motorini su cui viaggiano persone senza casco, tutti in code disordinate, accompagnate dal rumore dei clacson, che vengono suonati in continuazione. Il traffico è uno dei problemi di questa città e arrivando te ne rendi subito conto.

In hotel, l’atmosfera cambia, l’ospitalità indiana ci accoglie con ghirlande di fiori, bevande fresche ed a pochi minuti dal rumore e dal caos, riposiamo nelle nostre bellissime camere in completo relax. Ben riposati e rifocillati dall’ottima colazione, iniziamo la visita della capitale.

Delhi, la capitale dell’India, (è la quarta città al mondo per popolazione, circa 18 milioni di abitanti) racchiude due mondi completamente diversi: il “nuovo” – la vasta New Delhi, costruita dagli inglesi come capitale dell’impero britannico e il “vecchio” – Old Delhi, che ha svolto in passato, la funzione di capitale dell’India islamica.

A New Delhi, la visita comincia con il Mausoleo di Humayun (Patrimonio dell’UNESCO), costruito un secolo prima del famoso Taj Majal, primo esempio di architettura indo-moghul e prosegue con il bellissimo complesso del Qutub Minar (Patrimonio dell’UNESCO), la torre di mattoni di arenaria rossa più alta del mondo, costruita nel 1199 e decorata con versetti coranici.

Mi è sempre piaciuto inserire nei miei viaggi qualcosa di non strettamente turistico e anche qui, casualmente ci sono riuscita. Sri Bangla Sahib Gurudwara, è un tempio sikh molto bello, in marmo bianco con cupole dorate, frequentato da molti fedeli; all’interno dell’ampio cortile c’è una vasca con acque curative. La particolarità di questo tempio è che giornalmente vengono preparati 30.000 pasti e serviti gratuitamente a chi ne ha bisogno.

La curiosità è capire come riescono a organizzare il tutto e grazie alla guida riusciamo ad entrare nelle cucine del tempio. Queste cucine sono enormi, vediamo numerosi volontari che stanno impastando il pane e pulendo le verdure, mentre altri stanno cuocendo in pentoloni, il cibo che verrà servito a pranzo. 30 mila pasti, ogni giorno dell’anno, fa circa 11 milioni di pasti… questi numeri, che per noi sono incredibili, ho imparato che in questo paese sono normalità. Tutti ci salutano e sorridono, alcune donne, incuriosite, ci chiedono da dove veniamo e ci fanno assaggiare il pane appena sfornato.

Più caotica e più divertente è la visita di Old Delhi, un dedalo di vie strette, brulicanti di persone, carretti, antichi palazzi, piccoli negozi, bazaar di spezie, bancarelle con stoffe colorate. Il modo migliore per muoversi in questa parte della città è prendere uno dei tanti rickshaw (bicicletta con agganciata una cabina dove si siede il passeggero) che riescono a muoversi con destrezza in mezzo al traffico, la mancia al vostro conducente, sarà sicuramente apprezzata.

Prima fermata e visita a Jama Masjid, la più grande Moschea dell’India, il cortile è talmente grande che può contenere fino a 25000 fedeli.  Subito dopo il Forte Rosso, fatto costruire dall’imperatore moghul Shah Jahan, lo stesso del Taj Mahal di Agra. Poco distante da qui, si trova Raj Ghat, il cenotafio del Mahatma (anima grande) Gandhi, il luogo dove fu cremato dopo essere stato assassinato nel 1948.  Qui c’è calma e serenità, per rendere omaggio, in silenzio, ad un grande personaggio della storia indiana, ma soprattutto ad un grande uomo.

Lasciamo la caotica Delhi per proseguire il viaggio verso Agra, per la visita al Forte e ad una delle sette meraviglie del mondo, il Taj Mahal.  

Non riesco a descrivere cosa ho provato nel vedere il Taj Mahal la prima volta, per anni l’avevo visto in fotografia e sui libri, ma quel giorno di marzo, era proprio lì davanti a me. È stata una grande emozione, un misto di stupore, incredulità, eccitazione e felicità, un mausoleo bianco, bellissimo, perfetto, in contrasto con un cielo azzurro senza nuvole. Un momento magico.

Ci sono tornata diverse volte, ma a differenza della prima, lascio che i clienti entrino con la guida a vedere il mausoleo e seguire le spiegazioni, io preferisco rimanere fuori, nel giardino, seduta su una panchina ad ammirare questo spettacolo in silenzio; potrei rimanere delle ore seduta, tra il verde dei giardini e numerosi turisti stranieri e indiani che scattano foto ricordo, ma l’emozione e la magia, sono sempre quelle della prima volta.  

II Taj Mahal fu costruito per amore, dall’imperatore moghul Shah Jahan in ricordo della sua seconda moglie, Mumtaz, morta dando alla luce il suo quattordicesimo figlio, nel 1631. Shah Jahan fu spodestato da uno dei suoi figli e rinchiuso nel forte di Agra, dove trascorse il resto dei suoi giorni ammirando la sua creazione da una finestra. Dopo la sua morte fu seppellito a fianco della moglie.

Un altro aspetto curioso e piacevole dell’India è che spesso quando si visitano monumenti e siti, ragazzi, ragazze, donne e anche famiglie ti chiedono gentilmente e sempre con un sorriso, di fare una foto con loro. Le prime volte ero un po’ diffidente, poi ho capito che per loro fare una foto con turista straniero è un piacere e allora mi faccio coinvolgere in questi selfie di gruppo. Spesso oltre alla foto si inizia a chiacchierare, e con alcuni capita di scambiarsi i contatti mail o telefono e di inviarsi le rispettive fotografie. Ho imparato che la diffidenza va lasciata a casa, quando si viene in India.

Dopo Agra il viaggio prevede Jaipur, con due tappe intermedie lungo il percorso: Fatehpur Sikri e Abhaneri. Fatehpur Sikri (Patrimonio dell’UNESCO), la città abbandonata o città fantasma, perfettamente conservata, è stata costruita nel XVI secolo in arenaria rossa, dall’imperatore Akbar come nuova capitale dell’impero moghul, ed abbandonata dopo pochi anni per mancanza d’acqua.

Abhaneri, dove si trova il famoso Chand Baori, il Pozzo-Palazzo che fu costruito intorno al VII secolo anche se alcune fonti lo datano al IX secolo. Serviva a risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico nei periodi di siccità. I 3000 gradini collegano 13 piani o livelli fino a raggiungere l’acqua, alla profondità di venti metri. Nei periodi di pioggia il livello era più alto e quindi minore il numero di scalini per raggiungere l’acqua.

Siamo quindi entrati nel famoso stato del Rajasthan, uno degli stati più grandi, più belli e colorati dell’India, il nome significa terra dei Re, terra dei Maharaja.  Jaipur è la capitale e la ricchezza che ha vissuto in passato è evidente nei sontuosi palazzi e le maestose fortezze. È conosciuta anche come la città rosa, grazie al colore degli edifici della città vecchia. Quello più famoso e fotografato è Hawa Mahal o Palazzo dei Venti, costruito dal Maharaja Singh per permettere alle donne della famiglia reale di osservare, senza mostrarsi, attraverso le 365 finestre, la vita e le processioni che avevano luogo in città. 

Il City Palace è un vasto complesso costituito da giardini, cortili e edifici. All’interno ci sono musei con collezioni di vestiti reali e armi. Sempre all’interno del complesso si trova la residenza privata (non accessibile al pubblico), dell’attuale maharaja e della sua famiglia.

A 11 chilometri da Jaipur, arroccato su una cresta di roccia, svetta il maestoso Forte di Amber, che ho raggiunto a dorso di elefante, ma per chi soffre di vertigini, si può salire a piedi o in jeep. Arrivati in cima, il panorama è stupendo.

Jaipur è una città caotica e anche qui il traffico non scherza, ma è piacevole passeggiare al tramonto nella città vecchia, quando la maggior parte dei turisti è rientrato in hotel e il rosa dei palazzi assume un colore più caldo e rilassante.  Jaipur è l’ideale per lo shopping, ci sono numerosi bazar dove trovare stoffe, sete, pashimine, articoli di artigianato; è famosa soprattutto per le pietre preziose e semi-preziose, ma in questo caso, gli acquisti devono essere fatti nei negozi consigliati, certificati e sicuri e non nei bazar per non rischiare di comperare vetri colorati al prezzo di uno smeraldo.

Mi piace molto curiosare nei bazar, ma se ho tempo, cerco mercati locali, so che al mattino presto non sono ancora molto frequentati e con l’aiuto di un rickshaw vado alla ricerca. Molti sono i mercati senza bancarelle, dove le donne sedute sul marciapiede o lungo la strada vendono frutta e verdura fresca, spezie, profumi e stoffe di ogni colore, soprattutto in Rajastahn perché le donne vestono sari coloratissimi. Che meraviglia! E che divertimento contrattare, anche se molte delle signore non parlano inglese, si riesce sempre con un sorriso e qualche gesto a capirci. Il tempo in questi mercati passa in fretta e il conducente del rickshaw, che mi aspetta paziente, quando mi vede tornare con le borse piene e con un grande sorriso, capisce che mi ha portato nel posto giusto.

Il viaggio è terminato a Jaipur, i clienti soddisfatti mi chiedono di organizzare un altro viaggio in India, per conoscere le altre città del Rajasthan.

E io cosa posso dire del mio primo viaggio in India? Ho visto posti bellissimi, dormito in hotel eleganti e confortevoli, mi piace la cucina indiana, ma l’India non è un paese per tutti,  è pieno di contrasti  e di contraddizioni, di traffico, confusione, rumore, inquinamento, immondizia e tanta, tanta gente povera, che mangia, vive e dorme sui marciapiedi, bambini che chiedono l’elemosina, altri che giocano a piedi nudi con giocattoli rudimentali e si lavano con l’acqua delle pozzanghere, mamme bambine che portano sulla schiena il figlioletto, mentre cercano di venderti sacchetti di noccioline.

Queste e altre, sono le immagini che inizialmente ho vissuto come pugni nello stomaco, ho cercato di dare risposte ai molti perché, ma mi sono resa conto che non serve cercare delle risposte,  mi sono impegnata a conoscere meglio questo mondo così differente dal mio, senza fare paragoni ed evitando ogni tipo di giudizio, perché è vero che l’India ti colpisce molte volte con un pugno, ma ha la capacità, dopo il pugno, di darti tante carezze. 

La prima delle molte carezze che ho ricevuto, me l’ha data una signora, seduta in un autobus fermo in coda, di fianco al nostro pullman, il nostro sguardo si è incrociato, mi ha sorriso, salutato e mi ha detto attraverso il vetro, mettendo le sue mani all’altezza del petto: Namastè (il saluto indiano che significa mi inchino davanti a te) e poi in inglese: grazie e benvenuta nel mio paese.   

Ho ricevuto tanti namaste nel mio primo viaggio e negli altri viaggi che ho fatto e che spero di continuare a fare. Li ho ricevuti dai ragazzi e ragazze che incontri per strada, dalle donne e le famiglie che vogliono fare la foto con te, da chi ti offre il pane appena sfornato, da chi ti chiede da che paese vieni e ti ringrazia, da chi cerca di venderti qualche souvenir e sta al gioco quando cerchi di abbassare il prezzo, dai bambini di strada che ti chiedono una saponetta o lo shampoo e quando gli regali anche uno spazzolino da denti, ti bussano sul finestrino del pullman per ringraziarti e ti mandano un bacio. Tutto questo, unito alla gentilezza, ai sorrisi ed al grande rispetto che gli indiani ti dimostrano, sono le carezze che mi fanno stare bene e mi fanno accettare anche i pugni.  L’India è questo e molto altro e io posso dire che già dopo pochi giorni ho capito che l’avrei amata, di un amore grande che continua ormai da dieci anni. Namaste.

Mariangela Candiani

Travel Designer