Milano e i suoi quartieri: l’Isola, da covo dei pirati a sede del Bosco Verticale

La coltre di tabacco si stratifica per arrampicarsi su muri ingialliti, fino a raggiungere il soffitto illuminato solo dal riverbero di un biliardo, per ricadere poi giù, fino ai tavoli dove tra l’allegro vociare, segnali in forma di smorfie e fiaschi di vino, si studiano colpi da mettere a segno la notte seguente, tra un due di coppe e un sette di denari. L’atmosfera è rotta solo dallo schiocco delle boccette che, percorrendo traiettorie silenziose sul panno verde, si scontrano all’incrocio di magiche forme geometriche. Fuori comincia ad imbrunire e gli angoli delle vie, si popolano di lucciole in tacchi a spillo che splendono nella nebbia invadendo ogni strada. In lontananza fischi e ruote che stridono; i binari di Porta Garibaldi sono scavalcati da ponti che da lì, arrivano a Porta Volta e poi al quartiere cinese.

Così, appariva il quartiere Isola nella Milano anni ’70.

Un distretto indipendente e isolato della città, popolato dalla ligera milanese che si mescolava a operai e bambini che popolavano i cortili avvolti dalle lenzuola colorate che sventolavano dai ballatoi. Da un lato il tracciato della ferrovia e i resti della fabbrica Brown Boveri, dall’altro il viale Zara e la circonvallazione. Una cesura che per anni ha suddiviso l’Isola dal resto della città, dandole i connotati di un paese, più ancora che un quartiere. Ho passato tanti anni nel quartiere e ai suoi confini. Nell’area occupata dall’attuale business centre di Porta Nuova, c’erano grandi aiuole spartitraffico in cui si alternavano partite di calcio con zainetti e maglioni, come pali di porte immaginarie, al pascolare di zebre, elefanti e cammelli.

Di fronte invece, mille luci colorate, zucchero soffiato e frittelle del Luna Park milanese. Per più di dieci anni ho lavorato all’Isola, prima che il processo di gentrification, a seguito della crescita del valore immobiliare, causata da una delle più importanti trasformazioni urbanistiche milanesi degli ultimi cinquant’anni, ne cambiò i connotati. Tra i nuovi yuppies e radical chic resiste però l’anima di un quartiere che, seppur in continua evoluzione, mantiene le sue attività artigianali e la voglia di vivere la strada.

Qui infatti, accanto a scintillanti bar alla moda, si trovano ancora botteghe di falegnameria e atelier di artisti;

piccoli giardini e locali per associazioni si mescolano alle nuove tendenze della moda. Parte di quella eredità artiginale sembra essere stata raccolta da quella che si può considerare la nuova via della moto milanese che, dopo aver colonizzato per anni una traversa della vicina via Paolo Sarpi, ha trovato qui la sua nuova sede. Proprio in fondo a via Thaon di Revel si trova la chiesa di Santa Maria alla Fontana dove, nel 1506 venne costruito un santuario in onore della fonte considerata miracolosa.

L’architettura della zona absidale, che si affaccia su un giardino pubblico, fu attribuita a Bramante e poi a Leonardo, per le influenze classicheggianti e rinascimentali. A lato della chiesa infine sorge la ex Fonderia Napoleonica, in cui furono realizzate molte delle campane che risuonano nei campanili cittadini e opere artistiche in bronzo come i monumenti ad Alessandro Manzoni (oggi visibile in piazza San Fedele) e la statua per il monumento equestre a Vittorio Emanuele II, situato in Piazza Duomo.

L’Isola è anche sede di capolavori dell’architettura moderna

ad opera di Giuseppe Terragni. Tra il 1934 e il 1938 in via Guglielmo Pepe sorse la Casa Comolli-Rustici; mentre, tra il 1933 e il 1935 sorse, in piazzale Lagosta, la Casa Ghiringhelli. Gli edifici, seppur non in ottimo stato di conservazione, sono comunque visibili entrambi. Al posto della vecchia fabbrica che diede lavoro a migliaia di operai milanesi oggi, dopo molte contestazioni avvenute nel corso degli anni a causa della modalità di utilizzo della chiaccherata “stecca degli artigiani” sorge l’altrettanto discusso Bosco Verticale. Il complesso a torre residenziale è riconosciuto dai più come un’architettura eccezionale (tant’è che nel 2015 ha vinto il premio come miglior edificio alto del mondo, da parte del  Council for Tall Building e Urban Habitat dell’IIT di Chicago) sia dal un punto di vista stilistico e formale, sia per l’avvenieristico uso del verde, non solo come elemento decorativo, ma anche finalizzato ad un’idea di ecolgia, frutto della ricerca del suo ideatore (l’architetto Stefano Boeri).

Rimane il dubbio, lecito, cheil processo legato all’ideazione del progetto sia scaturito da un attento studio di marketing immobiliare, che ne abbia indirizzato la sua realizzazione finale. Detto ciò, al di là di questioni legate alla sostenibilità economica del progetto o alla sua fattibilità in termini tecnici e botanici, l’immagine del verde che si modifica, al modificarsi delle stagioni, è diventata una delle più avvincenti icone di Milano.

Nicola Rovere