Chicago

Sono stata molte volte a Chicago negli anni e quasi sempre ho avuto una guida di eccezione: mio marito, nato e cresciuto in questa città.

Malgrado me ne avesse sempre parlato con ammirazione, decantandomi la sua bellezza e la sua peculiarità, ammetto che, prima di andarci, soffrivo di un pizzico di snobismo europeo nei riguardi degli States, attribuendo a mio marito un giudizio viziato dall’affetto per la sua città natale.

Le città americane sono recenti rispetto a quello che ci ha abituato la vecchia e affascinante Europa, gli americani primeggiano per tecnologia, per avvenierismo, ma culturalmente noi europei ci consideriamo quasi sempre superiori.

Arrivai dunque la prima volta a Chicago con qualche pregiudizio e fui immediatamente smentita.

Atterrai all’aeroporto O’Hare, il secondo aeroporto più trafficato del mondo, che vanta anche un altro primato, ovvero quello di essere stato votato per dieci anni consecutivi il miglior aeroporto del nord America dai lettori delle riviste Business Traveler Magazine (negli anni 1998-2003) e Global Traveler Magazine per gli anni 2004-2007.

L’aeroporto risale alla seconda guerra mondiale (1942/43) e nasce come centro di produzione degli aerei Douglas C-54 in una località denominata Orchard Place a 27 km da Chicago. Agli inizi degli anni ’50 progressivamente sostituì l’aeroporto di Chicago-Midway diventato troppo affollato ed obsoleto, in quanto non in grado di gestire la nuova generazione di aerei a reazione (DC-8 e Boeing 707).

L’aeroporto è composto di 4 terminal collegati fra loro da un sistema monorotaia sospeso.

Benché l’aeroporto sia collegato con la città da treni e bus e la strada sia sempre trafficatissima, noi di solito noleggiamo una macchina all’arrivo per utilizzarla durante tutto il soggiorno. Mi ricordo che una volta in occasione di un meeting organizzato da una società americana, che rappresentiamo tuttora in Italia, mio marito noleggiò una Mustang rossa decappottabile. Non comoda ma di grande scena e mi divertii un sacco a fare la diva scendendo e salendo su questa bellissima e scomodissima automobile, che comunque attirava l’attenzione.

Normalmente comunque noleggiavamo macchine più consone al clima della città (freddissimo di inverno, tocca anche i 35 gradi sottozero) e caldissimo e afoso d’estate (37-38 gradi).

La città è chiamata “the windy city” perché è sempre spazzata dal vento, che arriva dall’artico e non incontra ostacoli fino al lago Michigan, su cui si affaccia.

Quando si parla di Chicago di solito la maggior parte della gente pensa ad Al Capone o ai macelli o mattatoio (Union Stock Yard), che qui sorgevano (dal 1865 al 1971) ed erano una importante industria locale.

In realtà la città ha tantissimo da offrire in termini culturali e panoramici.

La Chicago moderna con le sue meraviglie architettoniche ha origine da una tragedia: l’incendio del 8-10 ottobre del 1871 che di fatto rase al suolo l’abitato. 300 morti e quasi 100,000 senza tetto. Il fuoco si diffuse in maniera così devastante per via del legno, larghissimamente usato nella costruzione degli edifici, per via del vento con direzione nord ovest e per via della forte siccità di quel periodo, senza contare che anche l’amministrazione cittadina reagì con ritardo.

Uno dei pochi edifici sopravvissuti a quel disastro fu la torre dell’acqua, realizzata per contenere la pompa che attingeva acqua dal lago Michigan. È in pietra calcarea, alta 55 metri e la seconda torre idrica più antica degli Stati Uniti. È un simbolo della città pre-incendio, ed io me ne innamorai all’istante prima ancora di sapere la sua storia. Infatti arrivandoci dalla Michigan Avenue, ci si trova di fronte questa costruzione in una piazzetta, circondata da grattacieli di vetro e acciaio.

Ha un aspetto un po’ anacronistico con le mura in bugnato calcareo, che ricorda un castello medievale in miniatura. Il contrasto con gli edifici che la circondano potrebbe dirsi stridente, ma a me sembrò un baluardo di un passato che resiste al tempo. Tra l’altro è molto suggestiva anche di notte con l’illuminazione, che me la fece apparire come dimora di fate e gnomi atterrata in mezzo alla modernità, quasi un ritorno al futuro in pietra.

Tornando alla ricostruzione, dopo l’incendio, fu questa che diede origine alla Chicago, che oggi conosciamo, facendone una delle più importanti città americane.

Immediatamente dopo il fuoco devastante già fervevano i lavori e nascevano nuovi e magnifici edifici.
Il primo grattacielo della storia nacque proprio allora (la Home Insurance Building).

Una delle conseguenze dell’incendio fu infatti la nascita della scuola di Architettura di Chicago, sviluppatasi all’indomani della distruzione e a cui parteciparono due generazioni di ingegneri e architetti, promuovendo una serie di canoni distintivi e innovativi, quale l’utilizzo di strutture in acciaio come elemento portante degli edifici, larghe aree di finestre a ripetizione e l’eliminazione quasi totale delle decorazioni esterne. Fecero anche ricorso a rivestimenti in terracotta e all’introduzione di qualche elemento neoclassico come le colonne. Infine la scuola diede i natali anche alla “Chicago window” (la finestra di Chicago), che si caratterizza dalla divisione in tre parti: un largo pannello centrale in vetro affiancato a due più strette aperture dello stesso materiale.

Il volto alla città odierna venne dato, come detto,  proprio dagli architetti che fecero parte di questa scuola tra cui spiccano Dankmar Adler e Louis Sullivan ai quali si deve l’Auditorium (1889), il prolifico Daniel Burnham, che ha firmato alcuni degli edifici più iconici di Chicago come la Union Station (indimenticabile per aver fatto da sfondo alla famosissima sparatoria del film “Gli intoccabili” di Brian  De Palma)

e il Field Museum, lo spettacolare museo di Storia Naturale,  il più grande che abbia mai visto, che ospita in una sala, che per dimensioni sembra la piazza rossa di Mosca,  il famosissimo e più completo scheletro al mondo del Tyrannosaurus rex. Io non sono una fan dei dinosauri, ma davanti a questo restai a bocca aperta e finii per girare affascinata tra i reperti insieme a ragazzini entusiasti e ad adulti in ammirazione.

Ma molte altre meraviglie ospita il museo, tra cui una serie completa di reperti umani, che includono manufatti dell’antico Egitto, del nord-ovest del Pacifico, delle isole del Pacifico e del Tibet, della cui cultura, storia e storia naturale sono una appassionata.

Ma poi tra gli animali di grossa taglia qui conservati ci sono i due leoni mangia uomini dello Tsavo (sulla loro storia ci sono un film e un libro famosi).

Di questi due leoni che assalivano gli umani impegnati nella costruzione della ferrovia Nairobi-Mombasa all’altezza del parco Tsavo, sapevo tutto, avevo letto tutto ed avevo anche visto i luoghi dove si era svolta questa tragica ed epica avventura. Quindi fu con grande emozione che mi ritrovai davanti a queste due enormi bestie, qui conservate, anche se di solito detesto la vista degli animali impagliati.

A proposito di questi due leoni, c’è ne è anche la versione in bronzo proprio a Chicago all’ingresso di un altro stupefacente museo “l’Art Institute “.

Fanno da guardia all’edificio (sono opera dello scultore Edward Kemeys) e mi ci fermai facendomi immortalare con una foto davanti a uno dei due e spendendo qualche minuto a rimirarli prima di entrare in questa perla di museo.

L’Art Institute è una delle più grandi e antiche raccolte d’arte degli Stati Uniti. Ospita una immensa quantità di opere, sia come numero che come valore e importanza, , che si raggruppano in 11 collezioni, che spaziano dall’arte africana, a quella asiatica e americana, dall’antico Egitto, agli etruschi, all’arte greca, romana e bizantina, per passare poi all’arte europea dal medioevo ad oggi, con sculture, dipinti, mobili, ceramiche, oggetti in metallo, vetro, smalto e avorio, una collezione di arte fotografica dalla sua nascita nel 1839 ad oggi e poi tessuti che vanno dal 300 a.C. ai giorni nostri.

Basterebbe comunque la collezione di impressionisti a farne un museo di eccezione ed in effetti mi persi tra Van Gogh (la camera da letto e l’autoritratto sono tra le meraviglie), Seraut, Renoir, Mary Cassatt, Monet, Manet, Gauguin, Berthe Morissot e potrei andare avanti per pagine, per poi passare a Picasso, a Magritt,e etc.

Quello che però va sottolineato è la grande professionalità e abilità con cui sono gestiti i musei americani in genere e quelli di Chicago in particolare.

Il visitatore viene preso per mano e accompagnato in percorsi museali fruibili e piacevoli, impresa tanto più difficile quanto più numerose ed eterogenee sono le opere e tanto più ampi sono gli spazi temporali coperti.

Per dare un’idea di quanto siano impeccabili, amichevoli e piacevoli le visite a queste gallerie, dove viene dato alle opere tutto lo spazio necessario e dove l’esposizione viene curata nei minimi dettagli, citerò una mostra temporanea, che visitai in una delle mie permanenze in città.

Era una retrospettiva su Henri de Toulouse-Lautrec e Montmartre. La mostra voleva porre il grande pittore nel contesto del quartiere parigino in cui aveva operato ed includeva quadri, manifesti, opere di altri suoi contemporanei, con lo scopo di dare una visione e una dimensione più completa alla sua opera, alla sua vita e al suo genio.

All’ingresso incrociai un francese, che usciva dopo aver visitato la mostra, che si fermò alla biglietteria per esprimere la sua ammirazione e congratularsi: “non ho mai visto niente di simile nemmeno a Parigi” e questo detto da un francese mi sorprese non poco. Entrai, completai la visita e compresi in pieno l’entusiasmo del visitatore francese. Ho visto migliaia di mostre in giro per il mondo, nei migliori musei europei e anche americani, ma in assoluto questa mostra fu una delle più belle mai viste e una di quelle che ricordo a distanza di anni in dettaglio, tanta fu l’impressione che mi destò.

Sui musei di Chicago ci sarebbe tanto altro da dire a incominciare dal Adler Planetarium, ma Chicago non è solo questo e quindi voglio tornare sulle sue strade, come la Michigan Avenue, “The Magnificent Mile” come è soprannominata. Si tratta della strada dello shopping per eccellenza con più di 460 negozi tutti di alto livello con sfavillanti vetrine e tutte le grandi marche in mostra e si snoda dal Lake Shore Drive (il lago è il Michigan ovviamente) all’interno del centro storico (sì, stranamente per una città americana, qui esiste un centro storico). Ma non è questo il suo principale fascino, almeno per me.

Infatti su questo miglio delle meraviglie, attraversato dal fiume Chicago, si affacciano importanti e iconici edifici, quali il Wrigley Building proprio a ridosso del fiume, a pochi metri dal Michigan Avenue Bridge.

Si tratta di un edificio strano, che spicca tra gli altri ed io lo trovo bellissimo sia di giorno che nella illuminazione notturna.

Progettato dallo studio di architettura Graham, Anderson, Probst & White, voluto dal magnate della gomma da masticare William Wrigley Jr. come suo quartier generale, è stato realizzato usando come base la forma della torre Giralda della Cattedrale di Siviglia su cui si sono innestati elementi rinascimentali francesi. L’edificio si compone di due torri di diversa altezza, che sono collegate da passaggi al piano terra, al terzo piano e al quattordicesimo piano. Sulla torre più alta (30 piani) c’è un orologio con le facce rivolte in tutte le direzioni.

Quello che a mio parere lo rende così peculiare, a parte la forma, è il fatto che l’intero edificio è rivestito di terracotta invetriata, che rende la sua facciata bianca scintillante.

Due curiosità: l’intero edificio viene lavato a mano proprio per preservare la terracotta ed inoltre il Wrigley Building è stato il primo edificio per uffici della città con aria condizionata.

A proposito di edifici particolari, a poca distanza dalla Michigan Avenue finimmo a camminare in piazza Merchandise Mart, dominata da un edificio gigantesco, che attira l’attenzione anche per la sua bellezza. Si tratta appunto del Merchandise Mart, una struttura Art Deco opera dello studio di architettura Graham, Anderson, Probst and White (Alfred P. Shaw era a capo del progetto) voluta da Marshall Field & Co. e inaugurata nel 1930.

Con i suoi 372,000 m2 di occupazione del suolo, era l’edificio più grande al mondo e lo è rimasto fino al 1943 anno in cui è stato terminato il Pentagono a Washington. Ciò che me lo fece rimanere impresso ancora di più fu la storia o meglio la voce di corridoio, che mio marito mi raccontò. Si dice (non ci sono prove) che uno dei motivi che fece acquistare il palazzo alla famiglia Kennedy, alla fine della seconda guerra mondiale (1945/1946), fosse una “guerra fra “tycoon”. A un certo punto i Kennedy avrebbero voluto donarlo alle Nazioni Unite come propria sede, ma arrivò John D. Rockfeller e Nelson Rockefeller a rovinare i loro piani, donando il palazzo di vetro di New York, che venne preferito come sede delle Nazioni Unite.

Ma torniamo sulla Michigan Avenue con al centro, almeno quando la stagione lo permette, aiuole di magnifici e  curatissimi fiori, dove si incontra la sede del Chicago Tribune (il quotidiano di Chicago)  il già menzionato “Art Institute”, la torre dell’acqua e il grattacielo da cui si ha una spettacolare vista sulla città e sul lago: il John Hancock Observatory.

Dal 94° piano percorrendo lo skywalk (un corridoio in vetro) si ha la città ai propri piedi e si ha una perfetta percezione della magnifica architettura e della disposizione della città, con uno sguardo ampio sul lago e su Lincoln Park, il polmone verde di Chicago con il suo laghetto nascosto. Mio marito, che da ragazzino abitava in quella zona, mi ha raccontato di come andasse a scuola a piedi d’inverno, portandosi i pattini, così all’uscita da scuola si fermava sul laghetto ghiacciato a pattinare con i suoi compagni, ed era una abitudine invernale a cui, non faccio fatica a crederlo, era molto affezionato. Per me che, vivendo a Milano ed essendo appassionata di pattinaggio, avevo come unica possibilità di andare a pattinare al palazzo del ghiaccio in via Piranesi questa vista era sempre fonte di grande invidia e immaginavo quanto diverso e divertente fosse correre o volteggiare sui pattini tra il verde, malgrado il freddo polare.

Ho accennato al fiume Chicago che nel suo corso cittadino è attraversato da molti ponti mobili per permettere il transito dei vari natanti. Forse il mio preferito è il La Salle Street Bridge con la sua struttura color marrone ruggine e con il palazzo con l’orologio dello stesso colore alle spalle.

Una volta trovai il sole, che avvolgeva di luce il ponte e gli edifici, incluse le torri gemelle del Marina City subito dietro, anche chiamate the corn cob (pannocchia) per la loro struttura a lamelle. È un punto di riferimento della città disegnato dall’architetto Bertrand Goldberg, che trovo molto originale.

Ma tornando al fiume Chicago ci sono un paio di particolarità che lo rendono famoso. La prima è che nel 1900 per risolvere i rilevanti problemi di inquinamento delle acque del Lago Michigan, si decise di mettere in atto una impresa di ingegneria molto innovativa: invertire il corso del fiume costruendo un canale che lo collegò al fiume Illinois. La seconda è che nel giorno di san Patrizio (17 marzo festa nazionale irlandese) il fiume si tinge di verde in omaggio alla rilevante comunità irlandese presente in città.

Infine non si può essere a Chicago e non andare ad ammirare il suo skyline dalla riva del lago all’altezza del planetario.

Il luogo è così pittoresco e di grande impatto che è diventato il passaggio obbligato per le coppie appena sposate, che si recano lì per le foto di rito con alle spalle i grattacieli, che si riflettono sull’acqua.

Naturalmente trascorrendo del tempo a Chicago ci si imbatte nella “L” (che sta per Elevated), ovvero la metropolitana che viaggia sopraelevata (conosciutissima quella del Loop) e quasi sempre in superficie.
È un altro “landmark” di Chicago, oltre ad essere la terza più trafficata degli Stati Uniti ed il secondo sistema di trasporto rapido più antico in America (risale al 1892).
Due delle sue linee sono operative 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana.

Ma Chicago è anche una città di vita mondana e di musica. I suoi ristoranti smentiscono alla grande lo stereotipo che negli States si mangi male.

I primi anni che ci andavamo mio marito considerava un rito la cena al Lawry’s, che offriva una imperdibile bistecca con la jacket potato, condita dal cameriere al tavolo (la jacket potato è una patata avvolta nella stagnola e cotta al forno e poi aperta bollente e condita con panna acida, erba cipollina e bacon), oltre a una varietà di pesce in un ambiente tutto cristalli e specchi, molto elegante. Purtroppo col tempo era diventato un po’ troppo turistico e aveva perso il suo servizio impeccabile e la sua eccelsa qualità. Alla fine dopo 46 anni ha chiuso i battenti il 31 dicembre 2020.
Ma di posti ottimi ce ne sono molti, io ricordo una cena con una coppia di amici al Fogo de Chão, un ristorante brasiliano assolutamente eccellente sempre vicino alla Michigan Avenue.

Ma mi capitò anche un episodio che merita di essere raccontato perché mette in evidenza le differenze culturali e culinarie in cui ci si imbatte ogni tanto.
Io, per regola, non mangio mai in ristoranti italiani all’estero, anzi li evito accuratamente. Successe però che, in occasione di un meeting internazionale, il nostro anfitrione americano organizzò la cena da Giordano’s, famosissimo per la sua celebre “deep dish” pizza.

C’è sempre la fila e bisogna prenotare con settimane di anticipo e tutti i partecipanti erano entusiasti di assaggiare la pizza più famosa di Chicago. L’anfitrione si scusò personalmente con me, dicendo che capiva che, come italiana, non avrei apprezzato, ma aveva dovuto accontentare tutti gli altri che, non essendo italiani, non sapevano cosa fosse una vera pizza napoletana.

Non descriverò questa specie di torta salata con dentro di tutto dagli spinaci, al salame piccante, ai sottaceti, che nemmeno nei miei incubi peggiori avrei chiamato pizza, ma la serata fu un successo e addirittura i partecipanti chiesero il doggy bag (abitudine americana di farsi incartare e portare a casa gli avanzi della cena). Io tra me e me mi chiedevo come un piatto, che trovavo decisamente non di mio gusto appena sfornato, potesse essere il giorno dopo.

Non si può chiudere una descrizione, per quanto incompleta, di Chicago senza menzionare la sua musica.
Chicago è sempre stata un centro nevralgico nel panorama musicale americano specie per la musica Jazz e per il Blues.

A seguito della migrazione afroamericana dagli stati del sud, verificatasi all’inizio del ‘900, il Blues, musica tipica del bacino del Mississippi, è sbarcato a Chicago sviluppandosi e creando un vero e proprio Chicago Style.

I locali dove si suonava il Blues venivano chiamati “Rent Parties” o “House Parties” (piccole feste) e gli afro-americani (ma anche altre etnie) vi si ritrovavano per ballare e divertirsi.

L’interesse per il Blues si è progressivamente diffuso anche tra i bianchi e ha innescato un forte revival a partire dagli anni sessanta. Ancora oggi, il Blues continua ad affascinare musicisti di ogni età e la città di Chicago organizza ogni anno, in estate, un prestigioso Blues Festival dove si esibiscono artisti di fama internazionale.

Ma Chicago è stata anche uno dei primi luoghi del Rock’n’roll. Chuck Berry il 21 maggio del ’55 incise il suo primo successo, Maybellene, che, secondo molti, è la prima canzone Rock’n’roll della storia, e la prima canzone Rock’n’roll ad avere un testo poetico.

A Chicago poi hanno sede alcune fondamentali istituzioni del rock alternativo quali il power-pop, il post-hardcore, l’industrial metal, il post-rock e l’alternative country.

Tutto questo lascia comunque ampio spazio alla musica classica e lirica.

Infatti la Chicago Symphony Orchestra (attualmente diretta da Riccardo Muti) è una delle principali orchestre americane e mondiali e la sua sede il Symphony Center si trova, guarda un po’, sulla South Michigan Avenue ed è opera dell’architetto Daniel Burnham.

La città è densa di storie, di locali, di luoghi di cult come ad esempio il “Second City”, un club, una scuola di improvvisazione e di teatro (frequentato anche in passato da John Belushi e Dan Ackroyd), che ogni sera mette in scena opere e sketch dal vivo. L’edificio dove si trova il Second City sulla Wells Street ha dei bassorilievi (opera di Louis Sullivan) all’entrata. Questi bassorilievi si trovavano originariamente su un edificio (lo Schiller poi Garrick Theater del 1891), che andò in demolizione nel 1961, ma per la loro bellezza furono salvati e il Second City li fece collocare sul suo portico d’ingresso.

Insomma per concludere Chicago è una città che non stanca mai, piena di vita, di attività e di curiosità. Un posto che mi manca tanto e da cui manco da un po’ e dove spero di poter tornare presto.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice