Zimbabwe: Licaoni a caccia nel Mana Pools

Sono sempre stato attratto dagli animali e da tutte le bellezze che la natura regala a coloro che visitano il continente africano.  Con il tempo questa urgenza è diventata una filosofia che mi ha spinto a “scoprire” nuove destinazioni e mi ha portato lontano nel mondo e soprattutto in tanti “angoli africani” che ora compongono il mosaico del mio cuore e dei miei ricordi.  Un giorno tra le tante avventure, sono arrivato nel parco di Mana Pools, nello Zimbabwe.

Il parco misura 2.100 km2, si trova in una valle lungo il fiume Zambezi. Si tratta di territorio spettacolare che offre scorci di rara bellezza e paesaggi mozzafiato impreziositi dalle montagne della Rift Valley che trovandosi, sulla riva opposta del fiume, appartengono allo Zambia.

La parola “Mana” in lingua Shona significa “Quattro”. Sono infatti quattro, le piscine naturali che caratterizzano questa zona del parco e i loro nomi sono: Main, Chine, Long e Chisambuk. Queste piscine naturali trattengono l’acqua tutto l’anno e attirano animali di ogni specie, assicurando a chiunque si avventuri da queste parti, incontri indimenticabili. Si possono facilmente ammirare bufali, elefanti, giraffe, kudu, eland (una specie di antilope), zebre ed una moltitudine di uccelli. I predatori, ovviamente non mancano: Leoni ce ne sono in grandissima quantità; leopardi, ghepardi invece, si avvistano con maggiore difficoltà, ma il fiore all’occhiello di questo parco sono i licaoni o altresì chiamati wild dog.

A Mana Pools non si usano Jeep, il safari si fa a piedi e si chiama “Walking Safari”. La Jeep si avvicina agli animali che si vuole vedere e poi da quel punto si prosegue a piedi, guidati da un ranger armato di fucile e pistola. Un’emozione diversa, adrenalinica che soprattutto ti permette di avvicinarti moltissimo agli animali, regalandoti la possibilità di vederli di vivere incontri – molto – ravvicinati. 

In ottobre è ancora peak season, la stagione alta, in questo periodo c’è una sola certezza e non è affatto piacevole: il caldo è quasi insopportabile. Ancora una volta parto con il mio compagno di avventure: Stefano. Siamo cacciatori di immagini e per questo innamorati dell’Africa. Obiettivo di questa nuova avventura, è fotografare il licaone, magari da una distanza ravvicinata o magari, se saremo fortunati mentre sta cacciando.  Arriviamo ad Harare la capitale dello Zimbabwe, ci aspetta una notte rigenerante prima di iniziare l’avventura.

Higland house Harare

Come tutte le città Africane il colpo d’occhio non fa impazzire, le case sembrano distribuite con architetture buttate li a caso e la cura nel dettaglio di certo qui non è una priorità, ma non mi importa perché qui per me, è casa. Il giorno seguente partiamo presto alla mattina. Ci imbarchiamo su un piccolo aereo da turismo che coprirà la distanza fino a Mana Pools, in un ora e mezza circa, il cielo africano sopra di noi e sotto casette che si alternano a spazi di vegetazione sconfinata poi si atterra su una striscia di terra. All’arrivo il ranger del “African Bush Camp” ci attende e ci porta con una Jeep al nostro campo: Zambezi Expedition.

Abbiamo trascorso tre giorni meravigliosi in questo campo. Abbiamo vissuto esperienze uniche, tra le tante ricordo la gita in canoa durata 3 ore e mezzo lungo lo Zambezi. Questa crociera ci ha permesso di immortalare gli elefanti quando si alzano sulle zampe posteriori e fanno lo “Stend up” per mangiare i frutti dell’albero delle Salsicce, ma di questo racconto ne parleremo in un altro articolo, ora dobbiamo concentrarci sui Licaoni.

Il quarto giorno, ci svegliamo prima del solito, il buio è ancora il protagonista in cielo. La guida ha detto che non lontano da noi, è stato avvistato un branco di licaoni. Sembra che stiano andando ad abbeverarsi e non è inusuale che alle prime luci dell’alba possano anche prevedere una sortita di caccia. Un caffè veloce e siamo nella jeep. 25 minuti di strada ci separano da questo incontro tanto atteso. A noi sembra che si tratti di un tempo interminabile, non vediamo l’ora di arrivare sul posto e di godere dello spettacolo. Finalmente arriviamo, scendiamo dalla macchina e in perfetta fila indiana, nel silenzio più assoluto, ci muoviamo nel bush. Con nostra grande sorpresa, invece che gli animali vediamo due persone accovacciate che hanno macchine fotografiche super professionali, inevitabile il confronto con la nostra attrezzatura e il risultato non lascia alibi e dubbi, perdiamo 10 a 0. Non ci perdiamo d’animo e cerchiamo un punto in cui poterci appostare scambiandoci solo velocissimi sguardi.

Una di queste persone si volta per salutare, rimango pietrificato, perché l’ho riconosciuto, si tratta di Jens Cullman: un fotografo naturalista tedesco famosissimo, un personaggio “super cool”, riconoscibile perché porta una barba lunghissima. Le sue foto sono eccezionali, gli scatti con i colori caldi sono la sua specialità. Non possiamo che fargli i complimenti ed informarlo che siamo suoi “follower” su Instagram e che lo apprezziamo molto. Oggi la notorietà si misura anche dai social media. Quattro risate a denti stretti per non fare troppo rumore ed una fotografia insieme suggellano la nostra nuova amicizia. Avendo capito di chi si tratta, le cose cambiano e ci appiccichiamo a lui come carta moschicida, ogni suo passo diventa il nostro, il branco non è lontano lo sentiamo, lui sfida le distanze, si avvicina silenziosamente senza infastidire gli animali e noi dietro.

Me, Jens and Stefano

Il tempo passa senza rendercene conto. Sullo sfondo compare un gruppo di Impala, si tratta di gazzelle che in africa sono il cibo “pret a porter” per tutti i carnivori e anche in questo caso, si tratta di uno tra i cibi preferiti dei licaoni. Aspettiamo, cerchiamo di capire le loro intenzioni, studiando ogni mossa del branco. Il comportamento dei Wild Dog per Jens è prevedibile, lui ne sa certamente più di noi. Li osserva mentre si abbassano, mentre si allungano per stirarsi e mentre drizzano le orecchie e poi? La caccia ha inizio. Il branco dei Licaoni parte in direzione degli Impala.

Jens si alza e come posseduto da una forza invisibile inizia a correre freneticamente dietro al branco. Noi abbiamo un attimo di stordimento, non capiamo molto bene cosa stia succedendo, ma senza che la ragione guidi i nostri gesti, partiamo entrambi con la medesima foga, in una corsa perdifiato all’inseguimento di Jens e dei Licaoni.

Il nostro ranger ci segue a distanza con il fucile spianato. I ritmi della corsa, sono tutti diversi tra di noi, chi corre più forte, chi più piano, chi ha il fiato e chi no. Jens ci ha distanziato ci separano da lui 120/140 metri, Stefano è rimasto indietro, non so dove sia. La guida, il nostro protettore, è ad almeno 200 metri dal sottoscritto. Un pensiero attraversa la mia mente mentre corro, capisco che dietro ogni albero potrebbe esserci un animale pronto a trasformarmi nella sua colazione, ma è l’adrenalina a darmi forza, e con una punta di follia, mi sento – addirittura – parte del branco. Sono a caccia anche io, e quella sensazione è difficile da descrivere, ma la sento come una spinta potente in me. Ad un certo punto rallento, non per paura ma perché il fisico non mi permette di spingere di più. Dietro un cumulo di terra, a 5 metri da me, scorgo due cuccioli di licaone che stanno correndo verso i genitori, sanno che una volta divorata la preda la rigurgiteranno per sfamarli. Ci sono qui anche io, che emozione.

Seguo i cuccioli e raggiungo finalmente il resto del branco. Hanno appena accerchiato la preda. Assisto ad una delle uccisioni più drammatiche che io possa ricordare. I licaoni uccidono la preda, smembrandola e non soffocandola come fanno la maggior parte dei predatori, non si accontentano semplicemente di uccidere.

Dopo che la vita ha abbandonato l’Impala, sono in otto a reclamare la loro parte. Io sono a non più di 10 metri e fotografo quel banchetto che rimarrà sempre nei miei occhi. Dopo un po’ di tempo il branco perde di interesse verso la preda e si allontana. Quello che resta di quell’Impala adesso spetta ad altre categorie di animali che presto arriveranno.

Ci ricompattiamo anche noi, soddisfatti per lo spettacolo a cui abbiamo assistito e per averlo condiviso con una star della fotografia dal calibro di Jens Cullman. Se non ci fosse stato lui, probabilmente, non avremmo mai trovato il coraggio per fare quella corsa nel Bush, solo dopo abbiamo scoperto di aver corso e camminato per 6 Km.

Rientriamo al nostro campo, inebriati dalla tanta gioia accumulata, festeggiamo con una birra fresca e con il solito sigaro di Stefano, ci abbandoniamo sulle amache, facendoci cullare dallo scorrere senza tempo delle acque del fiume Zambesi.

Massimo Malavasi