DCIM100MEDIADJI_0044.JPG

Più Bianco Non Si Può: la sabbia immacolata di Watamu

Prima che iniziassi a viaggiare “seriamente”, ho girato il mondo con le ali della mente dedicandomi alla lettura. Un po’ di saggistica e tanta tanta letteratura. I grandi scrittori americani sono stati tra i miei autori preferiti, e tra questi un posto importante nelle mie letture lo ha occupato Ernest Hemingway. Sarà forse per questo che il mio primo viaggio intercontinentale di circa trent’anni fa è stato in Kenya, dove lo scrittore trascorse un periodo della sua vita insieme alla moglie Pauline negli anni ’30 del secolo scorso. Da quell’esperienza nacquero due capolavori della letteratura mondiale come “Verdi Colline d’Africa” e “Le Nevi del Kilimanjaro”.

Durante la sua permanenza in Kenya, Hemingway non si limitò a visitare Nairobi e le savane dove ambientò i suoi racconti, ma si spinse anche sulla costa tra Mombasa e Malindi. Appassionato di pesca d’altura, organizzò diverse sessioni di caccia allo squalo e al marlin.

In una di queste uscite in mare, salpando dal porto di Malindi, decise di oltrepassare la barriera corallina, e si diresse per due decine di miglia verso sud arrivando fino a quello che allora era soltanto un villaggio di pescatori, ed oggi è una destinazione turistica tra le più famose dell’Oceano Indiano: Watamu, il cui nome in lingua Swahili significa “gente dolce”.

Hemingway rimase letteralmente incantato dalla strepitosa bellezza di quel posto, tanto che in seguito ebbe a scrivere tra i suoi appunti di viaggio: “Non riuscivo a convincermi che fossimo di colpo arrivati in un luogo così meraviglioso, un luogo dal quale si doveva uscire come da un sogno, felici di aver sognato”.

Posso testimoniare che è davvero così: la spiaggia di Watamu ha la sabbia più bianca, di un candore accecante, ed impalpabile, quasi fosse farina, che abbia mai conosciuto. Il lungo tratto di spiaggia è in realtà un susseguirsi senza soluzione di continuità di ben nove baie: Short beach, Garoda beach, Long beach, Turtle bay, Blue Lagoon bay, Watamu bay, Ocean breeze, Kanani reef, e Jacaranda beach, le cui acque sono di una trasparenza che ho visto soltanto nella mia Sardegna, e che ti consentono di fare snorkeling anche senza l’ausilio di una maschera subacquea.

All’estremità meridionale si apre una profonda insenatura chiamata Mida Creek, le cui verdi sponde sono ricoperte da una fitta foresta di mangrovie.

Grazie al quotidiano gioco delle maree, poco al largo della costa, si formano degli atolli di sabbia bianchissima, talvolta raggiungibili anche con una breve camminata in acqua, o quando la marea e’ troppo alta a bordo di un barchino locale noleggiabile a poco prezzo.

Tutta la fascia costiera ed il mare antistante fanno parte, fin dal 1968, del cosiddetto Parco Nazionale Marino e Riserva di Watamu, per una superficie complessiva di circa 42 Kmq, dei quali ben 1.000 ettari sono ubicati in mare, fino a comprendere la ricchissima barriera corallina oceanica.

Nel suo entroterra, a circa 7 km. dalla costa, è possibile visitare l’area archeologica di Gede, uno dei siti più antichi dell’intera Africa, dove è possibile entrare in contatto con una cultura ancestrale, con i suoi edifici (oggi abitati da colonie di scimmie) che sono la testimonianza ancora viva delle stupende radici della civiltà Swahili.

Mi piacerebbe poter festeggiare il trentesimo anniversario del mio primo grande viaggio tornando a visitare Watamu in tutto il suo splendore, e tuttora non dispero di riuscire a farlo. Ritroverei anche una persona speciale, l’amico Guido Bertoni, un italiano a quei tempi direttore del villaggio dove alloggiavo a Watamu, ed oggi proprietario dei resort Garoda e Kobe Suite. Ricordo che una volta i suoi genitori, che mi hanno ospitato diverse volte nella loro bella casa di Malindi, mi portarono a visitare i terreni fronte spiaggia dove di li a poco sarebbero sorti i due resort. Con loro ho trascorso dei momenti indimenticabili, ed ora che purtroppo non ci sono più, vorrei ricordarli con un saluto speciale: Grazie Paolo e Maria Antonietta  per avermi accolto come un figlio. Che la terra Vi sia lieve.

Daniele Cugurullo