Estate Vietnamita

La porta del pullman si aprì e un’aria nettamente più fresca e leggera di quella di Hanoi ci accolse. Dopo una notte passata su uno sleeping bus, che ci era stato venduto come un comodo ed economico passaggio per raggiungere la parte nord del Vietnam (comodo se sei alto meno di 1,70 metri) raggiungiamo Sapa, una città situata tra le montagne di Hoàng Liên, una meraviglia della natura che si affaccia su una vallata con sterminati campi di riso terrazzati. Originariamente era un’area dove i coloni francesi si rifugiavano per sfuggire all’afa cittadina, oggi è un luogo molto frequentato dai turisti per fare trekking ed entrare in contatto con le comunità locali.

Avendo già prenotato un’escursione tramite una piccola agenzia locale, al nostro arrivo veniamo accolti dalla nostra guida, Sai, una ragazza di 23 anni, parte della comunità degli Hmong, un gruppo etnico asiatico che vive tra la parte sud della Cina e la parte nord del Vietnam. Il trekking prevedeva un cammino di circa cinque ore partendo dalla città di Sapa fino ad arrivare ad piccolo villaggio locale dove avremmo passato la notte. Molte famiglie infatti mettono a disposizione la loro abitazione e cucinano la cena per i turisti.

Durante il cammino incontriamo altre due donne Hmong, Mimì e Cocò, di 65 e 67 anni, che ci accompagnano fino al villaggio. Le loro mani sono blu come l’indaco, e ci spiegano che è dovuto alla tintura che utilizzano per realizzare i tessuti che indossano. Parlano inglese molto bene, più della media vietnamita grazie al turismo che è una delle principali fonti di sostentamento per la regione. Hanno entrambe figli, come li ha Sai: le donne Hmong si sposano e diventano madri molto presto. Nessuna di loro ha mai lasciato la valle di Sapa, neanche per andare ad Hanoi che dista solo 6 ore di pullman.

Devo ammettere che provo quasi un po’ di invidia per questa popolazione, che vive immersa nella natura e nelle proprie tradizioni, senza domandarsi cosa ci sia al di là delle montagne. Hanno un loro equilibrio che nessuno fino ad ora ha rovinato. Anche loro sembrano molto interessate a noi: ci chiedono di fare delle foto insieme (che resteranno però nei nostri cellulari). Sono colpite dal nostro aspetto occidentale, ci chiedono quanti anni abbiamo e addirittura quanti anni hanno i nostri genitori, se siamo sposati e se abbiamo figli.

In occidente ci definiamo in base al lavoro che facciamo, a Sapa sembrano invece farlo in base alla famiglia. Gli scatto una foto con una Fuji istantanea, come ricordo della loro amicizia e di noi.

La guardano e riguardano colpite, e continuano a ripetere “Beautiful Picture!”


Dopo un percorso attraverso un piccolo boschetto e alcune vallate, attraversiamo dei piccoli villaggi dove possiamo notare la vita locale fatta di semplicissimi rituali agricoli. Alcuni bambini giocano nelle risaie e i panni sono stesi al sole. È tardo pomeriggio quando raggiungiamo finalmente alla nostra Homestay. Siamo stanchi, sudati e sporchi.

Il lungo tragitto solo il sole (fortunatamente il monsone estivo era passato solo un paio di giorni prima) e la sveglia presto ci avevano stremati ma eravamo talmente elettrizzati da tutto quello che avevamo visto e sentito e decidemmo di noleggiare dei motorini in una casetta lì vicino, e senza meta ci inoltrammo in strade malconce, districate tra colline, terrazzamenti o piccoli ponti che superano dei corsi d’acqua e zone ombreggiate dagli alberi. Raggiungemmo infine un’altura da cui era possibile godersi il tramonto. Le risaie si tinsero di un giallo caldo. Se non fosse per il rumore dell’acqua e il canto di alcuni uccelli ci sarebbe un silenzio totale. Un senso di pace ci pervase mentre il sole lascia spazio alla sera.

Alberto Mora

Art Director