Nel suo diario di viaggio pubblicato nel 1909 con il titolo “in Laos and Siam” la scrittrice francese Marthe Bassenne così descriveva la città di Luang Prabang: “Oh che incantevole paradiso del dolce far niente è racchiuso qui, in questo luogo protetto, grazie alla forte barriera del fiume, dal progresso e dall’ambizione! Riuscirà Luang Prabang a essere, in questo nostro secolo di scienze esatte, di facili guadagni e di strapotere del denaro, il rifugio degli ultimi sognatori, degli ultimi amanti e degli ultimi trovatori?”






Ci sono dei posti al mondo dove ci piacerebbe andare a trascorrere il resto della nostra vita. Credo che ognuno di noi abbia il suo posto del cuore, che spesso coincide con il proprio paese o città natale, ed io personalmente devo ammettere di averne anche più di uno. Ma se mi venisse proposto di scegliere obbligatoriamente un posto dove trasferirmi, mi iscriverei senza pensarci troppo al partito degli “ultimi sognatori” per andare a vivere a Luang Prabang in Laos.
Situata alla confluenza dei fiumi Nam Khan e Mekong a 700 metri di altitudine, ed interamente circondata da montagne abitate da gruppi di minoranze etniche, la città ha il nome ufficiale di “Nakhon Luang Prabang”, ma viene comunemente chiamata “Muang Luang”.




La città fu la prima capitale del regno Lan Xang Hom Khao (letteralmente “regno di un milione di elefanti e il parasole bianco”), un vasto territorio che comprendeva l’attuale Laos e il nord-est della Thailandia, dal 1353 al 1560. In quell’epoca, e fino ai primi del Settecento, quel regno esercitava una posizione di dominio rispetto al resto del sudest asiatico. Poi avvenne che a causa delle lotte fra le diverse fazioni nobiliari il regno si disgregò e le sue province passarono sotto il controllo dell’allora capitale siamese Ayutthaya, finché alla fine dell’Ottocento non arrivarono i colonizzatori francesi a riunificare il Paese e ad inserirlo all’interno della cosiddetta Indocina Francese.
Per me Luang Prabang è un posto magico, dove sembra che il tempo si sia fermato. Il suo fascino è l’emanazione non soltanto dell’indiscutibile bellezza che risiede nel suo patrimonio artistico, architettonico e culturale, ma anche e soprattutto della magica atmosfera di pace e serenità che la pervade.
Mi piace passeggiare con tranquillità per Sisavangvong Road, ricca di bistrot e ristorantini, fare una sosta al mercato ortofrutticolo quando è giorno, ed a quello dell’artigianato la sera, oppure raggiungere gli argini del “rosso” Mekong ed imbarcarmi su una chiatta per raggiungere le vicine grotte di Pak Ou, che ospitano un’innumerevole quantità di statue ed icone, di ogni misura e stile, del Buddha.


Lungo il percorso, su entrambe le sponde del fiume, è bello imbattersi in una serie di villaggi, dove la gente vive ancora come un centinaio di anni fa, sostenendosi con la produzione di pregiati manufatti come ad esempio le giare in terracotta modellate per contenere il tipico distillato locale chiamato Lao Lao, oppure i coloratissimi filati in seta che vengono stesi ad asciugare al sole creando dei magnifici effetti cromatici.
Invece navigando sul Mekong in direzione opposta, a una trentina di chilometri da Luang Prabang, c’è una cascata a più sbalzi, chiamata Kuong Si, che precipita lungo formazioni di roccia calcarea su dei bacini di color turchese, e che per me rappresenta uno dei panorami naturalistici più affascinanti dell’intero sudest asiatico.


Ma in assoluto la rappresentazione plastica dell’atmosfera idilliaca che avvolge l’area di Luang Prabang non può non essere identificata con lo splendore dello stupa d’oro del Wat Chom Si, tempio che sorge in cima al Phu Si, un colle alto circa 100 metri posto al centro della città. Per raggiungere questo luogo così intriso di spiritualità bisogna percorrere una lunghissima scalinata, ma la fatica della salita viene immediatamente ripagata dalla magia del posto e dalla vista straordinaria che si gode da quell’altezza: all’ora del tramonto il contrasto cromatico tra le verdi montagne circostanti ed i tetti rossi e dorati dei templi sottostanti è qualcosa di strepitoso, che in un luogo così mistico in qualche modo ti induce, anche da laico, ad ammirare in religioso silenzio la perfezione del creato. Il Wat Chom Si è uno degli originari 66 templi (oggi ne sono rimasti 32) che hanno concorso a fare di Luang Prabang la destinazione turistica più visitata nel Laos. Ma oltre alla maestosità degli edifici religiosi, nei quali lo stile Lao si fonde con quello Thai, si possono ammirare altre costruzioni che sono dei veri esempi di assoluta bellezza architettonica: uno di questi è lo spettacolare Museo del Palazzo Reale, Haw Kham (palazzo d’oro).

Costruito nel 1904, all’inizio della dominazione francese, era la residenza del re Sisavang Vong. Le sue decorazioni ci riportano ai tempi splendidi della monarchia. Peraltro il palazzo, che unisce motivi architettonici laotiani all’architettura “Beaux-Arts” francese, ha una scalinata realizzata con il marmo di Carrara. Esattamente 25 anni fa, il 2 dicembre 1995, Luang Prabang venne dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”. Oggi ancora non si può, ma da domani vorrei tanto che questo posto unico al mondo venisse visitato dai cultori della bellezza. Quella assoluta.
Daniele Cugurullo


