Il più grande desiderio umano, suggerisce Sandor Marai nel suo romanzo “Ritratti di un matrimonio”, è quello di recuperare il senso di appartenenza e possibilità che si lega all’infanzia, quella sensazione spettrale di come le cose si sentivano quando la vita era più promettente: “più semplice, ma più misteriosa e più importante. “
Viaggiare spesso assume proprio questo significato: recuperare il senso di appartenenza. Non è assolutamente scontato che nascere in un luogo significhi appartenere a tutti gli effetti a quel luogo, a quei costumi e a quelle tradizioni. Ognuno di noi cerca sempre la sua appartenenza, c’è chi la trova facilmente c’è chi invece impiega il tempo di una vita. E Marai continua: “È il ricordo delle aspettative che sta alla base di tutte le nostre vite”.
Certo, spesso viviamo nel ricordo o nell’attesa di soddisfare delle aspettative, ma questo non riesco proprio a immaginarlo. Ogni volta che preparo le valigie penso a ciò che mi aspetto da quel viaggio anche banalmente pensando al clima. Ogni volta vivere il viaggio ha però sorpreso quelle stesse aspettative regalandomi sempre una novità inattesa.
Ricordo proprio il mio arrivo a Budapest. Era fine marzo, alla vigilia della famosa festa di Primavera. All’atterraggio una distesa totalmente innevata, bianca come il latte e gelida come un iceberg. Una decina di amici in viaggio, con quella voglia bambinesca di divertirsi. Figli a casa, tutti amici, destinazione ostello di Buda. La neve ci mette subito tutti al nostro posto. Un freddo indimenticabile. La nostra guida, Nikoletta, ci aspetta all’uscita dell’aeroporto e con uno sguardo intenso e un sorriso accennato raduna il gruppo sul transit caldo alla volta della città.
Budapest, capitale d’Ungheria, spesso paragonata a Parigi per la sua stupenda posizione sul Danubio, che divide Buda, la città storica, da Pest, la città nuova. Un dualismo che arricchisce questa meravigliosa città dell’Est, con i suoi palazzi decadenti ed eleganti allo stesso tempo. La decadenza tipica delle città dell’ex URSS si percepisce già attraversando la periferia durante il tragitto verso il centro. Decadenza in ripresa, tipica delle città d’influenza sovietica, forse perché ricostruita quasi interamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
”Guardiamo dentro di noi e cosa troviamo? Un’animosità che il tempo ha smorzato per un po’ ma ora sta per scoppiare di nuovo”. Poeta, giornalista, drammaturgo, traduttore, romanziere e saggista, Marai ha lavorato in quasi tutte le forme letterarie, offrendo un esame spietato di se stesso e della sua epoca.
Buda e Pest, un tempo città indipendenti, oggi sono collegate da spettacolari ponti, il più importante quello delle Catene, davvero suggestivo soprattutto se attraversato di sera. La vista con i monumenti illuminati delle due parti della città è davvero d’effetto. Pest è la parte più giovane: i negozi, i ristoranti, i famosi bar, le meravigliose pasticcerie. Alla fine della strada più famosa, Vàci Utca, c’è il mercato centrale costruzione enorme di mattoni rossi, con il tetto ricoperto di maioliche. Qui ci siamo persi tra i suoi i souvenir e specialità tipiche.
Abbiamo visto tutto salendo e scendendo dal transit, la nostra salvezza dato il freddo inaspettato. In particolare, però, non posso dimenticare un luogo: il Museo del Terrore che era la sede della polizia segreta nazista e comunista, dove oggi ci tuffiamo nella storia tra gli anni ’30 e il 1991. Proseguiamo poi verso l’imponente Parlamento, che si affaccia sul fiume, lungo la passeggiata, con un po’ di raccolta riflessione nel cuore, notiamo le scarpe sulla riva del Danubio, opera che ricorda la strage di cittadini ebrei, fucilati e poi gettati nelle acque del fiume. Infine la vicina Piazza della Libertà dove si trova l’ultimo monumento comunista. Circa 40 anni di storia ungherese certamente da approcciare se vogliamo afferrare e interpretare l’Ungheria di oggi.
Dopo un bagno nella storia moderna e contemporanea, ci immergiamo nel cuore di Buda dove sembra di essere catapultati indietro nel tempo. Camminiamo nelle vie medievali lungo le quali si ergono case colorate, dove una volta convivevano ungheresi, italiani, tedeschi ed ebrei. Saliamo sulla Scalinata degli Asburgo, raggiungendo il fulcro della storia di Ungheria: il Palazzo Reale, la Chiesa di San Mattia con le sue guglie gotiche e il corvo con l’anello d’oro simbolo reale e il Bastione dei Pescatori, costruzione singolare con sette torri bianche dalle cui terrazze si ammira un panorama indimenticabile. Qui una sosta nell’antica pasticceria Ruszwurm, dove l’ambiente, il caffé e i dolci evocano ricordi lontani. Stanchi e provati, un solo obiettivo: il Bagno termale Gellért,un esempio unico dello stile liberty ungherese, ma solo dopo essere entrati nella Cappella scavata nella roccia dell’ordine di San Paolo.
“Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione” (Sándor Márai, Le braci).
Di Budapest, Márai preferisce decisamente Buda ed è infatti lì, nel quartiere di Krisztina che decide di alloggiare dal 1937 al 1945. A Buda e all’Isola Margherita scrive, cammina ore e ore, frequenta gli stabilimenti termali dei bagni turchi. Pest invece è il luogo dei rapporti di lavoro, delle incombenze burocratiche, della vita sociale, dei numerosissimi e famosi caffè. Un intreccio, dunque, tra la storia personale di Márai e la storia della città e delle sue trasformazioni urbanistiche.
Budapest è un luogo di paradossi, capitalismo e comunismo, con le due sponde opposte del fiume, religioni a confronto, eleganza e degrado. Comprendere questa doppia anima è l’essenza del viaggio nella capitale ungherese.
Budapest, città di caffè letterari, uno dei quali il “New York”, dove gustare un caffè evoca ancora una forte presenza dei tanti trascorsi dibattiti intellettuali.
Paola Corapi













