È proprio vero che i miti, in quanto tali, sopravvivono a tutto, ed è questo il caso della Kumari, la dea bambina della religione induista, che nel corso dell’ultimo ventennio è passata indenne attraverso una sanguinaria rivoluzione (2001) ed uno sconvolgente terremoto (2015) che hanno profondamente segnato la recente storia del Nepal.



Ci troviamo in Durban Square, la piazza principale di Kathmandu. In un bell’edificio di mattoni rossi vive la Kumari Devi, una bambina ritenuta la reincarnazione della divinità Taleju o Durga. Il suo nome deriva dal Sanscrito “Kaumarya”, che significa vergine. Infatti un’antica tradizione del Nepal, risalente al sesto secolo d.C., prevede l’adorazione delle vergini, mentre la nascita del mito della Kumari viene fatto risalire al 1700, quando secondo una leggenda la dea Taleju apparve in sogno all’ultimo re della dinastia Malla, rivelandogli che si sarebbe reincarnata in una bambina: il re iniziò la ricerca di questa bambina posseduta dallo spirito di Taleju, ed una volta trovata le fece costruire una casa vicino al suo palazzo. Nacque così il mito dell’unica divinità vivente che viene riconosciuta sia dai buddisti che dagli induisti.
La Kumari viene scelta, da una commissione formata da cinque importanti cariche religiose, tra le bambine della casta buddista dei gioiellieri ed artigiani orafi, e dura in carica fino al sopraggiungere del primo ciclo mestruale. Il processo di selezione della nuova Kumari risulta estremamente laborioso. La bambina deve avere un’età compresa tra i due ed i quattro anni ed essere perfettamente sana, senza cicatrici o altri difetti fisici. Ma soprattutto deve dimostrare di possedere delle precise doti caratteriali, come ad esempio avere coraggio, scarsa emotività, non avere paura del sangue: infatti una delle prove alle quali viene sottoposta è il trascorrere una notte intera in un locale pieno di teste mozzate di bufali e capre.


Questa prova fa parte del cosiddetto “Battis Lakshan”, ovverosia un elenco di ben 32 criteri di perfezione, che comprendono anche, tra gli altri, i seguenti requisiti: avere il corpo come quello di un albero di banyan, le ciglia come una mucca, il petto come un leone, capelli neri e lisci e occhi scuri, organi sessuali piccoli e ben formati, la voce chiara e delicata e chiara come un’anatra, mani e piedi soffici, etc..
Una volta terminata la selezione, la bambina prescelta si trasferisce all’interno del palazzo, dal quale non potrà allontanarsi se non in determinate circostanze. La bambina deve sottoporsi a un rito di purificazione che la possa trasformare in un ideale vaso ripulito apposta per accogliere la personalità della dea Taleju. Quando la dea discende finalmente in lei, nasce la nuova Kumari, che viene vestita rigorosamente di rosso e truccata ad hoc, con il segno distintivo di un occhio al centro della fronte, che rappresenta il suo potere divino.
Molti fedeli visitano la Kumari per ottenere una sua benedizione. Sono tanti i malati di patologie ematiche che invocano i suoi poteri per una guarigione miracolosa, a riprova che il sangue rappresenta davvero un elemento fondamentale nella dottrina buddista nepalese. Ed infatti anche la fine del “regno” della Kumari coincide con la comparsa della prima mestruazione.



A seguito della trasformazione del Nepal da monarchia a repubblica federale (2008), mentre tutto l’impianto del rituale per la scelta della Kumari è rimasto pressoché invariato, le sue condizioni di vita si sono giocoforza adattate alla modernità dei tempi, per cui oggi la Kumari riceve un’istruzione di livello avanzato, ha accesso ai mass-media ed a Internet, può ricevere parenti stretti ed amici, etc., conduce insomma un’esistenza quasi normale e non tanto diversa da quella di una bambina della sua età.




Invece nel 1995, quando l’ho “conosciuta” io, la Kumari impersonava ancora un ruolo impregnato di un’atavica sacralità. Nonostante il divieto ufficiale ai turisti di visitare la sua casa e soprattutto di scattare foto, non ricordo come e perché ma ho avuto la fortuna (insieme ad un gruppetto di amici viaggiatori) di essere ammesso nella sua dimora e di vederla per un attimo, mentre passeggiava tra le sue stanze, incrociando il suo sguardo di un’intensità non comune. Il che vale più di qualsiasi fotografia.
Daniele Cugurullo


