Esistono profumi, luci o suoni che hanno il potere di evocare la sensazione di un’esperienza precedentemente vissuta; altri, che come in una sorta di teletrasporto, hanno la forza di proiettarti in quel preciso angolo del mondo.
Ho conosciuto Arles nei primi anni del 2000 in occasione della visita al mio primo Rencontres d’Arles, uno dei Festival di fotografia più importanti e riconosciuti al mondo, in compagnia di alcuni amici e della mia futura moglie. Le successive estati, per molti anni – complice la passione per la fotografia, che ci accomuna – ci siamo tornati insieme, più volte; là, nel cuore della Provenza, Arles è circondata da campi di lavanda che si alternano a risaie e girasoli; cipressi piegati dal Maestrale punteggiano bordi di strade e dolci crinali di colline, da cui appaiono antiche rovine; tra le loro mura, nei pomeriggi estivi, regnano le cicale che accompagnano il nostro transito in una sorpresa continua.
Passeggiare, cercando ombre ristoratrici che sfuggono tra le sue vie, nei pressi dell’Arena o fino al Quai de la Rochette, dove le vecchie case in pietra, di origine medioevale, abbellite solo di oscuranti dai colori malva, salvia e turchese, si allineano lungo il Rodano, è per me uno splendido ricordo indelebile. Durante il periodo del Rencontres, Arles si trasforma e ogni luogo, da quelli più istituzionali, a quelli più segreti, ospita un’esposizione di fotografie; questo è certamente uno dei momenti migliori dell’anno, per assaporare l’atmosfera della città che ospitò Van Gogh e Paul Gauguin, aspettando i festeggiamenti per la ricorrenza della presa della Bastiglia del 14 luglio.
Al nostro arrivo ad Arles, tra Place Lamartine e il Rodano, appena al di fuori del tracciato delle vecchie mura di origine medioevale, ci ha accolto una scoppiettante partita di pétanque, le famose bocce da strada provenzali, che ci ha introdotto al crocevia di culture di cui è caratterizzata la Provenza e, in particolar modo questa incantevole città; anima francese, mescolata a credenze gitane e riutali spagnoli. L’Arena, che venne costruito alla fine del I secolo d.c. (il più grande anfiteatro romano dell’antica Gallia) è infatti una delle poche utilizzate tutt’ora per la corrida, in territorio francese; a Saintes Maries del la Mer, a pochi chilometri dalla città, nel cuore della Camargue, si festeggia ogni anno, tra il 24 e il 25 maggio, Santa Sara patrona dei gitani, con un evento, a metà tra il sacro e il folcloristico, che attira decine di migliaia di pellegrini da tutta Europa.
Molti sono i luoghi della memoria che ripercorro pensando ad Arles; la splendida Place de la Republique dove, se siete seduti sui gradini della Chapelle Sainte-Anne d’Arles, una domenica mattina, potete partecipare al lancio del riso a due sposi novelli, sia che escano dall’Hotel de Ville, sia dalla Cattedrale, due storici edifici che fanno da quinta a questa ariosa piazza. Subito dopo, accanto alla Cattedrale potete visitare il complesso medioevale con il raccolto e silenzioso chiosto di Saint-Trophime.
L’Espace Van Gogh, uno spazio espositivo ricavato all’interno di un antico palazzo, raccolto attorno ad un chiostro le cui composizioni floreali ti catapultano magicamente in una delle opere dell’artista olandese. Come dimenticare poi Place du Forum dove chiunque, sedendosi tra i suoi tavolini e sorseggiando un pastis con aria da intellettuale, o semplicemente facendosi un selfie, non può non rimanere ammaliato dalla presenza del Le Café Van Gogh…proprio quello del mitico quadro in cui il Maestro ritrae sotto un cielo stellato, il tendone giallo della terrazza colma di avventori.
Molti altri sono i luoghi che potrei intercettare nei meandri della memoria dai ricercati ristoranti alle locande in cui assaporare un piatto di cozze sorseggiando un bicchiere di birra, ai preziosi e minuscoli hotel; dalle chiese sconsacrate adibite a gallerie d’arte, al rigenerante Hammam Chiffa sulla sponda est del Rodano; ma certamente, sabato mattina, due passi al mercato di Arles sono d’obbligo. Qui, in uno dei mercati di strada più belli della Provenza, che si estende su tutto il Boulevard des Lices, il profumo delle spezie, dei fiori recisi e del sapone di Marsiglia investe ogni cosa e tenterà di non vi lasciarvi scappare via.
Spesso penso ad Arles, a quei luoghi e a quei momenti. Per me sarà un piacere tornare e, in quell’occasione, visitare il nuovissimo (mentre sto scrivendo si stanno concludendo i lavori) Arts Resource Centre progettato, tra gli altri, dall’architetto americano Frank O. Gehry per conto della Fondazione LUMA al Parc des Ateliers, un ex-area industriale che, dopo aver ospitato per anni esposizioni di fotografia tra le mura degli edifici abbandonati dei depositi della ferrovia, è stato trasformato in una cittadella dell’arte contemporanea. Si parla spesso di resilienza, di capacità di resistere ai cambiamenti traumatici e mi chiedo se questa rigenerazione urbana avrà la stessa forza dirompente di quella che vide impegnato a Bilbao, sempre l’architetto canadese, nella progettazione del Guggenheim Museum (inaugurato nel 1997). Riuscirà Arles a digerire e assorbire, nonostante le dimensioni territoriali estremamente ridotte, rispetto alla sorella spagnola, l’operazione culturale in atto (che avrà, almeno nei presupposti degli operatori, la capacità di attrarre milioni di turisti da tutto il mondo) pur riuscendo a conservare il suo carattere originario? O sarà invece oggetto di una trasformazione immobiliare speculativa, che stravolgerà definitamente i suoi profumi, luci e suoni? Ai posteri, l’ardua sentenza.
Nicola Rovere


