La Patagonia, un immenso territorio (900.000 KM²) praticamente spopolato (2,21 abitanti per Km²), che evoca così tante suggestioni. Si trova nella parte meridionale del Sudamerica ed è divisa fra Cile ed Argentina. Ha un territorio piuttosto vario perché dalle montagne Andine passiamo ai bassipiani, agli altopiani, alle pianure steppiche per la maggior parte quasi prive di vegetazione, ma anche a laghi e ghiacciai, dove la flora include conifere, nothofagus (faggi australi), mirtacee e molto altro.
Quando decidemmo di andarci eravamo entusiasti, imbottiti di letture su questo luogo di solitudine, di immensità vuota, di violenza e di storie e personaggi, che costituiscono tutta la gamma delle figure umane: dai malviventi ai santi, dagli eroi ai vigliacchi.
Un territorio come questo, vera frontiera di cowboy (o Gauchos come si chiamano in Argentina), dove prima dell’avvento della tecnologia, che ti traccia dovunque, potevi scomparire nel nulla e rifarti una vita, ma il più delle volte perderla, costituisce una landa estrema, senza tempo e di grandissima e incredibile bellezza.
Sì il nulla, le distese infinite di terreno a prateria, lo sfondo lontano di montagne, che solo il volo alto del condor sembra animare, provocano un senso di profonda risonanza interiore, oserei dire di meditazione o riflessione.
In mezzo a questa natura grandiosa diventi piccolo, insignificante, ma riscopri anche la tua mente libera e in grado da un lato di confondersi con questa bellezza incontaminata e dall’altro anche di ritrovare se stessa nel silenzio e nello spazio che ti circonda.
“Chi percorre il deserto scopre in se stesso una calma primitiva (nota anche al più ingenuo dei selvaggi), che è forse la stessa cosa della Pace di Dio.” Dice Bruce Chatwin nel suo libro “in Patagonia”.
Il nostro primo incontro, il nostro ingresso in questo immenso spazio fu la Peninsula Valdes. La penisola è a circa 1500 km a sud di Buenos Ayres, è collegata alla terra ferma da un istmo ed è una riserva naturale, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1999, qualche anno prima della nostra visita. Sulla penisola c’e’ solo un piccolo centro abitato Puerto Piramides, per il resto è la casa di elefanti marini, leoni marini, nandu, guanachi, balene, orche, oltre 180 specie di uccelli ed inoltre uno dei pochissimi luoghi dove avvistare la balena franca (Southern Right Whale).







La sera del giorno di Natale arrivammo a Punta Delgada, un faro attivo con un ex avamposto della marina militare trasformato in un albergo con poche camere piuttosto semplici, almeno all’epoca.
Il pregio del luogo è la posizione. Si ergeva alto e isolato su una spiaggia a cui si accedeva per una lunga, ripida ed accidentata scala. Dalla cima si dominava un lungo tratto del Golfo Nuevo e ai piedi si distendeva una battigia con pozze d’acqua salmastra, che facevano da specchio alla colonia di elefanti marini, che in questa stagione vi stazionano . Eravamo i soli ospiti quella sera e ci trovammo lì poco prima del tramonto. Discendemmo subito la scala per arrivare al mare e ci trovammo letteralmente circondati da femmine di elefanti marini stese nel tiepido sole.
Affascinata dal paesaggio marino, dalla luce e dalla solitudine, mi sedetti a terra e trascorsi una delle più belle ore della mia vita guardando e fotografando questi animali, a pochi passi di distanza. Nella quiete generale ecco che una femmina si stiracchiava sbadigliando, un’altra alzava pigramente la testa, un’altra ti puntava addosso due occhi immensi e curiosi, altre lentamente si dirigevano verso l’acqua.Sono pachidermici e nello stesso tempo buffi questi sgraziati mammiferi, che strisciano per terra faticosamente, almeno all’apparenza, quasi a disagio sulla terra ferma. Pur mettendo un minimo di spazio tra me e loro, doveroso con la fauna selvaggia, finii per sentirmi parte della comunità e seguire con curiosità la vita della colonia, che senza la presenza dei maschi era tranquilla, rilassata come tra un consesso di amiche o comari, che trascorrevano il tempo insieme in una intimità e coabitazione di rara serenità, mentre la luce radente del sole calante tingeva di mille sfumature di rosa il cielo.
Non era nemmeno troppo ventoso (il vento in Patagonia è una costante) e sarei rimasta lì in eterno, dimentica di tutto tranne che di questo mare e di questo silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde sulla spiaggia e da qualche verso animale . Fu mio marito a richiamarmi all’ordine e risalimmo la lunga scala di pietra prima che il buio ci sorprendesse.
Come detto Il faro di Punta Delgada è un’esperienza in sé. Isolato, a picco sul mare senza nessun insediamento vicino. Solo il rumore della risacca e questa spiaggia animata da mammiferi acquatici temporaneamente ai tuoi piedi, venuti da chissà dove diretti chissà dove, ma per il momento qui con te parte di uno scenario fuori dal tempo.
Lasciando il faro la mattina dopo con la macchina a noleggio, che ci avrebbe accompagnato per la penisola, il nostro primo incontro fu un marà (la lepre della Patagonia). Ci attraversò la strada, ma, invece di allontanarsi, si immobilizzò sul ciglio e ci guardò per un lungo momento, così anche noi avemmo modo di vederla da vicino, così grande, con le orecchie lunghissime, le grandi zampe e la sua bellissima pelliccia.
Eravamo diretti a Punta Norte, per ammirare i leoni marini. Era tempo di accoppiamenti quindi, specie i maschi, erano molto aggressivi ed era proibito scendere sulla spiaggia, dove si trovavano, ma dall’alto la vista era ugualmente impagabile con il mare che si estendeva fino all’orizzonte, dove qualche pinna di orca e qualche sbuffo di balena interrompevano la monotonia del moto ondoso, mentre ogni tanto una procellaria solitaria sfrecciava bassa sull’acqua.
Fu qui che incontrai il mio primo ed unico armadillo.


La mattina dopo la destinazione era Puerto Piramides dove volevamo uscire in barca per vedere la famosa balena franca. Era la stagione giusta, la giornata era soleggiata, ma non si poteva uscire in cerca del cetaceo perché il mare era troppo agitato e pericoloso. Noi eravamo molto tristi perché saremmo ripartiti il giorno dopo e avremmo perso questa occasione. Evidentemente la nostra delusione doveva essere parecchio evidente, perché qualcuno ci consigliò di non arrenderci e di provare, senza alcuna garanzia, ad aspettare fino al primo pomeriggio e vedere se il mare cambiava promettendoci che, se appena fosse stato possibile, avrebbero messo in mare un peschereccio.


Ci guardammo e sia io che mio marito eravamo d’accordo: avremmo atteso.
Io per precauzione ingoiai una pastiglia per il mal di mare perché, anche se ci fossero state le condizioni minime per avventurarci in mare, di sicuro sarebbe stato agitato e pessimo dal mio punto di vista.
Ci sedemmo nel sole davanti alla costa rocciosa e trascorremmo il tempo un po’ incantati, quasi in un dormiveglia, a guardare lo scintillio dell’acqua, a sentire sulla faccia il calore del sole e il vento sempre presente, a guardare le forme delle rocce all’orizzonte e nella baia. In tarda mattinata finalmente arrivò la buona nuova che avremmo provato ad uscire alle 14.00. Il mare sarebbe comunque stato brutto, ma governabile ed, in compenso, avremmo avuto molte probabilità di vedere le balene, che qui si radunano in questa stagione per dare alla luce i propri piccoli, visto che la posizione più riparata di questo golfo offre acque più calde del mare aperto.
Cercai di mandare giù qualcosa di solido e mi preparai ad una escursione con nausea.
Lo fu, ma avvistammo le balene anche arrivandoci abbastanza vicino e fu un’esperienza emozionante, che mi fece mettere in secondo piano l’orribile rollio che mi faceva sentire lo stomaco perennemente in bocca.
Alla fine ce l’avevamo fatta a incontrare i nostri cetacei coi loro bitorzoli (callosità che hanno sulla testa) diversi per ciascun esemplare e per questo usati dai ricercatori per identificarli.
Sono enormi con una lunghezza intorno ai diciotto metri e un peso medio di 54 tonnellate, nere con macchie bianche sul ventre e a rischio di estinzione, per essere state cacciate indiscriminatamente, ma a me sembravano tanto belle ed amichevoli e provai il desiderio di poterle accarezzare (ovviamente era fuori questione).
L’ultima eccitante avventura che ci attendeva qui era Punta Tombo per visitare la vasta colonia di pinguini di Magellano, che convergono a centinaia per depositare le uova e svezzare i piccoli.
Avevamo tutta la mattina a disposizione, ma avremmo dovuto rientrare velocemente il pomeriggio per prendere l’aereo che ci avrebbe portato alla fine del mondo, ovvero a Ushuaia.
La visita fu divertentissima e allegra, perché i pinguini sono simpatici, sempre in movimento, sia sulla terra ferma che quando si gettano in mare, e soprattutto non sono silenziosi. Emettono una specie di raglio ad alto volume che crea una babele di suoni che all’inizio frastornano.





Dopo un po’ presa, come ero, a seguire queste iperattive bestiole, che mi circondavano e litigavano, si coccolavano, scavavano il nido nel terreno, andavano al mare e poi ritornavano, mi dimenticai della cacofonia di suoni, che anzi divenne la colonna sonora di sottofondo delle ore trascorse con loro.
Rientrammo a Trelew in tempo per prendere il nostro volo e ci ritrovammo dopo poco nella Terra del Fuoco, nel punto più a sud del mondo, nella deliziosa cittadina di frontiera chiamata Ushuaia.






Durante il volo guardando fuori dal finestrino e vedendo avvicinarsi la Terra del Fuoco e poi le isole che circondano Ushuaia ripensavo alla storia di questa terra e alle mie letture sull’argomento. Innanzitutto si chiama Terra del Fuoco (e precedentemente Terra dei Fumi) perché Magellano nel 1520 (il primo europeo ad arrivare fin là) così la battezzò in quanto dal mare aveva visto i fumi dei fuochi e poi brillare i fuochi accesi dagli indios Yamana.
I nativi della Patagonia e della terra del fuoco sono estinti o quasi per una di quelle follie violente a cui l’uomo bianco va soggetto, così che un patrimonio umano è andato perduto. Ma a proposito degli Indios Yamana abbiamo però una testimonianza di eccezione: il libro di Lucas Bridges ”Ushuaia, ultimo confine del mondo.”
Nella sovraccoperta del libro si trovano queste parole di riassunto:
“Il 27 settembre 1871, un uomo e una donna escono sul ponte della nave e si fermano immobili, uno accanto all’altra, a scrutare l’orizzonte. Quella che guardano è la loro nuova terra e futura dimora. Da tempo hanno lasciato l’Inghilterra e sono approdati in una regione desolata e selvaggia in cui vivono tribù senza legge, senza regole e senza dio. La Terra del Fuoco è ancora tutta dei fuegini. Appartiene alle loro usanze e credenze, alla loro intelligenza e ingenuità. Con il compito di portare il cristianesimo, Thomas e Mary Bridges vivono insieme alle popolazioni indigene, fianco a fianco. Con loro creano accampamenti e fattorie, costruiscono case in legno e lamiera smontabili pezzo a pezzo, tracciano le prime strade e allevano animali. Li nascono e crescono i figli, tra cui Lucas autore di questo libro scritto nel 1947 che racconta la storia dei Bridges. Dalla fine dell’Ottocento alla metà del secolo successivo, la vita della famiglia Bridges incrocia e accompagna la trasformazione della Terra del Fuoco, una terra mutevole e affascinante, tanto reale da sembrare finta. L’insediamento dei Bridges è attraversato dai personaggi più diversi: intere famiglie di indigeni, scaltri uomini di medicina, avventurieri privi di scrupoli, cercatori d’oro, scienziati, botanici. Tutti uomini in cerca di fortuna o in fuga da qualcosa. Personaggi ricchi di storie, fortemente romanzeschi nella loro spericolata e concretissima realtà”.


Questa descrizione dà un’idea di come potesse essere il luogo solo poco più di un secolo fa. Eppure il paesaggio che mi veniva incontro era sicuramente simile a quello che avevano visto i Bridges, anche se purtroppo a noi non era concesso di avvicinare e comprendere gli Indios, che sono scomparsi nel giro di pochi anni.
Chi arriva a Ushuaia ha la netta percezione di un posto speciale anche se all’apparenza non è diversa da tante altre città nate e cresciute in luoghi estremi.
Noi ci atterrammo in una giornata coperta, con nevischio intermittente, temperatura intorno allo zero, insomma l’ultima cosa che ti aspetti in una estate sia pure australe, che di solito da queste parti è fresca ma intorno ai 10 gradi. I monti Martial, alle spalle della città e a ridosso del nostro albergo, erano coperti di neve.
La città è molto carina, ha circa 50.000 abitanti, è circondata da montagne e si affaccia sul canale di Beagle, ma quello che la rende particolare è l’aura di leggenda che la circonda, sono le sue infinite storie di esplorazioni, di tempeste, di naufragi, di partenze alla scoperta dell’Antartide. Insomma è il peso del suo passato che ti cala addosso e si amalgama con l’animazione del presente fatto di turisti, di viaggiatori, di solitari, di avventurieri e di avventurosi.
Percorremmo il suo viale principale pieno di negozi e negozzietti, tra cui una pasticceria famosa per il suo cioccolato, andammo a cena in un piccolo ristorante rinomato per la “Centolla” ovvero il granchio gigante, che è il piatto del luogo e non puoi non assaggiare. Tra l’altro ne vale veramente la pena perché è buonissima.
Tornammo in albergo con una gelida passeggiata nell’animazione serale, ammirando le montagne incappucciate di neve e pieni di emozione per essere in questo luogo che tanto avevamo desiderato vedere.
Il giorno dopo ci aspettava un programma intenso: la visita al parco della fine del mondo e nel pomeriggio l’uscita sul canale tra le isole dove vivono uccelli e leoni marini. Nel parco della fine del mondo vedemmo bellissime faggete australi e una miriade di castori all’opera. Tra le isole del canale di Beagle la navigazione è invece un viaggio nel tempo oltre che nello spazio.








Il nome Beagle gli viene dal brigantino che effettuò ricerche nell’area e che nel suo secondo viaggio, al comando del capitano FitzRoy, aveva a bordo Charles Darwin.
Nella navigazione tra l’isola degli uccelli, quella dei Lobos (leoni marini sudamericani) e il faro della fine del mondo, si ha l’impressione che niente sia cambiato dai tempi di Darwin, che quanto si osserva siano gli stessi paesaggi che sfilarono davanti ai suoi occhi e tanto basta per trovarsi immersi nel mito di questo grande scienziato e delle esplorazioni dell’800.
Lasciata Ushuaia, dopo aver visitato il museo marittimo ospitato nella ex prigione (uno dei carceri più famosi della storia dell’Argentina), e, per ora, la Terra del Fuoco ecco “el Calafate”, il Perito Moreno e il lago Argentino.
Il nostro arrivo fu molto avventuroso e in un certo senso unico. L’aeroporto di accesso a questa zona era sempre stato Rio Callegos, ma da due settimane era stato aperto ai voli civili l’aeroporto di El Calafate più comodo per accedere al lago e ai suoi ghiacciai. Eravamo dunque su uno dei primi voli su questa rotta.
Il pilota compiva quel tratto per la prima volta e arrivato in prossimità de Lago Argentino fece l’impensabile. Deviò dalla rotta per sorvolare il lago. Una vista di una bellezza assoluta, ma un atto assolutamente incosciente. Infatti sul lago le correnti ascensionali erano fortissime e l’aereo cominciò a sprofondare in vuoti d’aria, che lo scuotevano come una foglia, con l’impressione continua di stare precipitando. Le hostess persero la calma e incominciarono a urlare nei microfoni ordini concitati, i passeggeri di conseguenza erano nel panico ed io ero divisa tra cercare di arginare il mal d’aria e guardare l’incredibile spettacolo che avevamo sotto di noi. Dai finestrini riuscimmo ad avere una vista perfetta quasi come fossimo su un drone ante litteram (ai tempi non esistevano).
Il pilota riportò rapidamente in rotta l’aereo e si scusò per l’accaduto. Quando scendemmo il giovane pilota venne tra noi passeggeri per rinnovare le scuse e spiegarci che aveva fatto una cosa assolutamente contro le regole e anche pericolosa, ma non aveva resistito al fascino di quel suo primo volo su quella tratta e al desiderio di sorvolare il lago. Come potevo dargli torto?
Il fantasmagorico arrivo si trasformò in un soggiorno di grandissima pace e meraviglia nel parco dei ghiacciai. Il Perito Moreno è forse uno dei ghiacciai più famosi al mondo con le sue pareti azzurre, i suoi tuoni quando masse di ghiaccio franano nel lago, la sua imponenza e maestosità.






Il ghiacciaio porta il nome di Francisco Moreno, un perito che studiò la regione allora quasi sconosciuta per tracciare i confini tra Cile e Argentina ed ebbe un ruolo determinante, in favore dell’Argentina, nella contesa internazionale su questo confine.
Una importante caratteristica del ghiacciaio, che è la terza riserva all mondo di acqua dolce, è che è in perenne e rapido movimento perché alla sua base c’è una specie di bolla o cuscino, che lo mantiene distante dalla roccia, e così avanza di continuo di circa 2 metri al giorno.




Uno dei punti di osservazione migliori è su una specie di terrazza boscosa di fronte, dove passai molto tempo cercando di cogliere il momento in cui qualche massa di ghiaccio si staccava per precipitare in acqua. Quando senti il rumore del crollo è già troppo tardi perché quello che vedi è solo il movimento dell’acqua (“lo splash”). Devi avere la fortuna di guardare dalla parte giusta quando avviene il distacco e allora lo spettacolo è grandioso anche se la massa che si stacca non è enorme.
Ma il lago Argentino ci riservava ancora un’altra meraviglia. Un catamarano con a bordo noi e un’altra famiglia ci condusse sul lago fra iceberg e fino al ghiacciaio di Upsala in un fiabesco gioco di riflessi del sole, di brillare dell’acqua, di iceberg dalle forme più varie che scivolavano sul lago mentre il ghiaccio cambiava colore a secondo della luce.



Fu una giornata di favole raccontate dal silenzio della natura e dalla sua varietà e bellezza a volte dolce, a volte sovrastante, in qualche caso abbacinante.
Io sono particolarmente ammaliata dagli Iceberg, forse ancora di più che dai ghiacciai e quel giorno era la prima volta che ne vedevo ed erano splendidi.
Sbarcammo poi nella baia Onelli e, dopo una passeggiata nel bosco, mi sedetti in riva al lago per dedicare tutto il tempo, che avevo, a godere di questo spettacolo di blocchi ghiacciati di diverse dimensioni e forme che sembravano perfino più imponenti dal suolo (rispetto al ponte della imbarcazione) ma non meno amichevoli. Per la verità gli Iceberg sono tutto tranne che amichevoli e sono il terrore delle imbarcazioni per la loro insidiosità e pericolosità. Eppure seduta per terra sulla riva, circondata dal silenzio e con una luce che solo qui ho visto era facile immaginare un mondo diverso, in armonia a cui non siamo più abituati, un mondo popolato di creature primitive, ma che conoscevano questa natura profondamente e ne sapevano trarre il sostentamento senza grandi danni. Si adattavano al contesto in cui vivevano senza pretendere il contrario e il disastro dell’estinzione a cui sono andati incontro non toglie la validità del loro modo di concepire la vita (forse non esattamente una scelta consapevole). Mi veniva quindi spontanea una domanda: abbiamo fatto meglio noi “civilizzati” a cui tutto sommato sono state date più scelte?Ma lasciamo le domande senza risposta e parliamo per un momento delle distese infinite delle praterie, che costituiscono la maggior parte del territorio della Patagonia argentina.

Venendo dall’Atlantico e andando verso le Ande si attraversa una distesa immensa di terra dalla vegetazione subartica tra cui il famoso calafate (il simbolo della Patagonia). Si tratta di un sempreverde con bacche da cui si fa una marmellata, che avevo puntualmente comperato, e di cui si dice che se mangi di questi frutti tornerai in Patagonia.
Le distanze sono siderali e i rari insediamenti sono costituiti da “estancia” che spesso hanno storie tragiche.
Una estancia è una grande fattoria di allevamento del bestiame. Mandrie enormi di bovini e ovini che vengono “gestiti” da mandriani a cavallo (Gaucho). La Patagonia nel tempo è diventata un luogo dove grandi imprenditori (tra cui i Benetton) hanno investito in produzione di lana che viene poi esportata in tutto il mondo.
La vita è dura per gli uomini che vivono in questi territori e a volte brutale. Ogni genere di disperato spesso approda qui per lasciarsi alle spalle un passato ingombrante o in cerca di una pace che non trova altrove.
Si può viaggiare per ore su piste senza incontrare nient’altro che prateria, condor in volo, qualche caracara, il vento che spazza la terra e non è difficile sperimentare la solitudine e l’abbandono.
Attraversando questo territorio avevo in mente i racconti dello scrittore cileno Francisco Coloane con le sue infinite storie e personaggi (spesso tratti dalla vita reale) tutti ambientati in queste zone. Come raccontava Louis Sepulveda: “. Iniziai a camminare … e all’improvviso mi accorsi che l’eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più. Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indio e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del fuoco”.
Sulla strada polverosa che si snoda da El Clalfate si trova la tristemente famosa Estancia Anita, dove i discendenti della famiglia Menendez, una ricchissima famiglia ancora proprietaria di parecchie estancias in Patagonia e Terra del Fuoco, allevano le pecore corriedale (una razza molto pregiata e apprezzata), per la prima volta importate dalle Falklands nel 1878 da José Menéndez.
La storia dell’Estancia Anita e della sua rivolta di diseredati finita in un bagno di sangue è raccontata da Sepulveda nel suo Patagonia Express: “Nel 1921, nell’estancia La Anita si sviluppò l’ultima, grande rivolta di peones e indios, più di 4000 persone capeggiate dall’anarchico Antonio Soto. Scacciati i padroni, vissero per un paio di settimane “l’illusione del primo soviet della Patagonia”.
La reazione dei latifondisti non tardò, il governo argentino inviò truppe a sedare la rivolta. Arrivarono a Jaramillo il 18 giugno 1921. Gran parte dei ribelli, armati solo di coltello, si barricò nella stazione ferroviaria. Il comandante della truppa lanciò un ultimatum, dovevano uscire entro le 22.00. Ma alle 21 e 28 cominciò il massacro, centinaia di persone vennero trucidate, una pallottola colpì l’orologio della stazione e lo fermò sull’ora fatale.”
“Hanno riparato il congegno molte volte, ma qualcuno trova sempre il modo di romperlo e di rimetterlo all’ora che deve segnare”, spiega il controllore, sul Patagonia Express.”
E su quell’ora lo vedemmo noi.
A El Calafate trascorremmo l’ultimo dell’anno e la sera ci radunammo di fronte al fuoco dove l”asado” (grigliata) si prepara in un modo particolare. L’agnello scuoiato viene disteso intero su una specie di graticola verticale e messo a cuocere vicino al fuoco per poi venire distribuito ai commensali in pezzi tagliati dalla bestia arrostita.
Era anche il nostro addio alla Patagonia Argentina, la mattina dopo infatti su un autobus di linea ci apprestammo a passare il confine con il Cile.
Sul pullman c’era una varietà di umanità che andava da turisti giovani ancora semi ubriachi e addormentati, a molti locali meticci con donne e bambini, che andavano a trovare i parenti di là del confine per riunirsi almeno in questa festa, a qualche turista sobrio come noi e curioso di questo percorso, etc. L’autobus era pieno e caracollava e sobbalzava sulle strade locali. Arrivammo al confine e qui assistemmo ad una scena che ancora oggi mi stringe il cuore e mi rivolta.
I doganieri argentini con arroganza e supponenza ci fecero scendere dal pullman, fecero tirar fuori anche tutti i bagagli ai locali (non a noi).
Armati di passaporto entrammo negli uffici doganali (una specie di baracca) dove questi boriosi ufficiali del governo incominciarono a spintonare i ”cittadini” argentini, aprendo ogni loro bagaglio e rovesciando tutto per terra di mala grazia, frugando tra le povere cose di questa gente e tra i piccoli regali che portavano ai propri cari.
La scena era disgustosa per la sua violenza intrinseca, per la sua mancanza di un minimo di rispetto umano ed ero furibonda. In quel mentre entrò una specie di signorotto locale (un piccolo e insignificante “hidalgo”) di fronte al quale tutti i funzionari strafottenti si sprofondarono in salamelecchi facendogli strada e facendolo passare davanti a tutta quella gente vessata e in coda. Un contrasto stridente ed un comportamento insultante.
La cosa che più mi turba ancora adesso è che noi bianchi con passaporto straniero venimmo accompagnati senza alcun controllo in una specie di corsia preferenziale di cui non mi sono mai vergognata tanto.
Fu il nostro addio amaro a questo paese che ci aveva svelato tanta natura meravigliosa, ma anche tanti chiaro-scuri di una umanità “alla fine del mondo” in molti sensi.
Arrivammo a Puerto Natales in Cile nel pomeriggio del 1° dell’anno ed iniziò la parte cilena del nostro viaggio.
Fabrizia Cataneo


