This Is Not Phuket: perché il turismo balneare della Thailandia ripartirà da Koh Samui

Tra i pochi, pochissimi, effetti positivi dell’attuale emergenza pandemica, si può annoverare un sensibile miglioramento delle condizioni ambientali, con una drastica riduzione del tasso di inquinamento globale, grazie anche all’assenza quasi totale degli spostamenti di massa a scopo turistico. Tra le località che hanno beneficiato di questa situazione, l’isola di Samui brilla fra le tante altre destinazioni turistiche, perché nonostante l’imponente flusso turistico che la ha caratterizzata nel corso dell’ultimo ventennio, l’isola era già riuscita in qualche modo a preservare se stessa, avvantaggiandosi di un sistema di crescita eco-sostenibile che ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti delle tematiche relative alla salvaguardia dell’ambiente.

Meta prediletta dei turisti europei – tedeschi, inglesi ed italiani in primis – ha conosciuto il suo massimo sviluppo nel primo decennio di questo secolo. Il falso mito della stagionalità, che la vedrebbe non praticabile (in contrapposizione a Phuket) durante i mesi invernali, è stato ben presto sfatato e l’isola è diventata una destinazione appetibile praticamente tutto l’anno, ad esclusione forse del mese di novembre solitamente alquanto piovoso.

Ma che storia ha quest’isola? Una storia sfortunatamente poco documentata, in quanto tramandata attraverso le generazioni soltanto verbalmente, ed apparentemente molto recente. Le prime mappe reperibili risalgono al 1600 d.c. e sono di produzione cinese (dinastia Ming). Sulle mappe viene riportato il nome di Pulo Corman, mentre l’etimologia dell’attuale nome Samui non è certa: c’è chi la fa risalire al nome di uno degli alberi locali, il mui, mentre altri studiosi ritengono si tratti di un’alterazione del vocabolo cinese Saboey, che letteralmente significa rifugio sicuro.

I primi insediamenti umani sull’isola dovrebbero comunque risalire a non più di 1.500 anni fa, e probabilmente si trattava di gruppi di pescatori provenienti dalle terre degli imperi vicini, ivi stanziatisi in virtù della prosperità dovuta alle sue immani risorse naturali. Ad ogni buon conto i reperti ceramici trovati nei relitti affondati vicino alla costa di Samui provano che i cinesi avevano scambi commerciali con l’isola già da allora.

Grazie alle suddette risorse naturali, nel corso dei secoli Samui è riuscita ad essere pressoché economicamente autosufficiente nei confronti della Thailandia continentale, e tale distacco ha caratterizzato anche gli usi e costumi della sua popolazione, da sempre così diversa dal resto dei Thailandesi.

Fino al 1940 l’isola non aveva né strade né tantomeno veicoli a motore circolanti. Andare, per esempio, da Lamai a Maenam, costituiva un vero e proprio “viaggio” attraverso la giungla. Anche i collegamenti navali con la terraferma erano pressoché inesistenti, ad eccezione di un servizio marittimo occasionale tra il capoluogo del distretto Surat Thani ed il porto di Nathon.

Durante la seconda guerra mondiale, Samui venne occupata dalle forze di conquista nipponiche ed utilizzata come porto di transito e di stoccaggio delle merci. Fu allora che venne progettata la strada costiera che fa il periplo dell’isola, la cosiddetta “ring road”, che vide la luce soltanto una trentina di anni dopo, quando finalmente nel 1973 il governo centrale stanziò i fondi necessari alla conclusione del progetto.

Nel corso dei decenni seguenti la strada ha subito una serie di ampliamenti ed ammodernamenti per adattarla sempre più alle mutate dimensioni del traffico automobilistico. Infatti, soltanto 20 anni fa, sull’isola circolavano quasi esclusivamente i minivan degli alberghi e delle compagnie di servizi turistici (oltre ad un discreto numero di motoscooter), mentre oggi praticamente tutti gli abitanti sono diventati automuniti.

Koh Samui conta circa 63.000 abitanti, tuttora convinti di essere diversi dal resto dei Thailandesi, assolutamente gelosi della loro cultura isolana e fieri di essere i veri artefici del successo che l’industria turistica ha decretato nei confronti della loro isola. Come si può dar loro torto? Al di la’ dell’oggettiva straordinaria bellezza della sua natura, Koh Samui è stata in grado di affrontare e di vincere la sfida che l’avvento del turismo di massa ha messo in campo. Ciò è stato possibile grazie alla serietà, all’impegno, allo spirito di sacrificio, ed a una non comune professionalità dei suoi lavoratori. Tanto per citare un esempio, il Dipartimento Turistico della vicina Università di Nakhon Si Thammarat forma ogni anno decine di giovani samuiani che poi trovano lavoro nei resort dell’isola. E la qualità del servizio erogato non può che risentirne positivamente.

La crescita di Koh Samui come una delle migliori destinazioni turistiche della Thailandia è continuata negli anni 2000, raggiungendo un tasso di occupazione alberghiera vicino al 75% per le sue circa 18.000 camere d’albergo. Ma per coloro che vogliono ancora frequentare in libertà le sue candide spiagge tropicali, esplorare le sue maestose barriere coralline, permearsi dei colori e dei profumi della sua ricchissima vegetazione, e fare amicizia con i suoi abitanti, Samui continuerà a rappresentare un sogno esotico a portata di mano. I suoi abitanti ci credono ciecamente: sanno che tutti i farang (stranieri) appassionati dell’isola ritorneranno presto, e saranno più numerosi e felici di prima.

Daniele Cugurullo