Rwanda, dove la natura ha fatto del suo meglio e l’uomo del suo peggio

Fu difficile arrivare all’incontro con questo paese, sognato a lungo. Il nostro primo tentativo di visitare il Rwanda e il parco dei vulcani, dove sopravvivono i Gorilla di Montagna, nel 1990 fu stroncato dalla malattia di mio padre, che ci obbligò a cancellare il viaggio programmato.

Poi la situazione politica di quella parte dell’Africa, con la tragedia del genocidio, ci tenne lontano da quelle terre. Il tempo passò ma finalmente arrivò il momento giusto.

Volevamo andare in Rwanda, anche se ai Gorilla di montagna si può arrivare dall’Uganda (la foresta di Bwindi) e anche dal Congo (ma questo molto sconsigliabile dato che il Congo, fin dalla sua indipendenza, è stato il più problematico tra i problematici paesi dell’Africa).

Il Rwanda è uno degli stati più piccoli dell’Africa continentale, grande, approssimativamente, come la Lombardia. È incastonato tra vicini ingombranti come il Congo, l’Uganda, la Tanzania ed il piccolo, ma turbolento Burundi. È di una bellezza straordinaria. È chiamato il paese dalle mille colline per via del susseguirsi di un paesaggio collinoso, spesso coltivato a terrazze, che ne costituisce la caratteristica. Ma in questo paese, pur così piccolo, ci sono molte altre meraviglie.

Innanzitutto il parco dei vulcani al confine con Congo e Uganda, casa dei gorilla di montagna, poi il lago Kivu tanto bello dal punto di vista naturale quanto travagliato nella sua storia. Nella parte orientale del paese, al confine con la Tanzania si stende il parco naturale dell’Akagera con paludi, savana e territorio boscoso. Stranamente per l’Africa anche la capitale Kigali è vivibile e non ha quell’aspetto informe della maggior parte delle città africane, con esclusione (naturalmente) di Città del Capo in Sud Africa.

La sua fama di Svizzera dell’Africa nera, l’essere riuscito a sopravvivere alla sua storia di dolore, pur essendo un crocevia di interessi economici e di conflitti etnici, l’essersi sviluppato ed aver fatto incredibili progressi ci aveva convinto di volerlo a tutti i costi visitare.

Bisogna anche dire che per amanti della natura come noi, il visitare i luoghi di Dian Fossey e della sua battaglia per la sopravvivenza di quei Gorilla che tanto amava, aveva un singolare potere di attrazione. Ma veniamo al viaggio e alle avventure che ci riservò.

Già l’arrivo fu agitato. Arrivammo, quando gli osservatori internazionali erano convenuti per monitorare le elezioni. Il risultato fu che la camera, che avevamo prenotato al Mariott fu data ad uno degli osservatori dell’ONU e, dopo un’attesa di parecchie ore, ci venne detto che ci avrebbero dirottato al Mille Collines. Il cambio dal punto di vista qualità della camera era pessimo. L’albergo era cadente, l’aria condizionata fuori uso e insomma tutto un pò squallido ed abbandonato (credo sia stato ristrutturato successivamente), ma… c’è un ma.
Questo albergo era storico. Questo era l’albergo di “Hotel Rwanda”, non quello del film (il film non era stato girato in Rwanda) ma quello degli eventi raccontati nel film. Insomma in quell’albergo era passata la storia, anche se non esattamente una bella storia. Così non ci rammaricammo troppo, anzi ci dicemmo “non tutti i mali vengono per nuocere”.

Da lì ci recammo al parco Akagera, allora piuttosto spopolato. Malgrado i molti anni passati dal genocidio, questo parco soffriva ancora per essere stato il luogo dove la popolazione si rifugiava per sfuggire alla furia dei machete e dove avevano ucciso tutta la fauna selvaggia per sopravvivere.

Gli investimenti erano ancora ridotti (oggi il parco ha fatto passi da gigante e ospita tra l’altro rinoceronti, leoni, elefanti, e una varietà di specie di uccelli di cui qualcuna assai rara) ma il luogo era bellissimo, il lodge immerso nel verde e in un tripudio di fiori rossi.

Il parco ha paesaggi di grande bellezza e suggestione anche se le piste erano pessime. Assecondammo il piano della nostra guida che ci volle portare piuttosto lontano, ma in una zona di paludi, dove i coccodrilli abbondavano così come le aquile pescatrici e le oche egiziane e poi aironi, martin pescatori, jakana, etc.
Il posto era veramente un’oasi di pace e bellezza un pò fuori dal tempo.

Eravamo soli e immersi nella natura, la nostra jeep era l’unica nota umana nel panorama, dove il silenzio era bruscamente interrotto, ogni tanto, dal grido dell’aquila pescatrice o dal leggero “splash” di un coccodrillo che scivolava in acqua, o ancora dal frullare di ali di uno stormo di cicogne o cormorani che prendevano il volo allarmati da qualcosa, che a noi sfuggiva.

Durante i l tragitto incontrammo giraffe, zebre, gli immancabili babbuini, bufali e antilopi di varie specie oltre che marabu e molte altre specie di uccelli. Tornammo al lodge per la strada all’esterno del parco molto più veloce dato che era tardi e guidare di notte in genere in Africa non è una buona idea.

Un aspetto che colpisce sempre in Africa è la popolazione in cammino. Sulle strade ci sono sempre una teoria di persone che si sposta con i propri fardelli. Siccome il paesaggio ruandese è collinoso è facilissimo vedere comparire dal niente donne, uomini e bambini. Basta fermarsi un attimo in un luogo che sembra deserto e nel giro di un minuto teste sbucano da scarpate e dossi ed in breve ti ritrovi in mezzo a volti curiosi, che hanno interrotto quello che stavano facendo, per venire a vederti.

In genere il mezzo di trasporto più comune è andare a piedi e i ruandesi, come in molte altre parti d’Africa, sono un popolo in cammino.

Lasciata la parte orientale del paese puntammo sul Kiwu nord. Il lago Kiwu di origine vulcanica, segna il confine tra Congo e Rwanda e questa sua sfortunata posizione ne ha fatto uno dei luoghi più instabili e pericolosi in Africa, specie nella parte sud.

La parte Rwandese è sicura e affascinante. Il lago è uno dei grandi laghi africani ed il più grande del Rwanda, è circondato dalle montagne che digradano verso il lago, in cui il verde delle pendici si riflette sull’acqua , a volte solcata da piroghe di legno, usate dai pescatori. La costa è irregolare, piena di anfratti e penisole. E’ un luogo di grande pace e relax, sempre che non si spinga lo sguardo oltre confine nel Congo.

Noi sostammo a Giseny, nel nord appunto, e da questo posto incantato ci spingemmo fino al confine, dando uno sguardo dall’alto a Goma in Congo. Il nostro autista ci propose di sconfinare, ma noi declinammo prudentemente l’invito e ci limitammo a osservare l’altro mondo, che si estendeva tra le baracche di Goma.

Il Rwanda non è un paese ricco, la povertà tra la popolazione è endemica, ma guardando Goma improvvisamente il Rwanda ci sembrò una terra del bengodi, tanto lo squallore e la miseria era percepibile anche da oltre confine. Ma soprattutto Goma era una terra senza legge, dove la violenza e la legge del più forte era e rimane anche oggi la regola. L’assenza di una qualunque forma di stato e di difesa del singolo mi diede (per la prima volta in Africa) un senso di insicurezza, di fragilità e in definitiva di paura.

Restammo dunque in Rwanda dove invece ci si sente sicuri e ben accetti e da lì ci dirigemmo a Ruhengeri per finalmente realizzare il nostro sogno di incontrare i Gorilla.

Ruhengeri è la porta d’ingresso al parco dei vulcani ed è anche la sede della fondazione di Dian Fossey per la protezione di questa specie in pericolo. Davanti al Karisoke Research Center ripensai ancora una volta a questa donna difficile, dal carattere solitario, ma coraggiosa e determinata forse fino all’eccesso. Direi che la sua frase, che la riassume e ne sintetizza anche i molti problemi che ha incontrato è “Più conosco la dignità dei gorilla e più evito gli esseri umani”. Ma non potei fare a meno anche di ripensare a un’altra sua frase, profetica visto il tipo di morte a cui è andata incontro: “l’uomo che uccide un animale oggi è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà”. Ma torniamo ai Gorilla.

Avevamo deciso di fare due ingressi al parco per cercare e vedere almeno due famiglie di questa rarissima specie. Le regole di visita sono molto rigide, al fine di proteggere gli animali. Ogni giorno vengono formati dai ranger, al punto di raccolta per la visita, dei gruppi di 8 persone, che vanno alla ricerca ciascuno di una famiglia di gorilla, quindi un gruppo per famiglia.

I ranger individuano dove le varie famiglie trascorrono nel parco la notte e la mattina sono pronti a guidare i turisti verso il luogo in cui ogni famiglia è stata avvistata. Il cammino per le pendici del vulcano varia da due a otto ore a seconda di dove la famiglia che ti è toccata in sorte è posizionata.

La salita parte da circa 1.800 mt e può arrivare fino a 3.000 mt e, a volte, a 3.300. Quando ci andammo noi, nella prima uscita, aveva piovuto e quindi l’arrampicata fu nel fango tra la foresta bagnata e gocciolante. Per giunta la foresta è stracolma di una particolare specie di ortiche (“nettles” in inglese), prelibatezza per i gorilla, ma parecchio urticanti per noi umani. Per fortuna noi eravamo bardati con doppi strati di guanti, calze e calzettoni al fine di ridurre al minimo il rischio di strofinarsi contro di esse.

Senza contare che questo equipaggiamento era volto a proteggerci anche da enormi colonie di formiche molto aggressive, le “formiche carpentiere” (Camponotus o “Carpenter Ants” in inglese), che se riescono a penetrare il vestiario lasciano dei bozzi piuttosto dolorosi.

Luogo incantato questo parco, ma in cui essere prudenti. Ci si inoltra dunque nella foresta con una guida, mentre i tracker vanno in avanscoperta. Con i walkie talkie avvertono le guide dove andare. Quando si raggiunge la famiglia si può star a osservarli per esattamente 59 minuti non di più (sempre a protezione degli animali) e non ci si dovrebbe avvicinare e soprattutto non bisogna toccarli . Il fatto è che lo spazio è poco, perché la foresta è fitta e le radure non molte.

I 59 minuti passano in un baleno dal momento che le cose da osservare sono tantissime: i piccoli che giocano, le femmine affaccendate a nutrirli, tenerli sotto controllo o giocarci, il maschio dominante che mangia tranquillo i suoi germogli preferiti, ma poi si alza per spostarsi e, se disturbato, protesta. Insomma una vita familiare di gruppo nel cuore della foresta dove otto giornalieri umani si avvicinano per guardare con curiosità. Ma la curiosità è reciproca e ci si studia vicendevolmente. Incontrare lo sguardo di un gorilla è come guardare negli occhi un altro essere umano. Hanno uno sguardo magnetico ed intelligente e l’impressione è che ci si possa capire e interagire. C’è empatia e tanti sono i comportamenti simili ai nostri.

Mentre eravamo tutti e otto ipnotizzati a guardarli e ovviamente impegnati a fotografarli, qualche piccolo, più curioso degli altri, si avvicinava e uno si avvicinò tanto da toccare i pantaloni di mio marito. In silenzio cercammo di non muoverci e aspettammo che, soddisfatta la sua curiosità, si allontanasse di qualche passo. Il silenzio e l’attenzione sono importanti, perché gli adulti sono colossi e, anche se non sono aggressivi, cercare di mantenere le distanze e non importunarli più di tanto è doveroso.

Il giorno dopo quando ritornammo a cercare un’altra famiglia di gorilla, stavolta con ampie schiarite di sole in un cielo nuvoloso, trovammo il maschio dominante (“Silverback”) piuttosto vicino che ci osservava. A un certo punto si alzò e noi trattenemmo il fiato cercando di arretrare il più possibile, compatibilmente con la vegetazione, che non lasciava molto margine di manovra.

Il Silverback ci venne incontro e noi in fila indiana eravamo assolutamente immobili trattenendo il respiro. Siccome voleva passare dove eravamo noi, con una mano diede una specie di spinta al primo della fila indiana e ci buttò giù tutti come birilli allontanandosi.

Fu davvero una esperienza elettrizzante. La prima della fila era una donna olandese e ci assicurammo che non si fosse fatta niente e lei ci rispose “ Sto benissimo e sono molto felice perché chi altro potrà mai raccontare di essere stata spostata dalla mano di un gorilla?”. Assolutamente vero.

Il terzo giorno invece ci dedicammo sempre nella foresta del parco, ma poco distante dall’ingresso, a trovare le scimmie dorate (“Golden Monkeys”). Al contrario dei Gorilla, che sono un soggetto fotografico ideale, perché si muovono con calma e spesso sono anche a riposo, le scimmie dorate sono in continua corsa. Saltano da un ramo all’altro si spostano alla velocità del fulmine e nel sottobosco sono spesso in totale ombra. Una sfida per il fotografo.

Sono però molto divertenti e allegre e le regole per osservarle sono meno stringenti di quelle per i Gorilla. Così passammo abbastanza tempo a cercare di catturarne qualche immagine e a vederle saltare da un ramo all’altro, trovare radici di bambù e mangiarle con gusto.

Devo dire che al rientro dalle nostre escursioni era anche piacevole trascorrere del tempo nel lodge che era immerso nel verde, tra alberi di eucalipto, prati all’inglese e bungalow dal tetto di paglia. Il nome del lodge era evocativo “Gorilla nest”. Purtroppo qualche anno dopo è stato distrutto da un incendio. La sera poi nel prato si svolgevano danze e molti dei ballerini erano giovanissimi, che ballavano al suono dei tamburi, accompagnati da canti ritmici.

Ma anche questa avventura volgeva al termine e ricordai quello che mia nonna mi diceva sempre, quando mi lamentavo che una cosa piacevole stava per finire “ogni sogno magico ha un risveglio tragico” e questa volta fu in un certo senso così.

Lasciammo quel luogo meraviglioso, salutando i vulcani che dominavano protettivi il paesaggio e tornammo a Kigali. L’autista ci propose di visitare il museo del genocidio. In realtà io non vado quasi mai a vedere questi luoghi di dolore, dove l’uomo ha dato il peggio di se. Preferisco ricordare quello che di bello c’è in questo mondo, piuttosto che le aberrazioni umane, ma in questo caso abbiamo temuto che rifiutare fosse preso come un segno di indifferenza e potesse offendere questo giovane, che aveva vissuto sulla propria pelle questa tragedia. Così accettammo e ci andammo. Non credevo di poter essere così sconvolta da quanto vidi e da come era presentato.

Prima di partire facemmo ancora un giro per Kigali andammo a bere un caffè in un posto del centro alla moda, pranzammo in un ristorante su una delle mille colline, da cui si vedeva la città ai nostri piedi e poi dovemmo dare l’addio al paese africano e rientrare in Europa.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice