Romagna: da Milano Marittima a Ravenna

Era settembre (2020), finito il primo lockdown, senza che ci fosse la vera percezione dell’arrivo della seconda ondata. Una coppia di amici trascorreva il mese a Milano Marittima e ci invitò ad andare a trovarli. Non conoscevo quella zona, visto che pur amando per molti versi la Romagna non sono mai stata una sostenitrice di quel tipo di mare.

Le spiagge con file interminabili di ombrelloni, il mare piatto, la ressa di bagnanti e i paesi affollati durante l’estate non sono mai stati per me. Poi c’è il fatto che per me le vacanze al mare significavano mare Tirreno e la Toscana, anzi la Maremma, quindi con un po’ di campanilismo sciocco, ho sempre considerato con sufficienza il centro e il nord adriatico come destinazione balneare.

Sia come sia mi è sembrata una buona idea trascorrere un paio di giornate in questa zona dopo la metà di settembre, quindi quando oramai i luoghi erano poco frequentati e cogliere l’occasione per trascorrere qualche ora a parlare con persone in carne ed ossa e non “virtuali” e per giunta approfittare per fare un giro a Ravenna, distante 23 chilometri da Milano Marittima.

“Si può fare” ci siamo detti e il venerdì ci siamo messi per strada destinazione Milano Marittima, che invece mio marito conosceva bene per averci trascorso del tempo in passato. L’arrivo fu dei più accattivanti: al tramonto le saline presentavano il loro volto migliore, con i raggi del sole radenti sulle acque immote delle distese allagate e stormi di uccelli, che vi planavano riflettendosi sull’acqua. Avemmo anche la fortuna di cogliere qualche fenicottero rosa, purtroppo in un punto dove era impossibile fermarsi per fotografarli.

Arrivando si costeggia anche la millenaria pineta, area naturale protetta e perciò non invasa dalle costruzioni, come purtroppo la pineta fuori dal parco naturale. I pini ombrelliferi sono i miei alberi preferiti e mi mette sempre di buon umore ritrovarli.

L’albergo, uno dei pochi aperti, era a conduzione familiare e vicinissimo al mare. La raccomandazione dei nostri amici, abituali clienti, ci fece avere una calorosa accoglienza e devo dire che il posto riscosse subito la mia approvazione.

La sera cena con gli amici in un ristorante eccellente, del resto se c’è una cosa incontrovertibile è che in Romagna mangiar bene non è un caso. Eravamo pronti per il sabato, avendo avuto cura di prenotare per il pomeriggio a Ravenna l’accesso ai luoghi contingentati per via del Covid.

I nostri amici ci proposero il pranzo in un ristorante di pesce intorno a mezzogiorno per permetterci poi di avere tutto il pomeriggio a disposizione.

La mattina facemmo la colazione sul terrazzino della nostra camera con un clima piuttosto fresco a quell’ora, ma con da una parte il mare e dall’altra le cime dei pini brillanti nell’aria tersa. Lasciai mio marito a pigroneggiare con il giornale e il cellulare e armata di costume da bagno e di un filo di crema solare mi diressi alla spiaggia.

Come mi aspettavo file e file di ombrelloni si susseguivano, ma erano deserti e trovai bellissimo questo colpo d’occhio sul mare agitato e la sabbia non ancora calpestata e popolata solo da questi ombrelloni silenziosi, che proiettavano le loro ombre sulle sdraio allineate ordinatamente, lambiti da una brezza, che rendeva piacevolissimo il sole. Affondai con piacere i piedi nella sabbia e arrivai al mare camminando per un po’ sul bagnasciuga, cosparso di qualche guscio di conchiglia, e poi mi sdraiai al sole. In un’altra vita devo essere stata una lucertola, perchè stesa in costume con la faccia rivolta al sole, che riscalda la pelle, sono nel mio elemento. La testa si svuotò, il sottofondo del mare diventò una musica rilassante e il filo d’aria, che rendeva non troppo infuocata l’esposizione solare, mi fecero diventare un tutt’uno con la sdraio su cui ero adagiata.

Trascorsi più di un’ora da sola in questo semi lucido stato di distacco e di sintonia con l’ambiente, poi incominciò ad arrivare qualche ospite e mentre la spiaggia si animava un pochino, io raccolsi le mie cose e tornai in albergo per cambiarmi e fare la doccia.

Un filo di trucco, un paio di pantaloni e una maglietta, scarpe comode e l’immancabile borsa fotografica ed ero pronta. Il proponimento era di mangiare poco per mantenersi svegli il pomeriggio, ma ciò non mi impedì di fare un grande onore ad una immensa grigliata di pesce con un bicchiere di vino bianco di pregio, e senza rimorsi (o quasi) avviarci verso l’appuntamento con le meraviglie di Ravenna.

C’ero stata anni prima per un incontro di lavoro e mi ero ritagliata il tempo per un salto a Sant’Apollinare in Classe e alla tomba di Dante. Non c’era stato il tempo per altro e almeno uno era il grande rimpianto: il mausoleo di Galla Placidia. Per non rischiare, la prima prenotazione fu per questo gioiello dell’arte paleocristiana.

Questo mausoleo, annesso alla chiesa di Santa Croce, oggi distrutta, ha da sempre alimentato la leggenda che fosse il luogo di sepoltura di Galla Placidia, nipote di tre imperatori, figlia di uno, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro.

In realtà Galla Placidia commissionò questo capolavoro nel 402 ma morì a Roma nel 450 e lì fu sepolta. Anche se leggende e ageografiche storie sono fiorite su come il suo corpo sia arrivato qui, non c’è nessuna evidenza, che sia mai stata traslata qui.

Resta il fatto che questo luogo è davvero di una bellezza “imperiale” e capisco quanto sia facile credere che una donna, che ha attraversato un secolo così turbolento, ricoprendo un ruolo così importante, abbia una sepoltura di una bellezza strabiliante, che le renda onore.

Andando con ordine, arrivammo all’appuntamento per l’ingresso con circa 15 minuti di amticipo e ci mettemmo nella brevissima fila di persone che, come noi, avevano fissato l’ingresso a quell’ora.

Prima di noi c’erano due genitori con una figlia di circa 10 anni e un ragazzino di circa 5. I genitori occupavano il tempo di attesa facendo un gioco con i ragazzini: a turno uno pensava una parola (magari correlata a dove si trovavano) e dava degli indizi, oltre che la prima lettera e l’ultima, e gli altri dovevano indovinare. I ragazzini erano impegnatissimi e alla fine ci ritrovammo anche noi a giocare con loro, mentre il bimbo più piccolo ogni tanto si avvicinava a chi conduceva il gioco e con uno sguardo supplice diceva “dai dimmelo in un orecchio, solo a me”. I genitori ci raccontarono che a forza di fare quel gioco non riuscivano a scambiare due parole fra loro (“se voglio parlare con mia moglie devo telefonarle dall’ufficio” ci disse ridendo il marito). “Però alla loro età passare il tempo tra mosaici e chiese bizantine è davvero eroico” dissi io e mi risposero “stamattina lo zoo safari, oggi pomeriggio è il nsotro turno”. Nel frattempo era giunta l’ora e ci salutammo. Questo intermezzo era stato molto divertente e i due ragazzini ci salutarono con allegria ed entusiasmo.

Entrammo in 6/7 persone in un luogo che in era pre-covid era perennemente pieno all’inverosimile di visitatori, tanto da rendere difficile vedere i dettagli. Questa volta invece riuscimmo a restare anche soli all’interno e per ben 30 minuti, che volarono. Anche se ero preparata, la bocca mi si spalancò per la sorpresa entrando e trovandomi di fronte questo piccolo e perfetto capolavoro. Il cielo stellato da solo meritava la visita. (curiosità: si dice che abbia ispirato il compositore Cole Porter per il suo brano Night and Day.)

Ricoperto per ogni dove di mosaici, che più che bizantini sembrano richiamare maestranze locali (romano-occidentali), l’attenzione e la concentrazione sono attratte specie dalla lunetta del “Buon Pastore” e da quella con la figura di San Lorenzo, ma di continuo è il soffitto di stelle di grandezza decrsecente verso l’alto a cui si torna con lo sguardo.

Infatti l’atmosfera del luogo è dettata proprio da questa cupola con la croce al centro che avvolge di un caldo e ieratico respiro tutto l’impianto. Da sola con la luce del giorno che illuminava la porta di ingresso, le due tombe in pietra (si vuole siano di Galla Placidia e del fratello Onorio), i mosaici di scene sacre illuminate dalla luce dorata, proveniente dalle finestre di alabastro, e questo cielo che calamitava lo sguardo, smisi di scattare foto per assaporare e quasi immergermi nella bellezza del posto.

Fu il custode che con molta gentilezza mi disse che il tempo era finito e aggiunse che ero stata veramente molto fortunata ad avere il mausoleo tutto per me. Ancora un po’ incantata dalla realizzazione di questo desiderio, che si era rivelato superiore ad ogni aspettativa, sia pure alta, entrai, a pochi passi di distanza, nella basilica di San Vitale.

Non si può avere un colpo d’occhio globale immediato sull’interno in quanto “è tutto un rincorrersi di curve, un ruotare di superfici. Le molteplici visuali sono rese ancora più suggestive dagli effetti della luce che filtra dai diaframmi delle trifore, con diverse angolazioni, esaltando la preziosità dei materiali (marmi policromi, stucchi) e lo splendore dei suoi celeberrimi mosaici.” (Giuseppe Nifosì)  

La basilica ‘è un capolavoreo dell’arte paleocristiana e bizantina, costruita durante il regno dell’imperatore Giustiniano (curiosità: fu costruita contemporaneamente alla Chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli)

Un tripudio di esedre, archi, pilastri e mosaici, che di sicuro non lascia indifferenti, sfarzosa, sfavillante, ti ubriaca con i suoi innumerevoli scorci, che ti si rivelano man mano che ti sposti all’interno, infilandoti sotto un arco, avvicinandoti all’altare, alzando gli occhi sulle balaustre su fino   alla cupola, abbassando lo sguardo sui mosaici del pavimento di marmi policromi. Un’altra mezz’ora di bellezza accecante e di meraviglia travolgente.

Usciti all’aperto camminammo intorno al suo esterno complesso ma monocromo, per riprendere una dimensione terrena, dopo aver sperimentato l’impatto soprannaturale di questo capolavoro.

Ci fermammo per un caffè e per riprendere fiato prima di affrontare il battistero degli ariani e per finire al museo arcivescovile con la cappella di Sant’Andrea e il trono arcivescovile di Massimiano, in legno ricoperto da placche in avorio realizzato a Costantinopoli.

Vorrei qui fare un’altra considerazione riguardo a queste opere d’arte. L’entrare in un ambiente di architettura e di pittura o mosaici che ne fanno parte integrante, diventa un’esperienza di totale e personale coinvolgimento.

 Quando siamo di fronte a un quadro o a una scultura, si crea un rapporto visivo con la singola opera (il quadro/la scultura, così come i libri, hanno infinite vite: quella dell’autore e quelle di chi vi entra in contatto). Tra noi che guardiamo e il soggetto guardato si crea un rapporto diretto, correlato alla oggettività del soggetto ma anche alla nostra sensibilità, al nostro mondo interiore, direi.

Quando invece ci troviamo in ambienti come San Vitale o il mausoleo di Galla Placidia il singolo dipinto, la singola storia religiosa, in qualche modo perdono i loro connotati specifici per armonizzarsi nel tutto del complesso artistico. E’ come se finissimo per sprofondare in un altro mondo, in un’altra dimensione, in cui anche non volendo siamo costretti ad alzare lo sguardo verso il divino o l’infinito, comunque vogliamo chiamarlo, ma di sicuro finendo per vivere un momento di spiritualità e bellezza, che prescinde dal singolo dettaglio.

In realtà quel pomeriggio fu caratterizzato dalla ricerca di un equilibrio tra le tantissime splendide opere d’arte da vedere e il prendersi il tempo necessario per viverle e goderle. Alla fine credo che ci siamo riusciti, rimandando a una prossima visita alcuni, sia pure importanti, luoghi di questa città così ricca di storia, di arte e così unica, anche nel ricchissimo panorama artistico e storico italiano, dedicando tempo anche a una breve camminata nel centro della città, quel giorno tranquilla e quasi sonnolenta, ma piena di eleganza e di fascino.

Tornammo dopo cinque ore di impegno fisico e mentale al nostro albergo sul mare dove cenammo (ottimo il ristorante dell’albergo) e dove il maitre ci fece assaggiare una birra locale prodotta nelle saline e, di fronte al nostro apprezzamento e alla richiesta di dove procurarcela, si impegnò a farcene trovare una cassetta la mattina dopo per quando saremmo partiti (facendocela addebitare al solo costo).

Ripartimmo con un omaggio della direzione: un sacchetto di iuta contenente il sale delle saline locali. Ogni volta che ne uso qualche grano prima di portare in tavola un piatto mi viene da sorridere.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice