Reykjavik e dintorni

A fine gennaio non avevo idea che si stesse preparando un periodo di arresti domiciliari, quali quelli imposti ad inizio Marzo a seguito dell’emergenza Coronavirus, e non sapevo che viaggiare sarebbe diventato per oltre sei mesi un miraggio. È stato quindi un caso se a inizio febbraio abbiamo pensato di organizzarci un weekend lungo (quattro giorni) in una destinazione europea, giusto per interrompere la pressione del lavoro, senza immaginare che sarebbe stato l’ultimo viaggio di lì a sei mesi.

Con mio marito abbiamo pensato ad una destinazione non molto gettonata in inverno: l’Islanda, o meglio, Reykjavik, visto che la parte nord est dell’isola era chiusa per il gelo e l’impraticabilità delle strade. Ci siamo detti: “farà freddo parecchio, ma potremo farci un’idea del paese, che coperto di bianco deve essere diverso dalle immagini, che i visitatori di solito hanno nella stagione estiva, quando è maggiormente consigliata la visita”. Poi c’era l’opportunità dell’aurora boreale che non avevamo mai visto.

Detto fatto, tirati fuori scarponi e abbigliamento termico, protetto le macchine fotografiche con coperture antifreddo e antipioggia o neve, siamo partiti. Le cose improvvisate a volte riescono benissimo e così è stato. Siamo atterrati in un mondo bianco, gelido e spettacolare.

La mattina siamo usciti per un breve giro orientativo della città, con vento e pioggia ma anche schiarite continue. A un certo punto mi sono rivolta ad una signora, che ci veniva incontro sulla strada, deserta, per chiederle se eravamo nella giusta direzione e questa mi ha guardato e mi ha detto “facciamo la stessa strada, venga con me e intanto mi dica da dove viene.” Ho risposto “dall’Italia, Milano”. “Conosco Milano ci vengo ogni tanto per lavoro, ma che cosa diavolo ci fa qui in questa stagione?” mi è venuto da ridere perché era difficile spiegarle che quel tempo da lupi, che lei detestava, aveva per me, che ci stavo pochi giorni, una grande attrattiva paesaggistica.

Come sempre capita, se il luogo non è troppo affollato, la gente locale è incuriosita dallo straniero e molte altre sono state le occasioni in cui ci siamo trovati a dover spiegare perché eravamo lì in quella stagione e nello stesso tempo a chiacchierare con giovani e meno giovani di Reykjavik sulla vita nella città, sui posti intorno alla capitale che avremmo visitato, sulla difficoltà di trovare la notte giusta per l’Aurora Boreale. Scoprimmo, proprio chiacchierando, che la sera prima della nostra partenza il meteo prometteva buone possibilità di vederla. L’uscita notturna che avevamo prenotato appena arrivati, si era rivelata una delusione perché il tempo non era dei migliori e il posto scelto dalla guida non era il massimo.

Così, con l’aiuto della reception dell’albergo e di Internet, trovammo un piccolo tour di poche persone, organizzato da una piccolissima organizzazione di turismo e fissammo un’altra uscita.

Quel giorno eravamo andati a fare un giro per vedere la cascata di Gullfoss e i geiser Gyesir e Strokkur. Una giornata lunga, intensa, luminosa, tra distese bianche e acqua scrosciante in parte cristallizata in stalattiti di ghiaccio. Otto ore di silenzi, vento, sole e vapore.

Appena il tempo di rientrare in albergo, di bere un caffè e cambiare i “setting” della macchina fotografica e fummo fuori nella notte buia e gelida. La nostra guida, simpaticissima, piena di voglia di raccontare, esperta naturalista e appassionata del suo lavoro, ci portò fuori dalla città e poco lontano dall’aeroporto. Ci disse di avere pazienza che tutto faceva ben sperare.

Preparammo il treppiede, montammo la macchina, ci orientammo secondo i consigli del nostro anfitrione e ci disponemmo ad aspettare. I guanti imbottiti, la copertura ancora più imbottita per la macchina, il cappuccio tirato sugli occhi, la bocca coperta , non riuscivano a mitigare il gelo. Fu quindi con infinita riconoscenza (lo avrei abbracciato), che vedemmo la guida tirare fuori un termos e dei bicchieri in cui versò della cioccolata calda. Poi dimenticammo il freddo e il vento, perché lo spettacolo iniziò e la notte fu rischiarata da lampi verdi cangianti. Senza nemmeno troppa fantasia mi vennero in mente fate e bacchette magiche, che lanciavano segnali nel cielo.

Non so quanto tempo trascorremmo a fotografare, a guardare, a lasciare vagare la mente nel cielo a tratti luminoso e a tratti nero. Fu di nuovo la nostra guida a dirci che la mezzanotte era passata da un pezzo e dovevamo rientrare.

Rientrare in macchina e rendersi conto del freddo, che avevamo accumulato, fu tutt’uno, ma il riscaldamento al massimo ci aiutò a recuperare, anche se la stanchezza, dopo venti ore in giro, ci piombò addosso.

Un’ultima sorpresa ci aspettava sulla via del ritorno: facemmo una deviazione verso uno dei fari, suggestivo e brillante nella notte sul mare.

Malgrado tutto scesi di nuovo nel vento per fare una foto a chiusura di una giornata lunghissima, ma talmente bella da sembrare che fosse trascorsa in un attimo. È inutile dire che quella notte non facemmo in tempo a toccare il letto che già dormivamo, anche se la sveglia ci aspettava al varco la mattina dopo per un’altra, e purtroppo l’ultima, avventura di questo viaggio.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice